Su di noi, sul nostro sconforto

Ho aspettato qualche giorno, per lasciare decantare la rabbia e la foga del momento, essere più lucida. Invero, la rabbia è ancora tutta qua, ma spero di riuscire ad esprimermi più ragionevolmente.

Un paese disperato perché rinchiuso in casa per una pandemia, che dopotutto quelli che si sono lamentati di più, o che comunque hanno avuto e hanno voce per farlo, sono quelli che stanno meglio (o meno peggio). Perché i senzatetto, i migranti, i carcerati, chi viveva ai margini da prima, gli ultimi insomma, si trovavano già in una condizione peggiore, che si è potuta solo ulteriormente aggravare. Ma a chi importa?

Tutti impazziti perché rimasti in casa, con alcune comodità che si danno per scontate, i più insieme alle proprie famiglie, almeno in senso stretto. Non si vuole sminuire il disagio, ecco, è dura, è stata dura per tutti, vero?

Pensate se invece vi trovavate rinchiusi in una stanza, non a casa vostra, in un paese straniero, circondati da sconosciuti armati, che vi facevano spostare a piedi, costringendovi a camminare per ore, lunghissime ore, e tutto questo per 18 mesi. Unica compagnia un libro.

Davvero dall’alto della nostra privilegiata quarantena possiamo giudicare con tanta leggerezza il vissuto di una ragazza? Come si può ridurre la complessità in questo modo? Si chiede e mi chiede la cara L.

Questa storia non riguarda Silvia, o forse dovremmo dire Aisha, ma noi: il buco nero dal quale tutto giudichiamo e nulla facciamo. Abbiamo davvero grossi problemi con noi stessi, con la realtà, con la comprensione del mondo.

In fondo sono anche fortunata io. Fuori dalla bolla di Facebook ho solo intravisto, sfiorato il disagio che ci appartiene, perché sempre qualcuno vicino ha da dire a sproposito e ci vuole volontà ferrea per non controbattere e rispondere anche male. Sono anche fortunata perché posso avere qualche salutare boccata d’ossigeno leggendo le sagge parole di Loredana Lipperini, sul suo sempre necessario blog, che riescono ad allargare lo sguardo e aprono anche il cuore. Parole che il giorno dopo si fanno nette e chiare nel contestare il “femminismo bianco, vecchio, borghese, conservatore, indifferente alle mutazioni (e spesso anche alle differenze di classe, come si diceva un tempo) che espelle la complessità di pensieri e di pratiche”.

Sono fortunata perché nella mia cerchia prevale lo scoramento, lo sgomento di assistere a certe sparate da parte di persone che si conoscono come “normali”, empatiche, che hanno famiglia, che normalmente sanno immedesimarsi nelle condizioni degli altri. Come dice Loredana Lipperini non si tratta degli odiatori, quelli purtroppo si danno per scontati, è ben più allarmante la cattiveria delle persone comuni. R. si chiede dove sta la colpa, e sinceramente brancolo nel buio. Qualcuno credeva che con la pandemia saremmo migliorati, ma è puro wishful thinking. Dovremmo essere più coscienti e consapevoli di fronte alle tragedie, ma non è così. Del resto, se ancora il governatore della Lombardia può dire che la sua regione ha reagito meglio delle altre, effettivamente un problema lo abbiamo. E non penso sia sufficiente come spiegazione il fatto che sparando alto ci spiazzano al punto da renderci impotenti. Non penso però neanche che siamo di colpo peggiorati, come affermano le conclusioni di un pur condivisibile articolo apparso su Internazionale dal significativo titolo “Avremmo dovuto fermarci sulla soglia di quell’abbraccio“.

Il concetto di soglia è interessante, mi aiuta a riflettere sul fatto che quest’era social, che tutto sommato ci allontana invece di avvicinarci, ci fa dimenticare ogni limite, ci spinge ad interessarci dell’intimità degli altri con una spudoratezza senza precedenti. La morbosità con cui si cerca di frugare nelle vite degli altri, per giudicarle ovvio, mi ha sempre inquietata. Dalla canea che emerge in tante situazioni cerco sempre di scappare, e non avrei voluto scrivere neanche queste righe; se non ne avessi sentito davvero l’urgenza, se quella bolgia infernale non fosse scoppiata, saremmo state persone migliori.