Com’è andato il 2020 qui?

I-Sensi-della-poesia-la-scritturaFine anno e tempo di bilanci, quest’anno penso sia giusto farne uno riguardo il mio stare in rete, il blog e la scrittura. Un anno fa maturavo la decisione di uscire da Facebook e Instagram, con lo scopo dichiarato, oltre al disintossicarmi da questi social, di liberare tempo per la lettura e la scrittura. Al blog avevo iniziato a dedicare un tempo maggiore e più costante già a metà 2019 e i primi risultati li avevo esposti in questo post di agosto. Prima di dare i numeri complessivi del 2020 vorrei però partire dalla strada – molta – che ancora devo fare: mi riferisco alla scrittura per me, che ancora arranca, nonostante il taccuino che procede per salti e spesso in via esclusivamente residuale. Per il 2021 vorrei migliorare proprio questo. Come riesco a ritagliare il tempo per leggere e scrivere per il blog, devo farlo un po’ di più per me stessa. Come ho già detto, è terapeutico, e dedicatre tempo a se stessi è in generale importante. Il taccuino ce l’ho da sei mesi quindi avrei potuto decisamente far meglio.

Sul fronte blog restano valide le considerazioni sulla loro utilità e sulla necessità di ritornarci ribadite anche tramite le parole dei Wu Ming nel primo post citato sopra. Il 2020 ha visto un picco di visite: 3795 al momento della pubblicazione di questo post, con 2607 visitatori, un incremento davvero notevole visto che nel 2019 il dato era 909 visite e 741 visitatori. L’anno migliore fino ad ora era stato il 2011, quando in seguito alla migrazione del blog su wordpress da spaces, e presa dall’entusiasmo – era poi davvero un’altra epoca per i blog – avevo pubblicato 31 post e totalizzato 2701 visite (il dato dei visitatori invece è disponibile dal 2012). Ho scritto comunque molto di più: se nel 2019 ho pubblicato 18 post, di cui 16 nella seconda metà dell’anno, quando ho davvero deciso di rimetterci mano, nel 2020 con questo arrivo a quota 54 post mantenendo l’ottima media di un post a settimana. Mi dichiaro quindi ampiamente soddisfatta, e spero di sostenere almeno lo stesso ritmo per l’anno prossimo. Come detto altrove, scrivere dei libri che leggo aiuta a garantire il ritmo ma non solo, mi spinge a riflettere di più e a tenere traccia meglio degli innumerevoli spunti dati dalla lettura, oltre ad essere, infine, un buon esercizio di scrittura.

Mi ero data ad agosto l’obiettivo di scrivere qualcosa tutti i giorni, tocca riproporlo perché ancora non ci sono. Il tempo, se voglio, lo trovo. Quando la quotidianità – e mi riferisco in particolare a quella domestica perché quando lavoro sul treno trovo sempre moolto tempo – mi scoraggia, penso a Shirley Jackson e mi dico che sì, anche io posso (devo, forse?) scrivere per sopravvivere.

iZombie

izombie

Quando Giuliana Misserville in Donne e fantastico parla dei libri di Chiara Palazzolo fa un riferimento al trauma dell’11 settembre, fortemente sentito dall’autrice prematuramente scomparsa e che lo relaziona ad una scrittura particolare: “Credo che la struttura classica della frase, perlomeno a livello letterario ha fatto il suo tempo. La scrittura sghemba e frammentaria della Trilogia nasceva a ridosso del trauma dell’11 settembre. Dell’illusione di un mondo pacificato andata in pezzi”. La science fiction ha tratto nuova linfa vitale da quel trauma collettivo, e questo probabilmente si sta verificando ancora in seguito ad una pandemia che più degli attentati alle Torri Gemelle ci sta sottraendo punti di riferimento e certezze, o quanto meno sicurezza, non solo fisica ma anche interiore; ovviamente ci vorrà tempo per vedere come la letteratura e la cultura pop rielaboreranno il lungo trauma di questa pandemia, e speriamo di poterci godere i risultati di questa elaborazione in un clima di ritrovata serenità. Intanto i libri/film/serie a tema fantastico o che comunque escono dalla rassicurante cornice del reale si sono moltiplicati negli ultimi anni, grazie anche al successo commerciale di alcuni prodotti che hanno fatto da apripista, penso ad Harry Potter per un pubblico più giovane ma anche a Il signore degli anelli e Game of Thrones, via proseguendo con Twilight e Hunger Games. Tutti film o serie di successo nati da altrettanti best seller. Sono lontani i tempi in cui Buffy si trovava solitaria in un panorama di serie tv in cui tutto ciò che accadeva, apparentemente accadeva in real life. La figura dell’Altro assoluto è ormai familiare ed è stata declinata in innumerevoli versioni, in qualche modo ci serve conoscerla e accettarla per esorcizzare le nostre insicurezze. Ricade nel calderone di cui sopra una serie un po’ anomala come iZombie, cinque stagioni, terminata nel 2019 e che è ispirata da un fumetto della galassia DC. Dico anomala perché lì gli zombie in qualche misura riescono ad integrarsi nella vita degli umani riuscendo a saziare la loro fame di cervelli spesso in modo da evitare di passare alla modalità full zombie o zombie alla Romero. Ciò non toglie che resta in un angolo pronta ad esplodere un’apocalisse nel fragile equilibrio che si va delineando. Riflettendo anche al di là della trama, sembra si parli molto di governo delle differenze, permettere la convivenza di gruppi sociali con interessi almeno in parte confliggenti: di certo gli zombie hanno bisogno di cervelli per vivere “normalmente”, e sicuramente gli umani hanno interesse a non rientrare nel menu degli zombie. L’utilizzo degli zombie insomma come in The Walking Dead è un espediente per parlare di noi. Diceva Gioacchino Toni in un articolo della brillante serie su Carmilla Nemico (e) immaginario riferendosi al lavoro di Lucci: “si passa al relegare la figura dello zombie sullo sfondo come mero espediente narrativo utile ad indagare piuttosto la dimensione antropologica e morale dell’essere umano”. Questo è interessante e andrebbe approfondito, perché molta produzione culturale odierna tende a seguire queste orme, a differenza di ciò che accadeva con i primi lavori, appunto quelli di Romero, in cui una forte carica di denuncia sociale non mancava di arricchire il nascente immaginario fantastico.

Alcune idee innovative come la capacità di acquisire i ricordi e il carattere con pregi e più spesso difetti dei possessori di cervelli permettono di organizzare la storia sulla risoluzione di omicidi grazie alla collaborazione fra un detective poco popolare e la protagonista, Liv Moore (bel gioco di parole), trasformatasi suo malgrado in zombie e a causa di ciò orfana dell’amore e di una promettente carriera da medico. La serie prosegue tra alti e blainebassi in un crescendo di questioni politiche e sicuramente si sblocca un po’ dal gomitolo nel quale si era infilata quando l’esistenza degli zombie diviene di dominio pubblico. Sulle conclusioni ho alcune perplessità ma nel complesso mi potrei dire mediamente soddisfatta. Punto di merito per me il villain, Blaine, che a volte viene scalzato nel ruolo da personaggi “peggiori” ma che apre e chiude la sua parabola confermandosi per quel che é. Non si può volergli bene neanche volendo, il suo finale è perfetto.

Donne e fantastico

donneefantasticoDevo ringraziare Filo tra le altre cose per il post in cui ha condiviso la chiacchierata con Giuliana Misserville sul suo testo Donne e fantastico, che mi sono presto procurata invogliato non solo dal tema in sé ma anche dagli innumerevoli spunti dati dalla loro discussione. Il saggio coniuga rigore accademico (e infatti è stato sottoposto a processo di peer review) con una piacevolezza di lettura per cui si riescono ad apprezzare anche le analisi e i nessi meno familiari, come per me quelli di autrici che non conoscevo. Partendo dal presupposto che il fantastico sconta ancora qualche pregiudizio sul suo essere letteratura minore, Misserville indaga la scrittura di diverse autrici italiane le quali secondo la sua tesi, innovando profondamente il genere con uno scarto di qualche decennio rispetto a quando si era verificato un fenomeno analogo negli Usa, a partire infatti dagli anni Settanta sulla scia di un rigenerato movimento femminista.

La produzione letteraria è notevole e anche se subisce un doppio pregiudizio, sulla scrittura “di donne” e “di genere”, riesce ad imporsi come fenomeno culturale che ha contribuito a modificare l’immaginario delle donne nella nostra società. Attraversando la scrittura di diverse autrici e i ruoli di diverse personagge si fa pressante la questione del potere, per lo più precluso al genere femminile anche all’interno della narrativa fantastica precedente, scritta soprattutto da uomini del resto. In filigrana emerge anche il ruolo che le storie hanno per noi: “come se leggere servisse a lenire il dolore. O forse sì, non è per questo che si scrivono romanzi e si raccontano storie?” si chiede l’autrice trattando di Nicoletta Vallorani. E ancora, nel capitolo dedicato a Laura Pugno, “uno dei grandi temi del fantastico, o forse l’unico tema che viene articolato con infinite e infinite varianti, è questo cercare di tenere testa alla morte. È questa la trama che il fantastico ci racconta sempre. È questo che le storie fanno dalle Mille e una notte in poi e anche da prima: addomesticare la morte”. Particolarmente apprezzato il capitolo su Loredana Lipperini che adoro, neanche a dirlo, e che illustra pure alcuni aspetti a me finora ignoti della sua scrittura. E anche qui torna il tema della morte, o meglio la sua relazione con le storie: “si racconta per proseguire la vita di chi abbiamo amato, si scrive per negoziare con la morte”. Per chi conosce le autrici di cui parla Misserville, ma anche per scoprirle, il saggio è un piccolo gioiello, e io stessa sono felice di poter “segnare” nuove letture guidata da un’analisi così interessante e coinvolgente. Del resto, i molteplici spunti e stimoli che ho colto travalicano queste poche righe e si riverberano in ulteriori pensieri perché il fantastico ha questo potere di aprire mondi e permettere di attraversarli.

La mostruositrans

FiloA Filo voglio bene per tanti motivi, dopo aver letto La mostruositrans gliene voglio ancora di più se possibile, perché mi aiuta a capire quello che la mia condizione di privilegio – anche se donna, sempre cis, bianca – mi rende opaco e incomprensibile, e invece abbiamo bisogno anche noi di maggiore consapevolezza. Ho letto il pamphlet d’un fiato, grazie alla sua bellezza sia di forma che di contenuto. Ho adorato i numerosi riferimenti letterari che, a partire da Esiodo e fino ad It, mi hanno accompagnata, intervallati da esperienze quotidiane, lungo un percorso necessario, diventando alla fine un manifesto transfemminista che dovremmo sposare. La denuncia della norma, lo scoperchiamento del vaso di Pandora, è il punto di partenza:

chi si mette nella sua tradizione ha la piena coscienza di essere costruita e rifiuta qualsiasi pretesa di naturalità. Ha imparato, come scrive Monique Wittig in Non si nasce donna, che sono le contingenze storiche, sociali, politiche e i rapporti di potere a plasmare i nostri corpi, i nostri desideri, i nostri comportamenti. Chi sceglie la parte di Pandora va oltre: dichiara orgogliosamente di appartenere al regno delle creature mostre, quelle fuori norma, quelle in grado di suscitare spavento, sconcerto, ribrezzo, disgusto. Siamo qui a turbare l’armonia sociale, la pubblica quiete e la concordia fra gli uomini.

Il ribaltamento del concetto di mostruosità, dall’essere reietti al rivendicare la propria differenza e unicità, anche imperfezione, che si sa poi la perfezione non è di questo mondo, mi sembra un momento chiave del processo di liberazione personale e auspicabilmente collettivo dalle catene dell’eteronormatività. Il rifiuto di essere integrati all’interno della norma è un punto fondamentale. Questo perché la norma è “l’orrore di questa società. È feroce, assai più terribile di noi, più violenta, apparentemente più forte”.

Due concetti mi risultano indispensabili per leggere e tentare di capire almeno in parte il vissuto delle persone mostre. Il primo è il binarismo di genere, ascritto al patriarcato eteronormativo, per cui non ci posso essere alternative ed in ogni caso bisogna essere inquadrati in uno dei due generi “esistenti”: “eppure esistiamo. Solo che non siamo maschio, non siamo femmina e quindi la nostra esistenza scompare dai rilevamenti di ciò che è interamente umano”. Un secondo apparato è uno strumento diffuso che serve a catalogare le persone nel suddetto binarismo; mi riferisco alle griglie di controllo del reale entro le quali vengono scansionati i corpi per essere posti “di qua o di là”. Sembra forse una sciocchezza, ma anche chi affianca professionalmente le persone che intraprendono un percorso di transizione utilizza queste griglie, probabilmente in buona fede. Del resto “viviamo in questo mondo in cui tutto, fin dalla prima infanzia è genderizzato: il nome, la tutina, i bagni pubblici, persino il gelato”. Questa è una realtà comune che percepisco anche io con un po’ di disturbo (che in realtà da cis non impatta negativamente la mia vita). Giusto ieri cercavo dei lupetti rossi per il video che il piccolo farà a scuola al posto della recita in presenza (e la pandemia che ci porta via…) e mi è stato chiesto prontamente “maschio o femmina?” e io perplessa. Comunque non trovando la misura per “maschio” chiedo la differenza coi lupetti per “femmina”: c’era un fiocchetto ricamato in basso a sinistra, perché i bambini in età prescolare devono essere già ben distinti per genere. Peccato mancasse la misura anche di quelli, sennò avrei risolto. Sono cose che personalmente non ho mai capito, per esempio non uso il rosa per gusto personale ma non mi sono mai permessa di dire nulla a mio figlio quando colora e seleziona quel colore anche frequentemente (e invece ne sento di ogni da altre campane). Ultimo aneddoto, mi è stato passato per il piccolo come si usa tra parenti un pigiama intero tipo coniglio rosa accompagnato da imbarazzo e dicendo “in casa lo puoi mettere”, senza considerare che intanto col pigiama di certo non esce, ma anche quando, resta la mia perplessità su quale possa essere il problema in un bambino vestito come un coniglio rosa – dico a parte il mio poco apprezzamento per il colore in sé. Ma ho divagato, mentre volevo sottolineare altri punti chiave che reputo essenziali, e soprattutto la dimensione politica e sociale della questione: “siamo persone costruite, tanto quanto le persone cis, dai rapporti di potere“. E ancora “non cerchiamo soluzione tecnologiche al nostro disagio esistenziale, ma soluzioni politiche“.

Filo si occupa pure della legge sulla omotransfobia, che è in corso di approvazione da parte delle camere, con moltra pragmaticità: “questa legge sanzionerebbe anche l’imprenditore che ci scarta al colloquio di assunzione perché siamo trans? Sanzionerebbe la struttura ospedaliera che ci impedisce di proseguire nel nostro cammino di transizione? E la guardia che durante un controllo ci riserva un interrogatorio particolarmente approfondito per l’incongruenza tra aspetto e carta d’identità? E la preside che a gennaio, a Pisa, ha impedito che una persona trans raccontasse la sua esperienza in un’assemblea studentesca perché “mancava il contraddittorio”?” La risposta alla domanda sull’utilità e la portata di questa legge è decisamente tranchant: “Noi abbiamo necessità più impellenti”. E io non sono nella posizione di poter obiettare alcunché.

Il transfemminismo mi sembra un buon posizionamento proprio perché “costitutivamente antifascista: orizzontale, composito, meticcio, frammentario e persino conflittuale”. Ho qualche dubbio sull’intersezionalismo nella misura in cui concretamente scompone le lotte che vanno invece unite, ma da quello che ho capito dell’uso che ne fa Filo, non è il suo caso, e la lotta anticapitalista non viene subordinata ad altre lotte, errore che secondo me renderebbe vane queste ultime. Infine ho bisogno di aiuto per la questione lessicale. Non ho seguito il dibattito e per pigrizia e anche perché mi pare che il discorso sulle desinenze resti un po’ fine a se stesso, ho dismesso ogni tentativo di utilizzare forme diverse dal “neutro maschile”. Mi piacerebbe capire la posizione di Filo su questo e sull’uso dei pronomi in genere, perché ho paura di sbagliare dal basso della mia inadeguatezza. Anche per questo ogni intervento è benvenuto.

Epidemie e controllo sociale

miconiIl libro di Andrea Miconi, prima citato en passant e poi recensito dai Wu Ming, è una lettura agile e importante in questo frangente. Scorrendo le pagine infatti si avverte infatti l’urgenza di scrivere in medias res anche se, come dice lo stesso autore, sarà necessario poi (ri)aprire il discorso in un secondo momento, o forse è ancora meglio lasciarlo aperto ed ampliarlo, ed è per questo motivo che cerco qui di trattare alcuni dei nodi principali del testo, che mi sembra importante far riverberare. Il testo è stato scritto prima dell’inizio della seconda ondata, pubblicato a giugno, ma è ancora pienamente attuale. L’autore stesso lo definisce un instant book ma in realtà non ha nulla da invidiare a saggi accademici di mole ben più corposa quanto a densità.

1. Emergenza e diritti

Innanzitutto è importante denunciare il rapporto mutualmente esclusivo tra emergenza e diritti che molti hanno dato per scontato, mentre “un’emergenza tragica, colma di angoscia e dolore, non giustifica la privazione dei diritti, e rende non meno ma più necessario riflettere sul futuro della società di cui siamo parte”. Sul tema Miconi dissente sia dall’uso del concetto di stato di eccezione agambeniano, perché  nel nostro caso, sostiene, il governo non sovrastima ma anzi sottovaluta i pericoli in corso, almeno in una prima fase, per poi tentare di rimediare in maniera draconiana stravolgendo la propria linea e passando da un eccesso a un altro, sia dalla posizione di Dal Lago che parla di privazione “di qualche libertà” piuttosto che “delle libertà” come se questo fosse più tollerabile. Intanto le privazioni che abbiamo subìto non erano certo poche o residuali, e poi, aggiunge, “è questo che fanno i regimi autoritari, privare i cittadini di alcuni diritti, ma mai di tutti”. Dal Lago dice anche che si tratta di una tendenza generale, che non riguarda solo l’Italia, ma secondo Miconi un confronto va fatto coi paesi europei a cui siamo più vicini per una serie di ragioni e certamente non solo per motivi geografici, e tale comparazione sarebbe comunque impietosa: “in gran parte dell’Unione Europea, la chiusura delle attività e dei locali pubblici non si è accompagnata alla misura degli arresti domiciliari e i cittadini hanno mantenuto – e ci mancherebbe altro – la libertà di uscire di casa senza doversi giustificare“. Inoltre, “i paesi che hanno imposto misure più rigide sono quelli che mostrano, contro-intuitivamente, i numeri peggiori e non quelli migliori”. Ciò non significa che non si dovesse fare nulla, ma che “non c’è nessuna relazione dimostrabile” tra la rigidità delle misur adottate e il numero delle vittime. Il modello italiano è stato a lungo sbandierato, per dimostrare in realtà presto di essere tutt’altro che di successo. Uno dei fiori all’occhiello di tale modello è stata di certo l’autocertificazione, di cui paventavo il

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ritorno nel post appena citato. Per fortuna ancora siamo esenti al momento da questo “rituale degradante”, un’assurdità giuridica e logica per cui la pubblica sicurezza poteva contestare arbitrariamente le motivazioni che i cittadini dichiaravano per uscire di casa (!): “se è la pubblica sicurezza a decidere le regole – anziché verificarne la violazione – significa che una soglia pericolosissima è stata varcata. Significa che lo Stato di Diritto, per qualche tempo, è diventato Stato di Polizia”.

2. #iorestoacasa

Lo slogan #iorestoacasa ha iniziato a circolare prima delle chiusure reali, a smentire la retorica degli italiani indisciplinati. Infatti anche i dati di geolocalizzazione confermano un notevole rispetto delle restrizioni imposte: “i dati forniti da Apple e Google (…) hanno misurato in Italia una riduzione degli spostamenti simile, e in certi casi maggiore, rispetto agli altri paesi europei in lockdown“. Il punto comunque non è neanche se fosse necessario o meno restare a casa, quanto la retorica su quanto fosse bello farlo, mentre “restare chiusi in casa per mesi non è né bello né brutto, è orribile“.

È un’agonia continua, per le categorie più esposte, e in termini variabili per tutti gli altri. (…) in un diluvio di pareri di scienziati (…) né il Governo né i media  [hanno] mai consultato chi poteva dire qualcosa, in termini scientifici, sul costo umano della reclusione.

E qui entra un altro tema importante, ovvero il rapporto tra lo Stato ed i cittadini, che in Italia non è dei migliori, visto l’atteggiamento paternalista che purtroppo permea la gran parte delle azioni di governo a tutti i livelli: “Questo è mancato, tra le tante cose, uno Stato capace di trattare i cittadini da adulti“. Sull’essere considerati bambini Miconi aggiunge: “questa è la ferita peggiore che ci porteremo dietro, anche perché – per quel miracolo sociologico che si chiama self-fulfilling prophecy, l’auto-adempimento delle profezie, se i cittadini sono trattati come bambini, alcuni di loro finiranno per comportarsi come tali”. Ed è importante sottolineare che

non si tratta di un problema personale (…) ma di un tema sociale e politico a tutto tondo: l’atteggiamento di uno Stato che tratta i cittadini come bambini – che non sanno limitarsi e a cui è inutile spiegare le cose, perché non capirebbero – se non da potenziali criminali, in base ad una inammissibile presunzione di colpevolezza per cui si assume che le persone, se lasciate libere, farebbero qualcosa di male.

Col decreto del 26 aprile è iniziata invece la surreale discussione sui “congiunti“, a conferma di una visione patriarcale “che sta riportando l’economia morale del paese indietro di decenni”. L’autore nota tra l’altro che la maggior parte di chi è rientrato a lavoro sono uomini, e questo dato è confermato anche dalle statistiche sull’occupazione femminile che dopo il lockdown hanno generato dati se possibile più drammatici rispetto ad una situazione già desolante in partenza.

Miconi suggerisce inoltre che i germi del rabbioso c’è troppa gente in giro fossero inclusi già nello slogan #iorestoacasa. Ed è un tema terribilmente attuale, viste le infinite polemiche sulle persone che affollano le vie dello shopping dopo essere state spinte al consumo da bonus e altre trovate come il cashback, con la solita torsione già vista in primavera per cui si sviano sui cittadini le colpe di una classe dirigente che si dimostra ancora una volta inadeguata e colpevole.

3. Populismo rovesciato e media

Dopo aver discusso questi aspetti, l’autore ci rivolge una domanda tutt’altro che scontata a cui cerca di rispondere in maniera analitica. La premessa è che viviamo in un paese di pochissimi lettori in cui è diventato un bestseller un libro che mette alla gogna la classe politica e in cui la disaffezione verso il ceto dirigente è crescente ormai da diversi decenni. E allora,

Come si spiega che proprio il Paese dell’odio conclamato verso la Casta abbia finito per reggere il gioco alla classe dirigente, liberandola di ogni responsabilità, e scatendando la caccia selvaggia all’indisciplinato del piano di sopra?

Miconi schematizza in quattro punti le caratteristiche che accomunano la retorica classica del populismo alla volontà di colpevolizzazione dell’altro:

  • attenzione all’emotività:
  • messa dei propri pensieri al servizio delll’uomo al comando;
  • necessità di dividere il mondo in due fazioni contrapposte;
  • difficoltà ad accettare le differenze, concepire il popolo come unità.

Questi fattori quindi permettono ad una certa mentalità populista di riversarsi contro il basso, cosa che in effetti è comune a tutti i populismi per i quali i nemici in alto sono sempre astratti, mentre i subalterni sono tremendamente reali come nemici e quindi individuabili e attaccabili.

Essendo sociologo dei media, l’autore si concentra inoltre sul ruolo e sulle colpe di questi ultimi, che spesso hanno fatto da megafono e hanno spettacolarizzato la presunta indisciplina degli italiani, riprendendo inseguimenti con gli elicotteri, con la quanto meno censurabile complicità delle forze dell’ordine, o rammaricandosi in diretta di non trovare assembramenti da documentare, come in un’ormai celebre esternazione di un’inviata che non credo di dover definire gaffe, quanto invece una cristallina dichiarazione d’intenti del giornalismo nostrano: “lo scopo dei media è stato quello di dimostrare l’inciviltà dei cittadini”. Stesso obiettivo raggiunto dalle fotografie di strade apparentemente affollate a causa di inquadratura studiate ad arte per schiacciare la prospettiva e non rendere la distanza reale tra le persone. E se non fosse evidente, questa non è storia passata ma la viviamo tutti i giorni nuovamente ora che a ridosso delle festività, essendo state insufficienti le misure prese dal governo, si prevede una nuova stretta e ancora una volta i media faranno il loro lavoro di colpevolizzare i cittadini per giustificare le nuove disposizioni, senza minimamente mettere in discussione i manovratori.

4. L’App Immuni

Alcuni dei temi analizzati preventivamente dallo scrittore possono essere sottoposti col senno di poi a verifica: è questo il caso dell’App Immuni, sulla quale si ribadiscono una serie di problematiche, a partire dalla considerazione che il tracciamento da solo, senza adeguati servizi territoriali di screening, sarebbe comunque stato insufficiente, per non dire poi che se l’App non è in possesso di una massa critica individuata nel 60% della popolazione, non serve a nulla. Ad ogni modo il tracciamento resterà come precedente e ancora più grave è un’altra funzione di Immuni, cioè quella di creare una cartella clinica elettronica, ovvero una banca-dati delicatissima per la qualità e la quantità di dati sensibili che raccoglie, che ovviamente non ha alcuna rilevanza rispetto al contenimento della pandemia, e ci sarebbe da fare diverse domande in proposito. Ma in conclusione oggi, a dicembre, a che punto siamo? Un articolo di Fanpage del 12 dicembre ci informa che siamo arrivati a 10 milioni di download, una soglia simbolica quanto inutile, visto che mancano all’appello ancora 26 milioni di persone per raggiungere la massa critica indispensabile a rendere efficace l’App e infatti per queste ed altre ragioni, tra cui la mancanza di un’adeguata rete territoriale, il tracciamento è saltato da un pezzo.

5. Qualche considerazione finale

Il testo di Miconi è come ho detto breve ma davvero ricco di elementi importanti e attuali perché analizza alcune questioni strutturali di cui bisogna tenere conto se si vuole comprendere e anche resistere alla presente temperie. Forse la luna di miele tra governo e opinione pubblica è finita e qualche sintomo si avverte captando casualmente le conversazioni, come ieri sul treno quando ho registrato queste testuali parole in polemica coi rumors sulle nuove chiusure per le festività: “non puoi dire alle persone ‘stai in casa perché io sono un coglione’!” Nella narrazione mainstream intanto c’è un enorme rimosso che riguarda il diverso trattamento riservato alle aziende rispetto ai cittadini: “i primi chiusi in casa e trattati da criminali; i secondi, beneficiari di tutte le deroghe del mondo, inclusa l’apertura di 155.000 fabbriche lombarde – centocinquantacinquemila – durante il picco epidemico”. Del resto i primi lavoratori mandati al macello, allo sbaraglio senza protezione adeguata sono stati gli operatori sanitari, mentre venivano vacuamente acclamati come eroi:

Mentre la classe dirigente ne combinava di tutti i colori, il Paese è stato tenuto in vita dalla sua base di lavoratori malpagati e dimenticati. Infermiere, medici precari, specializzandi, rider, commessi, trasportatori, autisti, personale di pulizia mandato nei reparti Covid per sette euro l’ora: se davvero l’emergenza ci ha insegnato qualcosa, lo capiremo, molto rapidamente, dal modo in cui verranno trattate queste categorie, incluso chi si è impoverito o ha perso il lavoro.

In chiusura vorrei sottolineare che Miconi per due volte ribadisce un dato tanto vero quanto rimosso sul rapporto – alquanto debole, di sicuro non necessario – tra capitalismo e libertà:

Non c’è dubbio che l’emergenza abbia anche portato alla luce problemi strutturali del nostro modello di sviluppo, e mostrato la faccia feroce della società in cui viviamo (…) perché il capitalismo, a dispetto di alcune interpretazioni letterarie, può prosperare facendo a meno delle libertà individuali.

Nelle conclusioni torna proprio su questo punto mentre fa notare che se non fosse per la necessità (del sistema) del consumo nessuno si sarebbe preoccupato di tirarci fuori di casa:

Assistiamo così ad un perverso incontro tra due logiche di dominio, quella economica del profitto e quella muscolare dello stato. Una sorta di duplice sovranità (…) un assemblaggio tra due strutture, per usare un termine di Saskia Sassen, che forse sono meno nemiche di quanto si creda. Specie se ammettiamo che il capitalismo, con buona pace della retorica egemone, non ha affatto bisogno delle libertà individuali per evolvere e prosperare.

Cosa ci dice il nuovo rapporto Censis (che già sapevamo?)

Da qualche tempo leggo con attenzione i dati e le conclusioni del rapporto Censis che esce con cadenza annuale e che ha il merito di fotografare con una certa precisione la situazione socioeconomico italiana, ma non solo, perché pone molta attenzione anche alle tendenze “emotive” e alle percezioni della popolazione. In alcuni passaggi mi sembra possa essere illuminante e per questo ad esempio due anni fa mi soffermai sul concetto di sovranismo psichico così definito :

è una reazione pre-politica che ha profonde radici sociali, che hanno finito per alimentare una sorta di sovranismo psichico, prima ancora che politico. Un sovranismo psichico che talvolta assume i profili paranoici della caccia al capro espiatorio, quando la cattiveria diventa la leva cinica di un presunto riscatto e si dispiega in una conflittualità latente, individualizzata, pulviscolare e disperata, ma non più espressa nelle manifestazioni, negli scioperi, negli scontri di piazza tipici del conflitto sociale tradizionale. Il processo strutturale chiave dell’attuale situazione è l’assenza di prospettive di crescita, individuale e collettiva.

Le mie osservazioni in merito riguardavano appunto le cause strutturali, riportando diversi dati e concludendo: “a fronte di questi dati si può affermare che il problema è tutt’altro che psicologico. La questione è strettamente materiale, socioeconomica e di non facile risoluzione, soprattutto se l’attenzione è sviata sempre più verso capri espiatori impedendo di fatto qualsiasi riflessione e analisi che possano produrre significativi cambiamenti di rotta”. L’anno scorso, per il 53° rapporto la parola chiave era incertezza : “ora il focus è sull’individualismo delle soluzioni agite in un contesto dove continua a pesare l’assenza di futuro”. E continua “che non si tratti di percezioni campate in aria ma seriamente dipendenti dalle condizioni materiali è chiaro ad esempio osservando il “bluff dell’occupazione che non produce reddito e crescita”. Tutto questo prima che la pandemia si palesasse dimostrandosi, come dovrebbe essere ormai evidente, un formidabile acceleratore di processi già in atto quali l’individualismo, l’assenza di prospettive per il futuro, l’impoverimento o nel migliore dei casi lo stallo, ovvero l’impossibilità di migliorare la propria condizione (il 50,3% dei giovani vive una condizione socioeconomica peggiore rispetto ai genitori alla stessa età). Com’era prevedibile il 54° rapporto Censis fa una fotografia impietosa del sistema Italia, i titoli dei comunicati stampa come di consueto rimbalzano per 24 ore o poco più sulle maggiori testate e poi tutto tace, frutto della solita bulimia informativa che tutto divora e butta via. Invece io continuo a ritenere che quei dati e quelle analisi siano importanti, anche al netto della ricerca del sensazionalismo e della definizione ad effetto che un po’ si avverte nella loro presentazione, e per questo motivo cerco di dargli un’occhiata anche quest’anno. Online uno dei pochi spunti interessanti l’ho trovato su minima&moralia dove ci si concentra sulla terribile e temibile “voglia di pena di morte” nel paese di Beccaria, con un breve excursus storico degno di nota, e la meritoria attenzione per la progressione pluriennale delle analisi effettuate dal Censis. Senza alcun legame diretto col rapporto c’è invece il testo di due antropologhe comparso su Giap e che ho già avuto occasione di citare (ma in questo caso repetita iuvant) che mi sembra imprescindibile per comprendere l’Italia ai tempi del virus, e come al solito la discussione in calce al post è altrettanto densa e importante.

Per tornare al rapporto, cosa ci dice quest’anno? Diverse cose e alcune che già sapevamo: “il nostro modello individualista è stato il migliore alleato del virus, unitamente ai problemi sociali di antica data (…) uno degli effetti dell’epidemia è di aver coperto sotto la coltre della paura e dietro le reazioni suscitate dallo stato d’allarme le nostre annose vulnerabilità e i nostri difetti strutturali (…)” L’Italia si presenta “spaventata, dolente, indecisa tra risentimento e speranza”. Se il 68,6% degli italiani nel 2019 si dichiarava in ansia, un dato già notevole, oggi il 73,4% indica nella paura dell’ignoto e nell’ansia conseguente il sentimento prevalente. Epidemia come acceleratore di processi quindi, mentre il rapporto spara alto con lo slogan “meglio sudditi che morti” che accomunerebbe gli italiani. Apocalittico forse, di certo si cerca appunto la definizione ad effetto, ma alcuni dati sono veramente preoccupanti, oltre il dato che risalta subito all’occhio sulla pena di morte: più di un italiano su tre, il 38,5% è pronto a rinunciare ai propri diritti civili per un maggiore benessere economico (come se poi ci fosse una relazione inversa tra i due ambiti), accettando limiti al diritto di sciopero, alla libertà di opinione e di iscriversi a sindacati e associazioni. Più della metà chiede il carcere per i contagiati che non rispettano rigorosamente le regole della quarantena, e per un giovane su due, il 49,3% per l’esattezza, è giusto che gli anziani vengano assistiti solo dopo di loro. Una conclusione su cui mi trovo pienamente d’accordo: “oltre al ciclopi o debito pubblico, le scorie dell’epidemia saranno molte. Tra antichi risentimenti e nuove inquietudini e malcontenti, persino una misura indicibile per la società italiana come la pena di morte torna nella sfera del praticabile”, “a sorpresa” dice il rapporto, il 43,7% degli italiani è a favore, il 44,7% tra i giovani. Però forse ci rendiamo conto almeno in parte della china che abbiamo preso, anche se rassegnati: il 44,8% si dice convinto che usciremo peggiori dalla pandemia, solo il 20,5% pensa che ci renderà migliori. Il rapporto evidenzia inoltre il diffuso senso di distacco tra “garantiti” e “non garantiti” (in occasione dello sciopero del settore pubblico del 9 dicembre se ne sono lette di cose…) mentre non sembra chiaro a nessuno che la spirale al ribasso non servirà, e la battaglia non dovrebbe essere per togliere a chi ha (diritti – non patrimoni, per dire) ma aggiungere a chi non ha. Come stride infatti con queste polemiche la levata di scudi contro la modesta proposta di una ridotta patrimoniale per i redditi superiori a 500.000€! Il Censis si sofferma anche sulla cosiddetta bonus economy, e qualcuno doveva pur dirlo, non c’è visione e la soluzione non sta certo da questa parte. Intanto chi può mette da parte invece di spendere, e dovrebbe essere prevedibile. Tanti dati sono sconfortanti, da quelli sulla perdita dei posti di lavoro, sia tra i dipendenti che tra indipendenti e indipendenti a tempo determinato, per non parlare degli irregolari, completamente invisibili ai radar, fino a quelli sulla mancata inclusività delle scuole; in tutti i casi a pagare il prezzo più caro sono i più deboli, sul lavoro donne e giovani, nella scuola chi ha bisogni speciali ma anche le prime generazioni di non italiani. A fine 2019 sono in povertà assoluta 4,5 milioni di persone, il 7,7% della popolazione, un dato raddoppiato nell’ultimo decennio, in un paese in cui la produttività del lavoro nello stesso periodo è “aumentata” dello 0,1%. Sono già pronti a dirci che è tutta colpa della pandemia, che però ci riprenderemo, e anche il rapporto  Censis riprende un certo wishful thinking oltre alla solita retorica sull’Italia che dimostra il suo valore nei momenti più bui (davvero?) ma se non riconosciamo le radici profonde, le ragioni strutturali, della crisi, che è di lungo corso e sistemica, non andremo da nessuna parte.

Storia della morte in Occidente

storia della morte in occidenteQuando ho visto citato per la prima volta dai Wu Ming un libro dal titolo Storia della morte in Occidente ho subito desiderato leggerlo. Tra il dire e il fare però si sa cosa c’è di mezzo, e ho avuto bisogno di un po’ di tempo e qualche ulteriore richiamo per arrivare finalmente alla lettura. Pensavo in realtà fosse un volume con un corpus unico, invece solo la prima parte è strutturata nella forma di saggio mentre la seconda è costituita da una serie di articoli che in vario modo trattano gli aspetti relativi all’argomento in questione, e quindi al rapporto che la civiltà occidentale ha con la morte. Philippe Ariés non esita a definirsi storico della morte e si propone di dimostrare attraverso l’analisi storiografica una tesi di fondo: il modo di concepire la morte, quello di “viverla” è cambiato completamente negli ultimi secoli.

Si conducevano i bambini: fino al Diciottesimo secolo, non esiste immagine di una stanza di agonizzante senza qualche bambino. Quando si pensa alle precauzioni che si prendono oggi per allontanare i bambini dalle cose della morte!

Lo storico avverte anche più avanti, citando gli studi di Gorer, come si sia passati dal tabù della sessualità al tabù della morte – ed è evidente se si pensa che ai bambini si diceva che nascevano sotto il cavolo e ora si racconta che i cari scomparsi si trovano in un campo di fiori o in cielo!

Allora si arriva a chiedersi, con Gorer, se gran parte della patologia sociale di oggi non abbia le sue radici nell’evacuazione della morte fuori della vita quotidiana, nella proibizione del lutto e del diritto di piangere i propri morti.

Il vecchio atteggiamento in cui la morte è al tempo stesso familiare, vicina e attenuata, indifferente, contrasta troppo con il nostro, in cui la morte fa paura al punto che non osiamo pronunciarne il nome. Per questo chiamerò qui questa morte familiare la “morte addomesticata”. Non voglio dire che la morte, prima, sia stata selvaggia, e che poi abbia cessato di esserlo. Voglio dire al contrario che oggi è diventata selvaggia.

C’era una sorta di coesistenza tra i vivi e i morti, anche se “uno degli scopi dei culti funebri era quello di impedire ai defunti di “tornare” a turbare i vivi”.

La prima conclusione su cui Ariés si sofferma è questa:

Lo spettacolo dei morti, le cui ossa affioravano alla superficie dei cimiteri, come il cranio di Amleto, non impressionava i vivi più dell’idea della propria morte. Avevano tanta familiarità con i morti, quanto con la propria morte.

Familiarità con la morte che è una forma di accettazione dell’ordine naturale. Tra Undicesimo e Dodicesimo secolo inizia l’ascesa della coscienza individuale ma ciò in un primo tempo comportò sì una maggiore attenzione nei riguardi della morte, ma questa maggiore cura non implicava né terrore né ossessione, la morte restava comunque familiare, addomesticata.

Il cambiamento continua in maniera lenta dal Medioevo fino a metà del Diciannovesimo secolo, quando interviene un mutamento repentino. Si sviluppa intanto il culto dei morti, attraverso i cimiteri. Ci sono degli aspetti nuovi:

Il moderno culto dei morti è un culto della memoria collegato al corpo, all’apparenza corporale. Abbiamo visto come sia sorto nel Diciottesimo secolo, come si sia esteso nel Diciannovesimo. La sua semplicità senza dogma e rivelazione, senza soprannaturale e quasi senza mistero, fa pensare al culto cinese degli antenati. Assimilato sia dalle chiese cristiane sia dai materialismi atei, il culto dei morti è divenuto oggi l’unica manifestazione religiosa comune ai miscredenti e ai credenti di tutte le confessioni. È nato nel secolo dei lumi, si è sviluppato nel mondo delle tecniche industriali, poco favorevoli all’espressione religiosa, e tuttavia è stato così bene assimilato da far dimenticare le sue origini recenti. Certo perché corrispondeva esattaemnte alla situazione dell’uomo moderno e in particolare allo spazio occupato nella sua sensibilità  dalla famiglia e dalla società nazionale.

Negli Stati Uniti intanto, a differenza che in Europa, i morti si “festeggiano” con riti meno lugubri, si imbalsama il corpo, si tiene a vista il volto del defunto come se partecipasse alla sua ultima “festa”, ma questo assomiglia più ad un rifiuto della morte che ad una sua accettazione.

In realtà, è un fenomeno assolutamente inaudito. La morte, un tempo così presente, tanto era familiare, si cancella e scompare. Diventa oggetto di vergogna e di divieto. Questa rivoluzione è avvenuta in un’area culturale ben definita (…) là dove il culto dei morti e dei cimiteri non ha conosciuto nel Diciannovesimo secolo il grande sviluppo constatato invece in Francia, in Italia, in Spagna… Sembra addirittura che sia incominciata in America, per estendersi poi all’Inghilterra, ai Paesi Bassi, all’Europa industriale, e oggi la vediamo, sotto i nostri occhi, raggiungere la Francia e spandersi a macchia d’olio.

Intanto è intervenuto un ulteriore cambiamento, davvero epocale: la morte non avviene più in casa, sempre più spesso è negli ospedali che si muore, spesso a causa dell’ipermedicalizzazione della società contemporanea. Un argomento studiato da Ivan Illich – occorrerebbe leggere il suo Nemesi medica – e ovviamente citato dallo storico.

Si muore all’ospedale perché l’ospedale è divenuto il luogo in cui si somministrano cure che non si possono più somministrare a casa. Un tempo era l’asilo dei miserabili, dei pellegrini; ora è soprattutto un centro medico in cui si guarisce e si lotta contro la morte. Ha sempre questa funzione terapeutica, ma si comincia anche a considerare un certo tipo di ospedale come il luogo privilegiato della morte. Si è morti all’ospedale perché i medici non sono riusciti a guarire. Si va o si andrà all’ospedale non più per guarire, ma precisamente per morire.

E non si può non pensare che la pandemia ha tolto pure quel poco che era rimasto di contatto umano negli ultimi momenti della vita, sarà vero che si muore soli ma non è mai stato tanto vero quanto oggi, e ne parlavo anche nel post precedente a questo.

Una volta morti, tutto va bene, dunque, nel migliore dei mondi. In compenso, è difficile morire. La società prolunga il più possibile la vita dei malati, ma non li aiuta a morire.

Certo, non è mai stato davvero facile morire, ma le società tradizionali avevano l’abitudine di circondare il morente e di ricevere le sue comunicazioni fino all’ultimo respiro. Oggi, nelle cliniche e negli ospedali, non si comunica più col morente. Non viene più ascoltato come un essere ragionevole, è soltanto tenuto in osservazione come un soggetto clinico, isolato se possibile, come un cattivo esempio, e trattato come un bambino irresponsabile la cui parola non ha senso né autorità. Senza dubbio egli gode di un’assistenza tecnica più efficace della stancante compagnia di parenti e vicini. Ma è diventato, per quanto ben curato e conservato a lungo, una cosa solitaria e umiliata.

Edit: oggi esce su Giap un contributo importante che nel descrivere i terribili lineamenti della società contemporanea tocca anche i temi della salute e dell’ipermedicalizzazione, e infatti cita Ivan Illich. Mi sarebbe tornato utile per affinare le riflessioni scritte qui sopra, in ogni caso mi sembra doveroso linkarlo qui.