Storia della morte in Occidente

storia della morte in occidenteQuando ho visto citato per la prima volta dai Wu Ming un libro dal titolo Storia della morte in Occidente ho subito desiderato leggerlo. Tra il dire e il fare però si sa cosa c’è di mezzo, e ho avuto bisogno di un po’ di tempo e qualche ulteriore richiamo per arrivare finalmente alla lettura. Pensavo in realtà fosse un volume con un corpus unico, invece solo la prima parte è strutturata nella forma di saggio mentre la seconda è costituita da una serie di articoli che in vario modo trattano gli aspetti relativi all’argomento in questione, e quindi al rapporto che la civiltà occidentale ha con la morte. Philippe Ariés non esita a definirsi storico della morte e si propone di dimostrare attraverso l’analisi storiografica una tesi di fondo: il modo di concepire la morte, quello di “viverla” è cambiato completamente negli ultimi secoli.

Si conducevano i bambini: fino al Diciottesimo secolo, non esiste immagine di una stanza di agonizzante senza qualche bambino. Quando si pensa alle precauzioni che si prendono oggi per allontanare i bambini dalle cose della morte!

Lo storico avverte anche più avanti, citando gli studi di Gorer, come si sia passati dal tabù della sessualità al tabù della morte – ed è evidente se si pensa che ai bambini si diceva che nascevano sotto il cavolo e ora si racconta che i cari scomparsi si trovano in un campo di fiori o in cielo!

Allora si arriva a chiedersi, con Gorer, se gran parte della patologia sociale di oggi non abbia le sue radici nell’evacuazione della morte fuori della vita quotidiana, nella proibizione del lutto e del diritto di piangere i propri morti.

Il vecchio atteggiamento in cui la morte è al tempo stesso familiare, vicina e attenuata, indifferente, contrasta troppo con il nostro, in cui la morte fa paura al punto che non osiamo pronunciarne il nome. Per questo chiamerò qui questa morte familiare la “morte addomesticata”. Non voglio dire che la morte, prima, sia stata selvaggia, e che poi abbia cessato di esserlo. Voglio dire al contrario che oggi è diventata selvaggia.

C’era una sorta di coesistenza tra i vivi e i morti, anche se “uno degli scopi dei culti funebri era quello di impedire ai defunti di “tornare” a turbare i vivi”.

La prima conclusione su cui Ariés si sofferma è questa:

Lo spettacolo dei morti, le cui ossa affioravano alla superficie dei cimiteri, come il cranio di Amleto, non impressionava i vivi più dell’idea della propria morte. Avevano tanta familiarità con i morti, quanto con la propria morte.

Familiarità con la morte che è una forma di accettazione dell’ordine naturale. Tra Undicesimo e Dodicesimo secolo inizia l’ascesa della coscienza individuale ma ciò in un primo tempo comportò sì una maggiore attenzione nei riguardi della morte, ma questa maggiore cura non implicava né terrore né ossessione, la morte restava comunque familiare, addomesticata.

Il cambiamento continua in maniera lenta dal Medioevo fino a metà del Diciannovesimo secolo, quando interviene un mutamento repentino. Si sviluppa intanto il culto dei morti, attraverso i cimiteri. Ci sono degli aspetti nuovi:

Il moderno culto dei morti è un culto della memoria collegato al corpo, all’apparenza corporale. Abbiamo visto come sia sorto nel Diciottesimo secolo, come si sia esteso nel Diciannovesimo. La sua semplicità senza dogma e rivelazione, senza soprannaturale e quasi senza mistero, fa pensare al culto cinese degli antenati. Assimilato sia dalle chiese cristiane sia dai materialismi atei, il culto dei morti è divenuto oggi l’unica manifestazione religiosa comune ai miscredenti e ai credenti di tutte le confessioni. È nato nel secolo dei lumi, si è sviluppato nel mondo delle tecniche industriali, poco favorevoli all’espressione religiosa, e tuttavia è stato così bene assimilato da far dimenticare le sue origini recenti. Certo perché corrispondeva esattaemnte alla situazione dell’uomo moderno e in particolare allo spazio occupato nella sua sensibilità  dalla famiglia e dalla società nazionale.

Negli Stati Uniti intanto, a differenza che in Europa, i morti si “festeggiano” con riti meno lugubri, si imbalsama il corpo, si tiene a vista il volto del defunto come se partecipasse alla sua ultima “festa”, ma questo assomiglia più ad un rifiuto della morte che ad una sua accettazione.

In realtà, è un fenomeno assolutamente inaudito. La morte, un tempo così presente, tanto era familiare, si cancella e scompare. Diventa oggetto di vergogna e di divieto. Questa rivoluzione è avvenuta in un’area culturale ben definita (…) là dove il culto dei morti e dei cimiteri non ha conosciuto nel Diciannovesimo secolo il grande sviluppo constatato invece in Francia, in Italia, in Spagna… Sembra addirittura che sia incominciata in America, per estendersi poi all’Inghilterra, ai Paesi Bassi, all’Europa industriale, e oggi la vediamo, sotto i nostri occhi, raggiungere la Francia e spandersi a macchia d’olio.

Intanto è intervenuto un ulteriore cambiamento, davvero epocale: la morte non avviene più in casa, sempre più spesso è negli ospedali che si muore, spesso a causa dell’ipermedicalizzazione della società contemporanea. Un argomento studiato da Ivan Illich – occorrerebbe leggere il suo Nemesi medica – e ovviamente citato dallo storico.

Si muore all’ospedale perché l’ospedale è divenuto il luogo in cui si somministrano cure che non si possono più somministrare a casa. Un tempo era l’asilo dei miserabili, dei pellegrini; ora è soprattutto un centro medico in cui si guarisce e si lotta contro la morte. Ha sempre questa funzione terapeutica, ma si comincia anche a considerare un certo tipo di ospedale come il luogo privilegiato della morte. Si è morti all’ospedale perché i medici non sono riusciti a guarire. Si va o si andrà all’ospedale non più per guarire, ma precisamente per morire.

E non si può non pensare che la pandemia ha tolto pure quel poco che era rimasto di contatto umano negli ultimi momenti della vita, sarà vero che si muore soli ma non è mai stato tanto vero quanto oggi, e ne parlavo anche nel post precedente a questo.

Una volta morti, tutto va bene, dunque, nel migliore dei mondi. In compenso, è difficile morire. La società prolunga il più possibile la vita dei malati, ma non li aiuta a morire.

Certo, non è mai stato davvero facile morire, ma le società tradizionali avevano l’abitudine di circondare il morente e di ricevere le sue comunicazioni fino all’ultimo respiro. Oggi, nelle cliniche e negli ospedali, non si comunica più col morente. Non viene più ascoltato come un essere ragionevole, è soltanto tenuto in osservazione come un soggetto clinico, isolato se possibile, come un cattivo esempio, e trattato come un bambino irresponsabile la cui parola non ha senso né autorità. Senza dubbio egli gode di un’assistenza tecnica più efficace della stancante compagnia di parenti e vicini. Ma è diventato, per quanto ben curato e conservato a lungo, una cosa solitaria e umiliata.

Edit: oggi esce su Giap un contributo importante che nel descrivere i terribili lineamenti della società contemporanea tocca anche i temi della salute e dell’ipermedicalizzazione, e infatti cita Ivan Illich. Mi sarebbe tornato utile per affinare le riflessioni scritte qui sopra, in ogni caso mi sembra doveroso linkarlo qui.