Spettri della mia vita

spettridellamiavitaI ain’t living with the ghost

No future living in the past

I’ve seen what hate has done to hope

Tomorrow wasn’t built to last

I ain’t living with the ghost

How can I scream, I’m scared to breathe

 

I traded hurting for healing

I must admit that I was reeling

Now I’m feeling just fine

Traded nightmares for dreaming

Go tell your shadows that I got out alive

Living with the ghost – Bon Jovi

Spettri della mia vita è una raccolta di brevi saggi, pubblicati sul blog K-punk o altrove, che attraverso l’analisi di musica, film e romanzi traccia una serie di riflessioni su depressione, hauntologia e futuri perduti – per citare il sottotitolo.

Il concetto di hauntologia, coniato da Derrida, in francese hantologie, in inglese hauntology, si riferisce ad un senso di malinconia per il futuro e si riallaccia al concetto di “futuri perduti”.

L’ipotesi di questo libro è che la cultura del ventunesimo secolo sia caratterizzata dallo stesso anacronismo e dalla stessa inerzia che affliggono Sapphire e Steel nella loro missione finale. Ma che tale stasi sia stata sotterrata, sepolta sotto una superficiale frenesia di “novità”, di movimento perpetuo. Lo “scompaginamento del tempo”, l’assemblaggio di ere precedenti, ha ormai cessato di meritare qualsiasi commento: oggi è talmente diffuso da non essere neppure notato.

Fisher si rifà alla tesi di Bifo secondo cui il futuro, inteso non come semplice direzione del tempo, è stato cancellato tra gli anni Settanta e Ottanta.

La prima tentazione sarebbe quella d’inquadrare il discorso in una narrazione stancamente familiare: la questione del vecchio che non riesce a venire a patti con il nuovo, e che sostiene che le cose andavano meglio prima. Eppure è precisamente tale quadro – e la sua presunzione che i giovani siano automaticamente all’avanguardia nel cambiamento culturale – a risultare oggi obsoleto.

Mentre il futuro veniva cancellato non è vero che non succedeva niente. Anzi, “questi trent’anni sono stati un periodo di massiccio e traumatico cambiamento”. In Gran Bretagna in particolare già prima col thatcherismo e in generale, le tesi della fine della storia sono state ben smentite dalla realtà.

Eppure, e forse proprio a causa di ciò, proviamo la crescente sensazione che la cultura abbia perso la capacità di cogliere e articolare il presente. O forse, in un particolare senso molto importante, sentiamo che ormai non esiste più nessun presente da cogliere e articolare.

Ma quali sono i futuri perduti? Devo nuovamente procedere con una citazione diretta del testo:

Forse qui è utile ricordare a noi stessi che la socialdemocrazia è diventata soltanto a posteriori una totalità risolta: all’epoca era una costruzione di compromesso, che la gente di sinistra vedeva come una testa di ponte provvisoria a partire da cui sarebbe stato possibile conseguire ulteriori vittorie. Ciò che dovrebbe ossessionarci non è il non più della socialdemocrazia reale, ma il non ancora dei vari futuri che il modernismo popolare ci ha preparato ad attendere e che non si è materializzato. Quegli spettri, gli spettri dei futuri perduti, mettono sotto accusa la nostalgia formale del mondo del realismo capitalista.

Emerge anche il tema della memoria, evidentemente correlato alla temporalità perduta. Le ansie aventi per oggetto la memoria, ci dice Fisher, appaiono costantemente nel tardo capitalismo perché l’insicurezza di vita, l’instabilità economica, “la rapida successione d’immagini effimere” portano tutte “alla rottura di ogni senso coerente di temporalità”.

Sono interessanti pure le riflessioni sull’erosione dello spazio pubblico che si intrecciano con la definizione di nomadalgia: “il senso di disagio provocato da questi ambienti anonimi, più o meno uguali in tutto il mondo: il mal di mare causato dal movimento attraverso spazi che potrebbero trovarsi dappertutto”. Lo spazio pubblico è stato sostituito da un cosiddetto “terzo spazio” che è rappresentato ad esempio dalle caffetterie in franchising. Credo sia abbastanza comune la sensazione di spaesamento che si prova entrando in quei luoghi fotocopia, che sembrano divorare tutto ciò che c’è all’esterno attraverso il loro angosciante essere ovunque uguali.

Come è accaduto già leggendo Realismo capitalista, alcuni tratti con cui viene affrescata la società capitalistica contemporanea sono illuminanti:

(…) un’epoca in cui i confini tra lavoro e non lavoro sono stati erosi – dalla richiesta di essere costantemente operativi (ad esempio per rispondere alle e-mail a qualunque ora del giorno) e di non perdere mai occasione di marketizzare la nostra soggettività. In un certo senso (assolutamente non banale), far festa oggi è un lavoro. Immagini di eccesso edonistico forniscono la maggior parte del contenuto di Facebook, caricate da utilizzatori che sono in effetti lavoratori non pagati, i quali s’incaricano di produrre valore per il sito senza ricevere alcun denaro in cambio. Far festa è un lavoro anche in un altro senso: in condizioni di oggettivo impoverimento e crisi economica, la compensazione del deficit affettivo viene appaltata a noi.

(…)

Oggi la jet society non è più un privilegio dell’élite, quanto piuttosto la vertiginosa mondanità di una forza di lavoro globale permanentemente espropriata. Ogni città è diventata la “città turistica” (…) perché oggi ciascuno di noi è turista in patria, sia nel senso di essere in perenne movimento che di avere il mondo a portata di dita attraverso la rete.

Fisher ha parole dedicate per la società inglese, che conosce da vicino. Parlando delle opere di Keiller, dice che “l’economia britannica non era affatto in “declino”. Il potere oppressivo e profondamente antiegualitario che la caratterizzava derivava proprio dalla sua forza economica. E poi, sul passaggio di potere al New Labour: “Il 1997 ha infine assistito al cambiamento atteso così a lungo, che però non si è rivelato affatto tale. Invece di mettere fine alla cultura neoliberale che Keiller aveva sezionato, il governo di Tony Blair l’avrebbe rafforzata”. Sempre nello stesso brano Fisher analizza il salto di qualità dell’ecologismo che da “interesse marginale” diventa argomento imprescindibile per chiunque, in buona fede o meno: “oggi qualunque azienda, per quanto dedita allo sfruttamento, vuole presentare se stessa come verde”.

Con l’opposizione tra capitale ed ecologia, ci troviamo di fronte quelle che sono in effetti due totalità. Keiller mostra che il capitalismo – almeno in linea di principio – satura qualsiasi cosa (specialmente in Inghilterra, un paese claustrofobico che molto tempo fa ha recintato la maggior parte dei suoi terreni comunitari, perché non esiste paesaggio al di fuori della politica): nulla resiste spontaneamente alla spinta alla mercificazione del capitale, di certo non all’interno del “mondo naturale”. (…) Eppure il capitale, visto dalla prospettiva altrettanto disumana di un’ecologia radicale, nonostante sia capace di distruggere l’ambiente umano e anche grandi porzioni del mondo non-umano, resta ancora un episodio puramente locale.

Le ultime annotazioni al testo che vorrei fare riguardano da un lato un aspetto personale, forse più intimo, e dall’altro una questione politica, di una contemporaneità urgente.

Per quanto riguarda il primo, riprendo le parole di John Foxx, intervistato da Mark Fisher sul blog nel settembre del 2006:

Quando i tuoi genitori magari escono per un’ora sola, certe volte hai l’impressione che quell’assenza durerà per sempre e avverti fortissimo la loro mancanza, e l’astrazione, il tono di quella sensazione, ti resta addosso per tutta la vita. Agisce in diverse situazioni. Questi sentimenti profondi – e tutte le altre parti emotive dello spettro – si uniscono al repertorio di toni emotivi che portiamo e utilizziamo dentro di noi. Certi momenti durano per sempre.

Queste parole mi hanno colpito profondamente, mi sono immedesimata immediatamente, quella sensazione ce l’ho addosso davvero, e me la porterò addosso per tutta la vita.

Al di là del dibattito sul personale/politico, è non solo politico ma incredibilmente attuale un altro passaggio, che commentando nel 2011 le Handsworth songs del Black Audio Film Collective del 1986 e la presentazione del film organizzata a causa dei disordini inglesi che nel frattempo erano emersi, potrebbe essere sottoscritto oggi in relazione agli eventi incredibili che si stanno succedendo negli Usa dopo la morte ormai divenuta iconica di George Floyd. Credo vada riportato per intero, al di là del breve passaggio che avevo evidenziato leggendolo.

Rivisto – e riascoltato – oggi, Handsworth Songs appare sinistramente (in)tempestivo. Le continuità tra anni Ottanta e oggi si impongono allo spettatore contemporaneo con forza sorprendente: come nel caso delle recenti sommosse, gli eventi del 1985 furono innescati dalle violenze della polizia; e le condanne dei disordini del 1985 come gesti criminali insensati avrebbero potuto essere pronunciate ieri dai politici Tory. Ciò spiega perché è importante resistere alla disinvolta narrazione secondo cui dopo la realizzazione di Handsworth Songs le cose sono “progredite” in modo lineare. Certo, il BAFC oggi partecipa agli eventi della Tate Modern sulla scia nei nuovi tumulti inglesi, cosa assolutamente impensabile nel 1985: ma come ha sottolineato Rob White nella discussione tenuta in occasione dell’evento alla Tate, oggi è molto improbabile che Handsworth Songs e opere simili vengano trasmesse e meno che mai commissionate da Channel 4. L’assunto che razzismo e brutalità della polizia siano relitti di un’epoca ormai passata è diventato parte della narrativizzazione reazionaria dei recenti disordini: sì, allora c’era la politica e il razzismo, ma non oggi, oggi non più… La lezione da ricordare – specialmente oggi che ci viene di nuovo chiesto di difendere l’aborto e di opporci alla pena di morte – è che le lotte non si vincono mai in modo definitivo.

Era appunto il 2011. Credo anche solo questo pezzo valga la pena di leggere un testo a volte spiazzante, soprattutto se non si possono cogliere tutti i riferimenti alla cultura anglosassone o a generi e stili che non si sono mai frequentati.

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