Cosa ci dice il nuovo rapporto Censis (che già sapevamo?)

Da qualche tempo leggo con attenzione i dati e le conclusioni del rapporto Censis che esce con cadenza annuale e che ha il merito di fotografare con una certa precisione la situazione socioeconomico italiana, ma non solo, perché pone molta attenzione anche alle tendenze “emotive” e alle percezioni della popolazione. In alcuni passaggi mi sembra possa essere illuminante e per questo ad esempio due anni fa mi soffermai sul concetto di sovranismo psichico così definito :

è una reazione pre-politica che ha profonde radici sociali, che hanno finito per alimentare una sorta di sovranismo psichico, prima ancora che politico. Un sovranismo psichico che talvolta assume i profili paranoici della caccia al capro espiatorio, quando la cattiveria diventa la leva cinica di un presunto riscatto e si dispiega in una conflittualità latente, individualizzata, pulviscolare e disperata, ma non più espressa nelle manifestazioni, negli scioperi, negli scontri di piazza tipici del conflitto sociale tradizionale. Il processo strutturale chiave dell’attuale situazione è l’assenza di prospettive di crescita, individuale e collettiva.

Le mie osservazioni in merito riguardavano appunto le cause strutturali, riportando diversi dati e concludendo: “a fronte di questi dati si può affermare che il problema è tutt’altro che psicologico. La questione è strettamente materiale, socioeconomica e di non facile risoluzione, soprattutto se l’attenzione è sviata sempre più verso capri espiatori impedendo di fatto qualsiasi riflessione e analisi che possano produrre significativi cambiamenti di rotta”. L’anno scorso, per il 53° rapporto la parola chiave era incertezza : “ora il focus è sull’individualismo delle soluzioni agite in un contesto dove continua a pesare l’assenza di futuro”. E continua “che non si tratti di percezioni campate in aria ma seriamente dipendenti dalle condizioni materiali è chiaro ad esempio osservando il “bluff dell’occupazione che non produce reddito e crescita”. Tutto questo prima che la pandemia si palesasse dimostrandosi, come dovrebbe essere ormai evidente, un formidabile acceleratore di processi già in atto quali l’individualismo, l’assenza di prospettive per il futuro, l’impoverimento o nel migliore dei casi lo stallo, ovvero l’impossibilità di migliorare la propria condizione (il 50,3% dei giovani vive una condizione socioeconomica peggiore rispetto ai genitori alla stessa età). Com’era prevedibile il 54° rapporto Censis fa una fotografia impietosa del sistema Italia, i titoli dei comunicati stampa come di consueto rimbalzano per 24 ore o poco più sulle maggiori testate e poi tutto tace, frutto della solita bulimia informativa che tutto divora e butta via. Invece io continuo a ritenere che quei dati e quelle analisi siano importanti, anche al netto della ricerca del sensazionalismo e della definizione ad effetto che un po’ si avverte nella loro presentazione, e per questo motivo cerco di dargli un’occhiata anche quest’anno. Online uno dei pochi spunti interessanti l’ho trovato su minima&moralia dove ci si concentra sulla terribile e temibile “voglia di pena di morte” nel paese di Beccaria, con un breve excursus storico degno di nota, e la meritoria attenzione per la progressione pluriennale delle analisi effettuate dal Censis. Senza alcun legame diretto col rapporto c’è invece il testo di due antropologhe comparso su Giap e che ho già avuto occasione di citare (ma in questo caso repetita iuvant) che mi sembra imprescindibile per comprendere l’Italia ai tempi del virus, e come al solito la discussione in calce al post è altrettanto densa e importante.

Per tornare al rapporto, cosa ci dice quest’anno? Diverse cose e alcune che già sapevamo: “il nostro modello individualista è stato il migliore alleato del virus, unitamente ai problemi sociali di antica data (…) uno degli effetti dell’epidemia è di aver coperto sotto la coltre della paura e dietro le reazioni suscitate dallo stato d’allarme le nostre annose vulnerabilità e i nostri difetti strutturali (…)” L’Italia si presenta “spaventata, dolente, indecisa tra risentimento e speranza”. Se il 68,6% degli italiani nel 2019 si dichiarava in ansia, un dato già notevole, oggi il 73,4% indica nella paura dell’ignoto e nell’ansia conseguente il sentimento prevalente. Epidemia come acceleratore di processi quindi, mentre il rapporto spara alto con lo slogan “meglio sudditi che morti” che accomunerebbe gli italiani. Apocalittico forse, di certo si cerca appunto la definizione ad effetto, ma alcuni dati sono veramente preoccupanti, oltre il dato che risalta subito all’occhio sulla pena di morte: più di un italiano su tre, il 38,5% è pronto a rinunciare ai propri diritti civili per un maggiore benessere economico (come se poi ci fosse una relazione inversa tra i due ambiti), accettando limiti al diritto di sciopero, alla libertà di opinione e di iscriversi a sindacati e associazioni. Più della metà chiede il carcere per i contagiati che non rispettano rigorosamente le regole della quarantena, e per un giovane su due, il 49,3% per l’esattezza, è giusto che gli anziani vengano assistiti solo dopo di loro. Una conclusione su cui mi trovo pienamente d’accordo: “oltre al ciclopi o debito pubblico, le scorie dell’epidemia saranno molte. Tra antichi risentimenti e nuove inquietudini e malcontenti, persino una misura indicibile per la società italiana come la pena di morte torna nella sfera del praticabile”, “a sorpresa” dice il rapporto, il 43,7% degli italiani è a favore, il 44,7% tra i giovani. Però forse ci rendiamo conto almeno in parte della china che abbiamo preso, anche se rassegnati: il 44,8% si dice convinto che usciremo peggiori dalla pandemia, solo il 20,5% pensa che ci renderà migliori. Il rapporto evidenzia inoltre il diffuso senso di distacco tra “garantiti” e “non garantiti” (in occasione dello sciopero del settore pubblico del 9 dicembre se ne sono lette di cose…) mentre non sembra chiaro a nessuno che la spirale al ribasso non servirà, e la battaglia non dovrebbe essere per togliere a chi ha (diritti – non patrimoni, per dire) ma aggiungere a chi non ha. Come stride infatti con queste polemiche la levata di scudi contro la modesta proposta di una ridotta patrimoniale per i redditi superiori a 500.000€! Il Censis si sofferma anche sulla cosiddetta bonus economy, e qualcuno doveva pur dirlo, non c’è visione e la soluzione non sta certo da questa parte. Intanto chi può mette da parte invece di spendere, e dovrebbe essere prevedibile. Tanti dati sono sconfortanti, da quelli sulla perdita dei posti di lavoro, sia tra i dipendenti che tra indipendenti e indipendenti a tempo determinato, per non parlare degli irregolari, completamente invisibili ai radar, fino a quelli sulla mancata inclusività delle scuole; in tutti i casi a pagare il prezzo più caro sono i più deboli, sul lavoro donne e giovani, nella scuola chi ha bisogni speciali ma anche le prime generazioni di non italiani. A fine 2019 sono in povertà assoluta 4,5 milioni di persone, il 7,7% della popolazione, un dato raddoppiato nell’ultimo decennio, in un paese in cui la produttività del lavoro nello stesso periodo è “aumentata” dello 0,1%. Sono già pronti a dirci che è tutta colpa della pandemia, che però ci riprenderemo, e anche il rapporto  Censis riprende un certo wishful thinking oltre alla solita retorica sull’Italia che dimostra il suo valore nei momenti più bui (davvero?) ma se non riconosciamo le radici profonde, le ragioni strutturali, della crisi, che è di lungo corso e sistemica, non andremo da nessuna parte.

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