Sulla seconda ondata, su di noi

Another day, another post-traumatic order
Brainwashed and feeling fine
I bit off more than I could chew when I looked closer
So I stabbed a fork in my eye

Think I’m losing my fucking mind
Don’t know where to turn, now I’m blind

NapoliDa qualche parte a metà tra chi diceva “è solo un’influenza” e chi “moriremo tutti” c’era chi cercava senza troppo sensazionalismo di tenere i piedi ben saldi a terra, per quanto ciò possa essere difficile in un frangente simile, che nessuno di noi pensava davvero di poter vivere. Il rischio era ed è comunque quello di essere accusati di “negazionismo”, quando semplicemente si chiede di usare il raziocinio e soprattutto capire che ci si deve adattare ad una “normalità” completamente nuova, e che è qui per restare. Si è tentato di esorcizzarlo  durante un’estate apparentemente spensierata, che ha dato un po’ di tregua, e respiro, alle nostre ansie, lo si fa ancora ostentando il sempre imminente arrivo di un vaccino che anche nella migliore delle ipotesi non risolverà magicamente la questione in tempi ragionevolmente brevi. Ne parlavo già a fine giugno, quando si andava estendendo la fase di generale rilassamento. Ora è chiaro, si spera: non è passato e non è vero che non sta succedendo nulla. Si ripercuotono conseguenze ai livelli più disparati e non è semplice per nessuno restare sereni. Quotidianamente facciamo i conti con la paura, se siamo in giro per lavoro, se usiamo i mezzi pubblici, quando torniamo a casa come se fosse la routine di sempre e neanche togliamo la mascherina perché ormai sembra essere un complemento indispensabile. [Di contro sento ancora qualche sparuta lamentela di chi dice di non sopportarla, di non riuscire a tenerla, ed evidentemente non l’ha mai tenuta neanche per una frazione del tempo in cui la maggior parte di noi ormai la tiene da mesi]. Io per prima a volte faccio per indossarla quando “non serve” perché senza mi pare manchi qualcosa. Nel post sopra citato riprendo più volte le parole e i pensieri di Loredana Lipperini, che è rimasta una delle poche bussole di questo presente complicato, e continua ad esserlo quotidianamente. Tornano in sella dopo un silenzio meditato, forse necessario, anche i Wu Ming. Loro hanno supplito a lungo a grandi carenze nel dibattito pubblico a sinistra nei momenti più difficili della prima ondata, fino ad arrivare a sbattere. Il loro lavoro è altro del resto, anche se come narratori sanno essere una componente importante del quadro:

Va bene tutto. Perché tutto viene fatto per il più nobile dei fini, al motto «per contenere il virus dobbiamo cedere quote di libertà» (M. Giannini). Quali libertà? Le libertà di chi? In base a quali evidenze scientifiche o almeno empiriche e a quali ragioni logiche?

Sì, perché forse potremmo davvero farcene una ragione se almeno fosse chiaro che serve a qualcosa. Se per salvarci dobbiamo mascherarci (fatto), svuotare le piazze (fatto), introdurre protocolli di comportamento per i luoghi frequentati da molte persone (fatto)… be’, eccoci qua. Gli ammalati però, a quanto pare, continuano ad aumentare. E nel discorso dominante continua a essere colpa nostra, degli italiani «indisciplinati» e «furbetti», che si accaniscono ad avere una vita sociale, a dover andare al lavoro o a scuola con i mezzi pubblici, a volersi tenere in forma fisica anziché arrendersi alla cattiva salute.

È lo stesso copione che abbiamo sentito recitare da febbraio a maggio. Come allora, è un copione non solo classista e fuorviante, ma anche farsesco e tragico allo stesso tempo, perché se dopo sette mesi il sistema sanitario è di nuovo a rischio collasso significa che il provvedimento più efficace nel tempo intercorso è stato quello della rotazione inclinata dell’asse terrestre, cioè l’estate. Adesso che torna il freddo, servono diversivi. Bisogna nuovamente dire che siamo noi a non essere abbastanza «virtuosi», per spostare l’attenzione dall’incapacità gestionale di questi mesi e dai risultati catastrofici delle politiche sanitarie degli ultimi decenni, ormai sempre più manifesti.

Se si aggiunge che la comunità che ruota intorno a Giap svolge un ruolo di analisi e approfondimento veramente notevole, non resta che consigliare anche la lettura dei commenti al post, alcuni dei quali sono stati anche espunti per essere sistematizzati ed evidenziati in un successivo post.
Ed eccoci alla seconda ondata quindi. Siamo a fine ottobre e ricomincia l’ansia da Dpcm, da conferenze stampa annunciate e sempre ritardate. E perché mai poi non firmano i testi nei normali orari d’ufficio, dando l’illusione di lavorare in maniera convulsa e ininterrotta per “salvarci” da pericoli imminenti, tipo quello delle palestre che rispettano i protocolli? (O peggio “per salvare il Natale” in una riedizione dei classici film del periodo di cui possiamo francamente fare a meno). E ancora non siamo tornati alle autocertificazioni, vero incubo kafkiano, mentre ci “raccomandano fortemente”, con la stessa valenza legale di queste righe scritte tra sfogo e disperazione, di limitare le uscite a motivi di necessità, salute, lavoro, soprattutto lavoro. Per il profitto, sempre.

Obey, we hope you have a lovely day
Obey, you don’t want us to come out and play away now, now
There’s nothing to see here, it’s under control
We’re only gambling with your soul
Obey, whatever you do
Just don’t wake up and smell the corruption

Mentre la situazione peggiora, e questa volta non in maniera territorialmente circoscritta, riparte il teatrino della colpevolizzazione individuale, assurda specialmente nel paese della retorica contro le caste, come dicono ancora i Wu Ming. E nessuno vede che hanno perso mesi dietro banchi con le ruote e bonus che sanno di elemosina? In realtà la narrazione scricchiola in maniera evidente. Lo si è visto a Napoli, anche se si cerca di derubricarlo alla voce “camorra” perché fa comodo, è rassicurante oltre che razzista, lo si inizia a vedere anche in altre città. E no, non mi dispiace per le vetrine di Gucci come non mi dispiaceva per le fioriere anni fa (“un gesto politicamente inutile ma umanamente bello” dice il compagno Vanetti). Non sarà una mossa intelligente ma l’indignazione a difesa delle cose mentre si prospetta la fame per molti anche no. E torna utile il commento di Wu Ming 1, che altrove cita anche un interessante pamphlet uscito appena per manifestolibri che, finalmente, fa giustizia e sconfessa la linea governista e di unità nazionale che obiettivamente era illeggibile.

E questo è un governo che fa i tripli salti mortali pur di tutelare gli interessi dell’1%.

La polarizzazione di classe che sta creando quest’emergenza – non la pandemia, come si dice sempre, annacquando l’analisi: la gestione della pandemia – è vertiginosa, siamo dentro un impressionante acceleratore di proletarizzazione. Da una parte le multinazionali, Confindustria, il padronato grande e medio-grande e la classe politica che ne tutela gli interessi, dall’altra tutto il resto della società: ceto medio impoverito, working class, decine di milioni di persone.

Peccato che a sinistra questa cosa non sia stata minimamente compresa, e si sia dato dell’infame “riaperturista” al tizio che gestisce una piccola palestra, al tecnico del suono a partita IVA che senza concerti si è ridotto alla fame ecc. Questi sono proletari e neo-proletarizzati che un’odiosa retorica dipinge da mesi come cinici padroni, irresponsabili, “negazionisti”, stragisti ecc.

Gran parte del corpo sociale sta andando in rovina a causa della retorica diversiva del governo e dei media governisti, una retorica che, col più puro approccio neoliberista, scarica ogni colpa sul corpo sociale, previa sua atomizzazione in singoli individui. Le cose vanno bene? Merito del governo. Siamo al collasso? Colpa dell’individuo.

Ma la gauche-caviar e, purtroppo, parte di quella ex-“radicale” dicono che le rivolte sono solo roba di camorra, di ultrà, di fasci. Proprio non vogliono capire.

Perché non siamo tutti sulla stessa barca, proprio no. Perché qualcuno in questi mesi ha arricchito i propri patrimoni del 31% mentre si ipotizzano tagli agli stipendi statali andando completamente fuori fuoco su chi siano i privilegiati. Come dice il titolo dell’articolo appena linkato: o loro o noi.

You monsters are people
You fucking monsters are people

Obey, we’re gonna show you how to behave
Obey, it’s nicer when you can’t see the chains

(Obey, BMTH with YUNGBLUD)

Sull’irrealismo capitalista

Questo breve post solo per segnalare che nel nuovo numero di rizomatica è presente un mio piccolo contributo:

L’irrealismo capitalista dell’individuo senza società

di V. Siracusano Raffa
A guardare superficialmente l’evoluzione dei rapporti tra individuo e società si potrebbe pensare che l’individualismo potrebbe aver vinto su tutta la linea. Il sistema capitalistico infatti accentua proprio… continua qui.

La rivista è scaricabile in formato .epub e .pdf per una lettura agevole, è anche possibile leggere i singoli contributi pubblicati man mano sul blog. Buona lettura!

Branding the Nation. The Global Business of National Identity

Quando parliamo di identità nazionale spesso ci riferiamo a fenomeni come il nazionalismo, lo sciovinismo, aspetti deleteri comunque presenti anche agli albori del XXI secolo, dopo che si è a lungo sostenuto che gli stati nazionali fossero in crisi nell’epoca della globalizzazione. Si è detto che nel nuovo ordine mondiale gli stati nazionali devono necessariamente perdere di centralità, stante la nascita di nuovi equilibri regionali o comunque sovranazionali: penso all’Unione europea ma anche ad altre realtà di cooperazione ed avvicinamento a livello regionale e non solo. Eppure lo stato nazione è ancora tra noi, e con un ruolo di prim’ordine come è stato dai suoi albori, ovvero come tutore e sostenitore dell’ordine economico nascente.

As Caulhon reminds, the discourse of nations emerged in the context of the rapid expansion of the scale and scope of capitalist markets; national discourse replaced – or rather, enfolded – that of smaller localities in order to accomodate the geopolitical context of international exchange.

Coloro che auspicavano un’Europa federata o almeno più unita politicamente si sono scontrati con una realtà in cui i singoli stati europei restano gli attori chiave del processo – imperfetto, incompiuto – di costruzione europea, che anzi rischia l’arretramento proprio a causa della ricerca costante degli interessi egoistici da parte dei singoli stati. E i nazionalismi non sono affatto esauriti, come dimostra la vitalità di numerosi partiti nazionalisti presenti in tantissimi paesi, che con diverse sfumature pongono comunque come centrale la questione dell’identità nazionale. C’è un altro aspetto dell’identità nazionale, spesso ignorato o trascurato, che non riguarda semplicemente la promozione turistica e sociale di un territorio statale: la brandizzazione dell’identità nazionale come consapevole scelta, utilizzata scientificamente per riposizionare uno stato all’interno del contesto internazionale. Il bel libro di Melissa Aronczyk entra in questo “misterioso” mondo e con la cassetta degli attrezzi della buona sociologia ci illustra le strategie utilizzate, lo scopo dichiarato e il reale armamentario ideologico alla base della brandizzazione delle nazioni.

branding the nationBranding the Nation. The Global Business of National Identity spiega che il nation branding  è un fenomeno mondiale e un metodo transnazionale ma non solo: “has become a solution to perceived contemporary problems affecting the space of the nation-state: problems of economic development, democratic communication, and especially nation visibility and legitimacy amid the multiple global flows of late modernity”. Quello che è accaduto, ci spiega l’autrice, è che dopo la seconda guerra mondiale la cultura e il territorio nazionale sono state considerate entità commercializzabili e monetizzabili:

The primary argument in this book is that nation branding reveals how the social, political, and cultural discourse constitutive of the nation has been harnessed in new ways, with important consequences for both our concept of the nation and our ideals of national citizenship.

Ciò ha comportato inoltre lo slittamento delle decisioni su cosa sono legittimanente la cultura e l’identità nazionali: “not from national governments, not from historical or social legacies, and not from civic sources of leadership, but from branding and marketing experts”.

Ma cos’è il nation branding? Una prima definizione viene fornita già nel primo capitolo del libro: “can be provisionally defined as the result of the interpenetration of commercial and public sector interests to communicate national priorities among domestic and international populations for a variety of interrelated purposes”. Non solo, “it is a conscious strategy of capital (re)generation, combining public and private sector resources to generate fiscal advantage”. Serve anche a dare legittimità e autorità nel contesto diplomatico e inoltre ha una funzione “ricorsiva”: l’impatto internazionale si riflette, si spera, positivamente anche a livello interno, migliorando consenso, orgoglio nazionale e patriottismo. Campagne di nation branding di successo ovviamente non hanno particolari scrupoli, e così che per lanciare la Germania come Land of Ideas in occasione dei mondiali del 2006 si è usato il corpo di Claudia Schiffer in giro per le capitali mondiali senza alcuna remora per il sessimo con riferimenti allusivi che a me, dopo 14 anni, fanno ancora rabbrividire.

L’autrice è chiara nello spiegare la strumentalità dei principi di coesione e appartenenza: “national identity is acknowledged more in terms of its fitness for capital attraction”. Non c’è alcuna neutralità nell’applicazione “scientifica” dei metodi del marketing per brandizzare uno stato, l’unicità e la qualità degli stati che si affacciano nell’arena globale sono una facciata perché essi devono esattamente corrispondere al modello dominante: “their postcolonial potential does not embrace alternative modernities and modalities but rather a single, teleological model of late stage capitalist development”.

Molto interessante è l’aspetto della competitività, dal riferimento a Mills e alla personalità competitiva, fino alla storia del World Economic Forum, nato come European Management Forum nel 1971 in Svizzera e che ha esercitato una notevole influena discorsiva con i suoi report sulla competitività globale (GCRs). Il concetto di competitività è diventato così un “processo naturale evolutivo”. Dichiararlo come metodo, ci spiega Aronczyk, cancella storia, società e qualsiasi possibilità alternativa. Le attività del WEF non sono semplicemente informative, ma performative “constituting the competitiveness they aim to measure”. Si tratta ancora una volta di rendere quantificabile la cultura, porla come questione economica e secondo lo stesso principio per cui il successo o il fallimento dell’individuo è nelle sue stesse mani, così gli stati sono gli artefici dei loro risultati economici. Un’implicazione non di poco conto, perché così come il sistema economico pone dei paletti alle persone per cui devono rispettare determinati requisiti e aspettative, a maggior ragione gli stati sono strettamente interrelati tra loro e legati dall’organizzazione globale dell’ordine economico capitalistico.

L’autrice si pone inoltre la questione del bene pubblico in un sistema in cui agenzie private di branding e advertising acquisiscono un’autorità incontrastata. Il nation bra ding da un lato contribuisce a mantenere la legittimità degli stati nazionale all’interno del contesto globale, e contemporaneamente “the ideologies and practices by which nation branding operates alter the cultural context in which national identity is articulated and understood”. Il nation branding non è il nazionalismo, ma nereplica la retorica e anche la falliacia: “both perpetuate understandings of the nation as an integral, homogenous unit, with boundaries not easily permeated by alternative visions of either membership autonomy (…) But a public good that presumes the existence of a single public ignores the infinite pluralities, conflicts, and potentials for resistance that characterize the realities of public life”.

L’identità nazionale non è un monolite, è contingente e relazionale, riguarda un contesto, un “altro”, ed è costantemente mutevole. Il nation branding è inoltre una pratica nata nella culla del capitalismo, in Gran Bretagna, e rivela anche la tendenza storica imperialista tra i consulenti britannici di considerare i loro clienti più poveri di storia e bagaglio culturale: “That we now call this form of authority soft power instead of the methods of hard power that marked earlier forms of domination does not diminish its hegemonic intent”.

L’autrice prosegue poi con numerosi esempi di come il nation branding è stato applicato in giro per il mondo, con l’obiettivo di enunciare tre affermazioni generali:

  1. “the discourses and practices of nation branding are intended to reshape the nation in such a way that it adheres to and advances a particular vision of globalization”;
  2. raggiunge la sua efficacia attraverso tropi di lungo periodo sull’essere nazione, ad esempio in Polonia;
  3.  “has the power to eliminate alternative nattional imaginaries”.

In Polonia ad esempio si è utilizzato il metodo ormai noto della shock therapy, presentandolo come impolitico, “technology rather than philosophy. Presenting the reforms in this way allowed them to appear scientific, rather than hegemonic; and proven method that Poland could adopt to improve its situation in the immediate aftermath of 1989”.

Tutto il processo di transizione vissuto dai paesi dell’Est è stato costruito sul presupposto che il socialismo fosse ideologico, politico e sociale, mentre il capitalismo puramente economico. Un’altra caratteristica del nation branding riguarda invece da vicino la terminologia: “if for a century it was believed that nationalism formed the spirit of capitalism, nation branding appears to advocate that it is now capitalism that form the spirit of nationalism”. Dopo i casi di Canada e Polonia l’autrice si occupa di ben altri 9 paesi: Cile, Giamaica, Germania, Svezia, Estonia, Botswana, Uganda, Libia e Georgia e dall’analisi di questi paesi coglie alcuni princìpi generali: il nation branding è visto come progresso, l’identità nazionale è utile all’interno del sistema mondo e si enfatizza il discorso economico tralasciando le considerazioni politiche, come se non fossero coinvolte. Queste premesse derivano dalla storia stessa del marketing. Altre implicazioni del nation branding riguardano la depoliticizzazione dell’arte di governo, un processo che avviene anche su scala più generale, e rende il nazionalismo in qualche modo “popolare”.

Dopo la crisi del 2008 l’autrice ha proseguito la sua ricerca notando come gli annunci di morte del branding fossero esagerati. Continuando ad intervistare i consulenti ha trovato tre immaginari sociali dominanti:

  • la cosiddetta fantasy of recognition: la legittimazione delo spazio nazionale è correlata alle condizioni del capitale finanziario;
  • crisi economiche e fallimenti di mercato sono parte integrante dell’evoluzione economica e politica, non sono considerate deviazioni;
  • si attribuiscono qualità magiche al brand management.

The reliance on magical thinking within rationalized economic procedures is both “coercive” and “divinatory”: it purports to offer insight into the future and also structures the condition of that future.

The abstract form of the intangible brand is the ideal cultural form for the economic processes of neoliberalization. Deterritorialized, flexible, and dematieralized, the brand can encompass value in both the moral and the market sense.

Per quanto riguarda ancora la sistematicità delle crisi, si può citare anche un altro passo interessante:

Neoliberalization processes are “systemically uneven”: regulatory failure and market crisis are not exceptions to the general rule of neoliberal tendencies toward a market-oriented, commodified, liberalized, and globally integrated political-economic system, but are rather constitutive elements of the process. The effectivenes of neoliberalization lies not in its appearance of monolithic global discipline but in its uneven, experimental, and dysfunctional effects.

Il testo è molto interessante perché analizza le questioni dell’identità nazionale da una prospettiva inusuale eppure centrale al giorno d’oggi, dando interessanti spunti per osservare e capire meglio le risorgenze nazionalistiche del XXI secolo, e proprio in un momento in cui il processo di globalizzazione inizia a mostrare forti segnali di ripiegamento.

In the process of such deterritorialization, a new set of boundaries was erected – this time conceptual rather than material. These boundaries consisted of a series of binary oppositions – national to global, local beliefs to transnational expertise, and politics to economics – and these tended to be presented as either/or propositions.

Le posizioni dell’autrice sono in parte condivisibili, anche se non si dimostra molto consequenziale, perché dopo una anche a tratti spietata critica al sistema ripiega su posizioni riformiste concludendo che stato e mercato non devono essere opposti ma andrebbero conciliati per ottenere benefici collettivamente. Nelle conclusioni ci sono comunque alcuni spunti interessanti:

IF nation branding promotes “wealth” in finance-capital-intensive, attention-intensive, and knowledge or experience-intensive economies, this awareness must be accompanied by an understanding of what other forms of collective wealth may be lost in the process – noninstrumental forms of difference and mutual respect, for example. It occurs to me that the phenomenon of nation branding may well cease to exist – or at least, will not persist in its current incarnation – within a relative short time, undone by the growing skepticism of its methods and outcomes.

E alla fine si conferma che “the future of the nation is not in jeopardy”, confermando quanto molti osservatori attenti hanno già intuito, nonostante i ripetuti annunci della sua imminente morte.

Ieri, oggi e domani

Come spesso accade alle nostre latitudini, e intendo in Italia, la calma apparente che si avverte a livello sociale stride rispetto a situazioni potenzialmente esplosive. È successo negli anni successivi alla crisi del 2008, mentre montavano e si moltiplicavano proteste non solo nell’Europa continentale ma anche dall’altra parte del Mediterraneo, per non dire del movimento Occupy negli Stati Uniti, e la Grecia che eroica ha lottato prima di capitolare, abbandonata da tutti. Da noi ci sono state fugaci ondate che dimentichiamo facilmente. È facile dire che siamo un popolo di “pecoroni”, sull’onda emotiva dello scoramento è capitato anche a me in passato di sbottare e azzardare simili luoghi comuni. Ciò che manca in realtà è una direzione, una compiuta organizzazione, e questo impedisce ai pur giustificati momenti di avanzamento nelle lotte di ottenere risultati concreti, di passare a fasi successive. È una carenza non nuova, e dovremo prima o poi imparare dagli errori, no?

1920-Guardie-rosse

Siccome la storia la scrivono sempre i vincitori, è facile dimenticare, o quanto meno sottovalutare, quando anche in Italia si è stati sull’orlo della rivoluzione. Ricorre proprio ora il centenario di un momento chiave della storia del movimento operaio in Italia, che al massimo si è incontrato di straforo nei libri di testo: mi riferisco al biennio rosso, un’ondata europea sorta come conseguenza della grande vittoria della rivoluzione in Russia,  e in particolare alla sua fase conclusiva in Italia, che sarebbe potuta essere decisiva per la classe operaia. Non accadde dal nulla, evidentemente. C’era stata la fondazione del Partito Socialista Italiano nel 1892, la nascita delle prime camere del lavoro nel 1895,e la loro unificazione nella CGdL nel 1906, nel 1901 la nascita della Fiom. Questi anni di sviluppo della coscienza di classe permisero l’ottenimento di prime conquiste importanti, come la riduzione dello sfruttamento di donne e bambini e delle ore di lavoro (10), mentre nel 1910 nasceva Confindustria per contrastare la classe operaia in ascesa e per fare lobby e richiedere commesse statali, dimostrandosi dagli albori una classe parassitaria, non diversamente da quello che accade anche oggi (e intendo anche in questi giorni). Durante il biennio rosso il processo di radicalizzazione assume una nuova dimensione, dovuta anche alle conseguenze drammatiche della prima guerra mondiale. Oltre allo sciopero squisitamente politico nel luglio del 2019 in sostegno della giovane repubblica sovietica, attaccata da diversi eserciti stranieri, tra cui italiani, iniziò una fase sempre più intensa e contagiosa di scioperi e poi occupazioni. Nel 1919 erano nati i primi consigli di fabbrica a Torino, costituiti da delegati votati da tutti i lavoratori, anche da quelli non iscritti ai sindacati, ed è proprio in questi nuovi organismi che Gramsci vede un embrione del potere operaio e spinge per la loro estensione. Nel 1920 lo “sciopero delle lancette” fu determinato dall’opposizione dei lavoratori al mantenimento dell’ora legale oltre lo straordinario scenario bellico per incrementare la produttività a scapito delle ore da trascorrere a casa e in famiglia (una battaglia mai vinta fino ad oggi quando finalmente si avvicina un’eventuale abolizione, anche se concretamente i singoli stati hanno facoltà di scegliere se optare per l’ora legale o quella solare durante tutto l’anno). Alle proteste i padroni reagiscono con la serrata mentre sindacato e partito decidono di sconfessare lo sciopero e trovare un accordo coi padroni. Viene convocato il congresso straordinario e si decide di praticare l’ostruzionismo, ovvero di rallentare i ritmi produttivi eseguendo in modo pedissequo le regole creando difficoltà ma senza incorrere nel rischio di licenziamento. Si decide anche di rispondere ad un’eventuale serrata con l’occupazione, e così dopo la prima serrata alla Romeo di Milano iniziano le occupazioni, e tra l’1 e il 4 settembre ne nascono in tutta Italia. Il Viminale si ritrova sommerso dalle comunicazioni delle Prefetture, in cui si dà notizia delle occupazioni e si chiedono rinforzi e direttive, richieste che il governo centrale non può e non sa accogliere. Da numerosi documenti si riscontrano le collaborazioni tra operai di diverse industrie per garantire la prosecuzione delle attività in piena autonomia, dimostrando la capacità della classe operaia di gestire la produzione autonomamente e sostanzialmente l’inutilità della proprietà privata dei mezzi di produzione. La classe è pronta, e trova pure la collaborazione, in una prima fase, della classe media, dei tecnici, che partecipano alle occupazioni quando si rendono conto che gli operai hanno la situazione in mano. A quel punto ciò che servirebbe sarebbe la direzione di un partito pronto a gestire la transizione, ed è quello che nei fatti manca. I dirigenti di PSI E CGdL non sanno né vogliono gestire la situazione, e mentre i padroni chiedono l’intervento del governo, loro sperano nella “neutralità”di quest’ultimo. Alla fine il governo Giolitti, che non può usare il pugno duro non solo perché non ha i mezzi ma anche perché non potrebbe far attaccare le fabbriche rischiando di danneggiarle, media per ottenere alcune concessioni di facciata affinché la CGdL smobiliti i lavoratori. Il 19 settembre si firma un accordo in cui si vagheggia di una fantomatica cogestione e tra il 25 e il 30 si smobilitano le fabbriche, ottenendo come risultato poco o nulla. Sfuma così il più grande movimento rivoluzionario che ha attraversato la storia di questo paese, tra l’altro aprendo le porte al fascismo che ha la precisa funzione di distruggere l’organizzazione operaia. Pochi mesi dopo si consuma anche la scissione al congresso del PSI, con la nascita del Partito Comunista d’Italia ad opera di Gramsci e Bordiga. Alla fine del biennio rosso si ha una sconfitta bruciante ma non definitiva della classe operaia.

Ricordare ciò che è accaduto cento anni fa non è semplice esercizio della memoria, per quanto sarebbe meritevole in sé, ma deve aiutarci a guidare le nostre azioni affinché quando il momento arriverà saremo pronti, perché la storia non è scritta una volta per sempre, e la classe può essere ancora protagonista. Oggi è necessario più che mai.