Pandemia, compagni e supposte inconciliabilità

Continuo a leggere critiche da parte di compagni ai post dei Wu Ming, come se fossero “negazionisti”, anche quando spiegano la strumentalità – e la tossicità – del termine negazionista. Ciò mi porta a riflettere sugli aspetti sociali legati alla pandemia, troppo trascurati. Io a ‘sto giro sono impegnata col tirocinio quindi “non ho tempo” per deprimermi o avere troppa paura, non so in caso contrario se avrei avuto la forza che mi ha sostenuta durante il primo lockdown. Intorno a me vedo paura, più spesso angoscia. Molte persone sono consapevoli di non riuscire a controllare le proprie emozioni; vedo nevrosi, troppo nervosismo, ansia. Siamo tutti sospesi sull’orlo di un baratro. E questa è una delle conseguenze della pandemia, anche se trascurata. Non so se si tratta di un altro effetto, trasversale, dell’ipermedicalizzazione della nostra società. Purtroppo ho sempre rimandato letture come quelle dei libri di Illich che sarebbero estremamente utili in questo momento. Una parola che si ripete, la scrivono in tanti su Giap, è virocentrismo. Non significa che si dovrebbe ignorare la pandemia, impossibile farlo, né s’intende negarne l’esistenza o la gravità, però questa ci ha bloccati al punto che si fatica a parlar d’altro. È la priorità, ma la vita scorre comunque, e ignorarlo, in campo medico ad esempio, comporta non pochi “danni collaterali”, con ritardi gravi nella prevenzione, nel controllo e nella cura di una serie di patologie che non verranno conteggiate nelle stime ufficiali. Ecco, preso questo dato, lo stesso avviene con le dovute proporzioni per i rischi sulla salute psicofisica di tutti noi. Star bene non vuol dire solo essere negativi al tampone, lo sappiamo ma forse ce ne dimentichiamo, presi dalla paranoia. Io per prima che per una sudata in bici (grandissima sensazione di libertà che mi mancava da troppo tempo) ho accusato qualche sintomo influenzale che razionalizzando ho associato all’evento specifico, e che però mi ha provocato non poche ansie – avrei voluto fare testamento, per dirla con una battuta. E ritorno sul punto della salute mentale perché mi sembra prioritaria, e troppo trascurata. Come dicono i Wu Ming, 

I controlli fatti dopo la fine di #iorestoacasa (da maggio in poi) hanno riscontrato un aumento generalizzato di suicidi, violenze domestiche, femminicidi, vendite di psicofarmaci, depressione, ansia e disturbi alimentari tra bambini e adolescenti, azzardopatia, dipendenza da Internet e da video e molti altri disturbi. 

E non bisogna andare lontano, né dimenticarsi che la seconda ondata è peggiore perché è anche sparito quell’orizzonte di stabilità futura che potevamo intravedere a marzo (la vulgata era “qualche settimana, qualche mese al massimo di sacrifici da parte di tutti e si tornerà alla normalità”). Il nostro prossimo orizzonte è un Natale contingentato se non proprio chiuso, e pochi riescono a credere alle rassicurazioni governative su fine pandemia e salvezza da vaccino – un’incognita enorme che ci si ostina a considerare vicinissima a noi. Quotidianamente parlo con colleghi e amici che mi raccontano di ragazzi murati dentro da mesi, oppure della difficoltà personale di sentirsi sicuri uscendo di casa anche solo per andare a lavoro. Se ripenso all’angoscia provocata dall’11 settembre mi sembra che un po’ rimpicciolisca di fronte al nostro presente.

Continuo ad esplorare le dimensioni del nostro disagio cercando di orientare almeno me stessa, se non chi mi sta intorno. L’angoscia che ci pervade ha anche molto a che vedere con il rapporto malsano che come società abbiamo con la morte; ne parlano ancora una volta i Wu Ming riguardo al divieto di assistere ai funerali, raccontando la tanatofobia e citando un testo che ho in coda di lettura da un po’, Storia della morte in Occidente. L’autore del libro, lo storico Philippe Ariés “constatava che la morte, nelle società capitalistiche, era stata “addomesticata”, burocratizzata, in parte deritualizzata e separata il più possibile dal novero dei vivi, per “evitare (…) alla società il turbamento e l’emozione troppo forte” del morire, e mantenere l’idea che la vita “è sempre felice o deve averne sempre l’aria”.

Durante il lockdown di primavera sono stati svolti in piena clandestinità dei brevi riti funebri, e questo mi sembra esemplare di un legame con la fine della vita che è tipicamente umano e difficile da cancellare, nonostante il capitalismo faccia di tutto per metterlo quanto meno in sordina. Torno a me, non potrei fare altrimenti: i miei cari sono sepolti in un comune diverso da dove vivo e mi pare di capire che non posso andare a “trovarli” essendo la Sicilia in zona arancione perché non è una necessità. Il che poi è molto soggettivo, io magari l’avverto come tale, ma capisco che non fa girare abbastanza denaro, non produce capitalisticamente e quindi non si può fare. Che poi assembramenti nei cimiteri ne ho visti pochi, evitando puntualmente di andare quella volta l’anno in cui è istituzionalizzato il dovere morale di fare visita ai defunti.

La fine della vita è un momento imprescindibile del nostro essere sociale, e non posso non pensare a tutte le morti solitarie che ci vengono imposte a causa della pandemia, quanta ulteriore solitudine stiamo scontando. È qualcosa che ci manca, ci sta mancando, ci è mancato molto anche a causa dell’estrema individualizzazione della nostra società.

Riflettevo giusto ieri sulla necessità di parlarci, oggi particolarmente urgente seppure difficile, tra la nostra generale afasia e la polarizzazione che ci attraversa, con la pandemia che funziona ancora una volta, oltre l’ambito economico, da acceleratore. Per tornare al discorso con cui ho aperto il post, e cioè le incomprensioni e le fratture apparentemente insanabili tra compagni, faccio fatica a comprendere alcune obiezioni che sembrano più prese di posizioni assunte per principio, mentre un tentativo dialogico sarebbe opportuno. Sto provando a confrontarmi su Twitter, un social che riesco ancora ad utilizzare in qualche misura nonostante le evidenti e sempre maggiori distorsioni del mezzo, e fino ad ora non ho trovato muri ma dialogo costruttivo e la convergenza almeno parziale di diverse posizioni e sensibilità, per questo non capisco l’apparente inconciliabilità che sembra la cifra di molta sinistra con se stessa.  Provo a comprendere e vedo che le diverse esperienze personali ci plasmano in maniera forse esagerata, ma credo che sia scontato che accada. Continuo a navigare tra angoscia e polemiche, vedendo sprazzi di dialogo costruttivo, sperando che il dialogo possa servire a rafforzarci, collettivamente, per la solita storia si sa, together we stand divided we fall.

Di pandemia, precarietà e angoscia

“What the hell is happening?” DEAR DIARY, BMTH

Il XXI secolo sembra l’apoteosi della cosiddetta postmodernità, intesa come una fase di smarrimento e perdita delle certezze acquisite con la modernità. Se l’11 settembre 2001 ha aperto il secolo ed il millennio gettandoci in faccia l’idea che siamo tutti potenziali bersagli di un insano terrorismo, il 2020 ha pensato che forse il messaggio di precarietà non era abbastanza chiaro. Non è sufficiente neanche la crisi climatica, ancora dibattuta, forse ormai accettata nelle sue basi teoriche mentre le sue implicazioni pratiche sono lungi dall’essere comprese e poste come punti di partenza per una reale azione di contrasto, tanto che ad oggi poco o nulla si è fatto concretamente. Allora è arrivata la pandemia che ha messo tutto sottosopra, cambiando prospettiva e anche la quotidianità praticamente ovunque nel mondo. Scrivo da un treno la cui capienza è ridotta al 50%, indosso una mascherina a cui non faccio più caso e se all’arrivo a destinazione mi fermano devo giustificare la mia presenza fuori dal comune di residenza con motivi di lavoro o comunque con ragioni di necessità e urgenza. Solo un anno fa questa sarebbe sembrata la trama di un film con l’ormai classico scenario apocalittico, anche se a ben pensarci il moltiplicarsi delle narrazioni di questo tipo è esattamente il segno che la percezione del tempo in cui viviamo è ben presente nella nostra cultura. Così accade che una scrittrice, la sempre cara Loredana Lipperini, inizia a scrivere di peste qualche anno fa e si ritrova travolta nella realtà della sua stessa storia, sarà preveggenza? Più probabile che chi coltiva la scrittura e ha doti narrative riesca a cogliere anche incosciamente lo spirito dei tempi. E per fortuna, perché è di parole che abbiamo bisogno e sono proprio le parole a mancarci.

Another day, another post-traumatic order

Think I’m losing my fucking mind, OBEY, BMTH

Tempi interessanti direbbe qualcuno, eppure siamo qua, con un senso di precarietà esistenziale che non pensavamo potesse essere maggiore, così profondo. L’economia non è un orizzonte stabile, non lo è la politica, ora non lo è neanche la nuda vita e lo impariamo – lo impariamo? – a nostre spese.

“When we forget the infection, will we remember the lesson?” PARASITE EVE, BMTH

Il senso di precarietà raggiunge quindi nuovi livelli, forse impensabili fino a non molto tempo fa. La teoria sociologica ci ha aiutato a tracciare i contorni di questa nuova condizione. Proprio al volgere del secolo, nel 2000, il sociologo polacco Zygmunt Bauman per superare la confusione insita nel termine postmodernità che lui stesso aveva precedentemente adottato utilizza una nuova metafora che diventa presto celebre per la sua efficacia: alla modernità solida del Novecento contrappone infatti la modernità liquida del nostro presente. Non stupisce che proprio nello stesso periodo Richard Sennett porti avanti una riflessione affine, pubblicando nel 2001 il famoso testo L’uomo flessibile in cui racconta delle conseguenze delle nuove forme di flessibilità lavorativa sull’intera vita delle persone. La parola flessibilità negli ultimi decenni è stata utilizzata moltissimo nei suoi connotati positivi nel tentativo di glorificare le nuove condizioni precarie di lavoro, con artifici retorici messi a nudo da studi brillanti come quello di Sennett. Questo senso di precarietà progressivamente si va estendendo dal mondo del lavoro all’intera vita dell’individuo passando dall’ambiente in cui vive alla sua quotidiana esistenza.

E adesso arriva la pandemia che rappresenta un punto di svolta epocale, ne è convinto Žižek – più modestamente lo ipotizzavo anche io qualche tempo fa – ed è tale da mettere in discussione le basi illuministiche della nostra modernità. Galimberti ha portato avanti queste riflessioni, osservando che l’incrollabile fede nella capacità dell’uomo di controllare la natura è messa a dura prova. Queste sono analisi che aiutano, almeno me, a trovare alcune parole per raccontare ed elaborare questi tempi difficili. Un altro suo contributo interessante è sulla differenza tra paura e angoscia, la prima è rivolta verso un oggetto determinato e ci aiuta ad affrontare un pericolo, rappresentando un meccanismo di difesa; l’angoscia invece si prova nei confronti di qualcosa di indeterminato, e reca con sé una sensazione di impotenza deleteria.

Another day, another systematic nightmare

Think I’m out of my fucking mind, OBEY, BMTH

Il termine angoscia è effettivamente adeguato perché dà il senso di una percezione che è comune, sempre più diffusa, di fronte al protrarsi della situazione emergenziale. In questo c’entra la narrazione che autorità e media hanno fatto durante la prima ondata, facendo intendere che un periodo tutto sommato contenuto di sacrifici, in perfetto stile penitenziale cattolico, avrebbe permesso di vincere la battaglia e anche la guerra, dando il tempo al sistema di attrezzarsi per le contromisure, che fossero un potenziamento dei meccanismi di prevenzione e controllo, della sanità pubblica e cioè delle strutture, dei presìdi e del personale, o del fantomatico vaccino invocato a breve nuovamente oggi con toni messianici.

Feel like nothing ever seems quite right?, KINGSLAYER, BMTH

L’estate ci ha dato l’illusione di normalità di cui avevamo estremamente bisogno e chi, pur critico nei confronti della gestione della pandemia, cercava di tenere un po’ su la guardia magari era tacciato di disfattismo, perché l’Italia era stata un modello di successo. Lo dimostrava il riacutizzarsi della pandemia all’inizio dell’autunno negli altri paesi europei, ma non da noi, no, siamo stati virtuosi e… aspetta… siamo forse tornati a marzo? L’atteggiamento schizofrenico a livello centrale ha come conseguenza in molti casi una risposta schizofrenica da parte dei cittadini,

Allo scopo di combattere un contagio che minaccia di morte i loro nonni e rischia di far collassare il sistema sanitario nazionale per i troppi ricoveri, possono frequentarsi di persona soltanto fuori da scuola e fino alle dieci di sera. Dopo, tutti in casa. In quale modo questo possa incidere sul contrasto di un’epidemia non può spiegarglielo nessuno, perché ovviamente è una cosa senza senso. Ed è a questo vivere senza senso che li stiamo abituando.

ma soprattutto ha conseguenze al momento ignorate sulla salute psicofisica di tutti noi. Io non sono affatto tranquilla, resisto, è chiaro, augurandomi di essere in grado di continuare a farlo, ma la percezione diffusa intorno a me non è solo di angoscia: ci saranno, ci sono, conseguenze di lungo periodo di cui dobbiamo tenere conto e sarebbe opportuno cominciare a provvedere ora senza aspettare un fantomatico dopo. Oggi una collega mi diceva che dopo la generazione che ha vissuto la seconda guerra mondiale, noi abbiamo questa guerra da combattere, tra l’altro contro un fantasma. Ecco, non esiste alcun dopoguerra, per quel che ne sappiamo oggi.

Oh, God, everything is so fucked, but I can’t feel a thing, TEARDROPS, BMTH

Itch for the cure (When will we be free?)

I know why you’re here, you’re fed up of the fear
Sick of the fantasy world they’ve built, so you never see clear
Something is coming unplugged (Coming unplugged)
There’s a glitch in your trust
You got an itch for the cure, but you’re scared to walk out the door
I’m here to tell you there’s a universe that lives without law
Something is coming unplugged (Unplugged)
‘Cause you keep asking yourself

When will we be free?
When will we be free?
Whеn will we be free?
When will wе be free?

I wanna be a kingslayer (When will we be free?)
Something is coming unplugged (When will we be free?)
There’s a glitch in your trust
I wanna be a kingslayer (When will we be free?)
Something is coming unplugged (When will we be free?)
There’s a glitch in your trust

Nota: le frasi inserite per intervallate le mie parole, e infine il testo intero appena qui sopra, sono tutti tratti dall’ultimo album dei Bring Me The Horizon, dal titolo Post Human: Survival Horror, che si rivela la colonna sonora perfetta per questi giorni.

Mindf*ck

Mindf*ck è un’importante tappa nel percorso di letture e riflessioni che riguardano il mio processo di consapevolezza intorno all’uso e ai rischi mindfuckinsiti nei social media. Leggerlo  a ridosso delle elezioni USA 2020 ha poi un sapore particolarmente agre, perché la conoscenza non sempre “libera” ma in ogni caso aiuta a costruire strumenti di consapevolezza e per quanto possa fare male, è necessario per agire e non solo reagire. Quando inizio a buttar giù queste parole non si sa ancora, siamo nel pomeriggio del 4 novembre, se Trump sarà di nuovo presidente o se sarà sconfitto, nel machiavellico sistema di voto tutto loro, dal decotto sfidante “Sleepy Joe” Biden. (Finisco la revisione del testo definitivo la sera del 7, da poche ore con i risultati della Pennsylvania è stata finalmente ufficializzata la vittoria di quest’ultimo).
Nel XXI secolo la politica è completamente pervasa da ciò che accade nell’infosfera. Nella parte finale del testo Christopher Wylie si dilunga nello spiegare come le piattaforme dovrebbero essere preventivamente valutate se sicure prima di essere rese operative, così come accade ad esempio per gli edifici. Si usano i termini ingegneri ed architetti anche nel settore informatico e non è un caso:

Every connected device and computer is part of an interconnected information architecture – and shapes your experience of the world. The most common job titles in most Silicon Valley companies are engineer and architect, not service manager or client relations. But unlike engineering in other sectors, tech companies do not have to perform safety tests to conform to any building codes before releasing their products. Instead, platforms are allowed to adopt dark pattern designs that deliberately mislead users into continual use and giving up more data. Tech engineers intentionally design confounding mazes on their platforms that keep people moving deeper and deeper into these architectures, without any clear exit. And when people keep clicking their way through their maze, these architects delight in the increase in “engagement”.

Viviamo una parte rilevante della nostra esistenza online e la netta separazione tra la nostra vita online e offline non ha più molto senso. Se ne è reso conto Wylie quando è stato bannato da Facebook e Instagram dopo essersi esposto come whistleblower, ma dovrebbe essere chiaro a tutti noi

Although many users tend to distinguish between what happens online from what happens IRL (in real life), the data that is generated from their use of social media – from posting reactions to the season finale of a show to liking photos from Saturday night out – is generated from life outside the Internet. In other words, Facebook data is IRL data.

Cos’è Cambridge Analytica?

Christopher Wylie è un personaggio particolare; mi è venuto all’attenzione guardando The Great Hack, che sfortunatamente non ho recensito, e non corrisponde affatto allo stereotipo che si potrebbe immaginare trovarsi dietro la storia di Cambridge Analytica. Queer canadese di idee liberal, ha finito per contribuire al successo, ottenuto anche per via illegale, della Brexit e dell’ascesa di Trump al potere, partendo da un progetto di data scientists che forse ingenuamente pensavano all’inizio di identificare e combattere l’estremismo radicale online e hanno finito per alimentarlo, non casualmente ma per un piano predeterminato. E così nasce Cambridge Analytica, che acquisisce tranquillamente un’immensa mole di dati da Facebook, essendo entrambe aziende private. Ma cos’è Cambridge Analytica?

A collection of documents I provided to law enforcement revealed that the Vote Leave campaign had used secret Cambridge Analytica subsidiaries to spend dark money to propagate disinformation on Facebook and Google ad networks. This was determined to be illegal by the U.K.’s Electoral Commission, with the scheme ending up as one of the largest and most consequential breach of campaign finance law in British history.

The story of CA shows how our identities and behavior have become commodities in the high-stakes data trade. The companies that control the flow of information are among the most powerful in the world; the algorithms they’ve designed in secret are shaping minds in the United States and elsewhere in ways previously unimmaginable.

Although Cambridge Analytica was created as a business, I learned later that it was never intended to make money. The firm’s sole purpose was to cannibalize the Republican Party and remold American culture.

Quando gli hanno chiesto cosa fosse Cambridge Analytica Wyilie ha dato la risposta più sintetica ma forse efficace: “it’s Steve Bannon psychological mindfuck tool”.

Occorre anche tenere bene a mente però che la prima campagna politica che ha usato con successo ai fini elettorali i nuovi sistemi di raccolta dati e gli algoritmi è stata quella che ha portato all’elezione di Obama: “BUT BY DIRECTLY COMMUNICATING select messages to select voters, the microtargeting of the Obama campaign had started a journey toward the privatization of public discourse in America. Although direct mail had long been part of American campaigns, data-driven microtargeting allowed campaigns to match a myriad of granular narratives to granular universes of voters – your neighbor might receive a wholly different message than you did, with neither of you being the wiser”. Questo libro è utilissimo anche per comprendere come i polls non riescano ad intercettare minimamente gli “umori” dell’elettorato, e lo ribadisce su Twitter in questi giorni Wylie,Wylie Tweet non si tratta solo dell’inaspettata, per i più, vittoria di Trump di quattro anni fa, anche in queste elezioni la stragrande maggioranza di osservatori e analisti dava per scontata una schiacciante vittoria di Biden, cosa smentita sin dai primi risultati.

What microtargeting did was find extra data sets, such as commercial data about a voter’s mortgage, subscriptions, or car model, to provide more context to each voter. Using this data, along with polling and the statistical techniques, it’s possible to “score” all of the voter records, yielding far more accurate information.
When everyone else is focused on the public persona of the campaign, strategists are focused on deploying and scaling this hidden machinery.

E ancora, allargando il quadro: “In the years leading up to the first Obama campaign, a new logic of accumation emerged in the boardrooms of Silicon Valley: Tech companies began making money from their ability to map out and organize information. At the core of this model was an essential asymmetry in knowledge – the machines knew a lot about our behavior, but we knew very little about theirs”. Qui entrano in gioco i sistemi studiati dalle piattaforme per incrementare i dati regalati dagli utenti visti i profitti che riuscivano a generare.

Il ruolo di Facebook

Facebook is no longer just a company, I told them. It’s a doorway into the minds of the American people, and Mark Zuckerberg left that door wide open for Cambridge Analytica, the Russians, and who knows how many others. Facebook is a monopoly, but its behavior is more than a regulatory issue – it’s s threat to national security. The concentration of power that Facebook enjoys is a danger to America democracy.

Cambridge Analytica was a company that took large amounts of data and used it to design and deliver targeted content capable of moving public opinion at scale. None of this is possible, though, without access to the psychological profiles of the target population – and this, it turned out, was surprisingly easy to acquire through Facebook, with Facebook’s loosely supervised permissioning procedures.

Facebook did not require express consent for apps to collect data from an app user’s friends, as it viewed being a user of Facebook as enough consent to take their data – even if the friends had no idea the app was harvesting their private data.

A ragionarci superficialmente si potrebbe pensare che si esagera la portata e la capacità predittiva dei dati raccolti da Facebook ma non è proprio così:

In fact, a 2015 study bu Youyou, Kosinski, and Stillwell showed that, using Facebook likes, a computer model reigned supreme in predicting human behavior. With ten likes, the model predicted a person’s behavior more accurately than one of their co-workers. And with 300 likes, the model knew the person better than their own spouse. This is in part because friends, colleagues, spouses, and parents typically see only part of your life, where your behavior is moderated by the context of that relationship.

A Facebook interessa solamente aumentare l’engagement e non è affatto detto che ciò non possa comportare conseguenze pesantissime. È il caso della pulizia etnica dei Rohingya, “in March 2018 the U.N. concluded that Facebook played a “determining role” in the ethnic cleansing of the Rohingya people. Violence was enabled by Facebook’s frictionless architecture, propelling hate speech through a population at a velocity previously unimaginable”.

Rising engagement

For Facebook, rising engagement is the only metric that matters, as more engagement means more screen time to be exposed to advertisements. This is the darker side of Silicon Valley’s much celebrated metric of “user engagement”. By focusing so heavily on greater engagement, social media tends to parasitize our brain’s adaptive mechanisms. As it happens, the most engaging content on social media is often horrible or enraging. (…) Social media platforms also use designs that activate “ludic loops” and “variable reinforcement schedules” in our brains. These are patterns of frequent but irregular rewards that create anticipation, but where the end reward is too unpredictable and fleeting to plan around. This establishes a self-reinforcing cycle of uncertainty, anticipation, and feedback. (…) In gambling, a casino makes money from the number of turns a player takes. on social media, a platform makes money from the number of clicks a user performs. This is why there are infinite scrolls on newsfeeds – there is very little difference between a user endlessy swiping for more content and a gambler pulling the slot machine lever over and over.

Il discorso sulla gamification è importante e andrebbe eviscerato, ma già in questo post sto andando lunga, vista la miniera di spunti che il libro mi dà. In qualche mio post sul tema comunque ne ho già accennato, ad esempio qui o nel post sul libro della Zuboff. Wylie fa un passo oltre, pensando al futuro non tanto remoto:

And tech has caught on to this with its research into “user experience”, “gamification”, “growth hacking”, and “engagement” by activating ludic loops and reinforcement schedules in the same way slot machines do. So far, this gamification has been contained to social media and digital platforms, but what will jhappen as we further integrate our lives with networked information achitectures designed to exploit evolutionary flaws in our cognition? Do we really want to live in a “gamified” environment that engineers our obsessions and plays with our lives as if we are inside its game?

C’è anche il discorso sulla possibilità di scelta, e Wylie dice chiaramente che le piattaforme hanno fatto di tutto per diventare scelta obbligata dei consumatori. Esperienza diretta, la scuola dell’infanzia che frequenta mio figlio, in vista di eventuali chiusure, ci ha richiesto il consenso per attivare a suo nome un account G Suite, mantenendo la libertà formale tanto cara al capitalismo, mentre in pratica se rifiutiamo non ci sono alternative e il bambino si troverebbe tagliato fuori da qualsiasi forma di didattica. A proposito dei cantori della libertà nel capitalismo!

Il modello a cinque fattori, i bias cognitivi e Steve Bannon

Strettamente collegato all’attualità c’è il modello a cinque fattori che può servire a rispondere ad esempio a domande, che troppo pochi si fanno, tipo “per quale motivo Trump ha consensi tra latinos e neri?” come si chiedeva saggiamente Luisa commentando le fatidiche elezioni USA. Questo modello considera la personalità attraverso una serie di punteggi su cinque scale: openness, conscientiousness, extroversion, agreeableness e neuroticism e ci soccorre nel risolvere l’apparente enigma scaturito dai risultati elettorali statunitensi.

The five-factor model helped me understand people in a new way. Pollsters often talk about monolithic groups of voters – women voters, working-class voters, gay voters. Although certainly important factors to people’s identities and experiences, there is no such thing as a woman voter or a Latino voter or any of these other labels. Think about it: if you randomly grab a hundred women off the street, will they all be the same person? What about a hundred African Americans? Are they all the same? Can we really say that these people are clones by virtue of their skin color and vaginas? They all have different experiences, struggles, and dreams.

Wylie racconta i primi esperimenti di successo svolti sulla pelle di popolazioni “irrilevanti” come gli abitanti di Trinidad, definendo queste pratiche come colonialismo digitale.

But we did do it. The Trinidad project was the first time I got sucked into a situation that was grossly unethical, and, frankly, it triggered in me a state of denial. As I watched those livestreams, I didn’t allow myself to actually picture the human prey, people who had no idea that their private behavior was dilighting sinister audiences half a world away. The Trinidad project was my first taste of this new wave of digital colonialism.

A questo punto l’autore racconta il primo incontro con Steve Bannon, all’epoca poco conosciuto ma sicuramente non una persona con cui si pensa potesse avere affinità e invece sappiamo oggi che è andata molto diversamente: “what I didn’t know that day was that Bannon wanted to fight a cultural war, and so he had come to the people who specialized in informational weapons to help him build his arsenal”.

Sono interessanti e molto istruttive per chi non le conoscesse, le informazioni sui bias cognitivi, ad esempio quello denominato availability heuristic, per cui si confonde la facilità nel reperire determinate notizie con la frequenza o la loro probabilità: ciò avviene per i crimini violenti, attenzionati particolarmente soprattutto da alcuni media, seguendo i quali si può avere la sensazione che tali crimini siano in aumento mentrè sono in calo costante dall’ultimo quarto di secolo. Un altro bias è l’affect heuristic quando si usano scorciatoie mentali, influenzati dalle emozioni: la rabbia spesso impedisce di compiere le scelte più razionali e sicure. Un’altra logica fallace ma molto diffusa è la credenza che il mondo sia un gioco a somma zero, in cui ci sono vincitori e vinti per cui se vengono tutelati determinati gruppi altri pensano di essere trascurati: questo è il motivo per cui molti non sembrano interessati a difendere le minoranze e accade anche che si possa essere restii a difendere diritti sacrosanti perché non ci coinvolgono in prima persona.

Dalla Brexit in poi

The world did not know it yet, but Brexit was a crime scene. Britain was the first victim of an operation Bannon had set in motion years before. The so-called “patriots” of the Brexit movement, with their loud calls to rescue British law and sovereignty from the grips of the faceless European Union, decided to win a vote by mocking those very laws. And to do so, they deployed a web of companies associated with Cambridge Analytica in foreign juriscìdictions, away from the scrutiny of the agencies charged with protecting the integrity of our democracies. Foreshadowing what was to come in America, a clear pattern emerged during the Brexit debacle, where previously unknown foreign entities began exerting influence on domestic elections by deploying large data sets of unexplained origins. And with social media companies not performing any checks on the advertising campaigns spreading throughout their platforms, where was no one standing guard to stop hostile entities seeking to show chaos and disrupt our democracies.

Questa lunga citazione rende l’idea meglio di quello che potrei parafrasare io, per questo ho scelto di riportarla per intero; e aiuta a vedere in prospettiva cosa è accaduto non molto tempo dopo negli Stati Uniti. Una domanda però sorge a questo punto, e riguarda la Russia: “Was Cambridge Analytica involved in Russian disinformation efforts in the United States? No one can say for sure, and there’s no single “smoking gun” proving that Cambridge Analytica was the culprit, aided and abetted by Russia”. Ci sono comunque, ci dice l’autore, molti collegamenti tra Cambridge Analyitica e la Russia. Wylie, contattato dalla giornalista del Guardian Carole Cadwalladr, dopo un primo momento di paura e di diffidenza inizia il suo percorso di whistleblower che coinvolge in breve altre persone e altri media, e in particolare il New York Times e Channel 4. Quasi tutte le attenzioni si sono concentrate sulle attività europee e statunitensi di Cambridge Analytica e solo in qualche raro caso si è avuta la dovuta attenzione verso le numerose responsabilità dell’azienda in Africa (Kenya, Ghana, Nigeria…), praticamente al motto di “Shit happens. It’s Africa, after all”.

Alla fine comunque, né in Gran Bretagna né negli Stati Uniti, le denunce sulle condotte illegali di Cambridge Analytica hanno prodotto conseguenze:

The regulators found that not only did Facebook fail to protect users’ privacy, the company misled the public and journalists by issuing false statements that it had seen no evidence of wrongdoid when  it in fact had.

Qualche conseguenza solo a livello personale, per l’autore stesso:

If anything, it has made me even more radical. I used to believe that the system we have broadly work. I used to think that there was someone waiting with a plan who could solve a problem like Cambridge Analytica. I was wrong. Our system is broken, our laws don’t work, our regulators are weak, our governments don’t understand what’s happening, and our technology is usurping our democracy.

Alla fine del libro, raccontando come sia cambiata la sua quotidianità, l’autore butta giù anche qualche idea su come superare questa fase, per andare oltre il principio del consenso e rendere le piattaforme effettivamente responsabili e gli utenti più liberi. Possono essere misure anche radicali, ma non mettono in questione le vere basi del sistema capitalistico, e d’altronde provengono da un pensiero comunque liberal, per quanto apparentemente relativo. Ci sono comunque anche sul finire intuizioni importanti sulle piattaforme: “And yet, they also implicitly believe that their right to profit from these systems outweighs the social costs others bear”. Ad ogni modo il testo resta una miniera di spunti e informazioni che tutti dovrebbero conoscere *prima* di accedere alle piattaforme e ai social media.