No is not enough

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Nel 2016 l’elezione di Trump è stata vissuta come uno shock da una larga fetta di progressisti, anche se effettivamente non avrebbe dovuto essere così, visto che Trump è esattamente l’apoteosi del sistema in cui viviamo. Con la capacità di analisi che la contraddistingue Naomi Klein è molto chiara su questo punto. In No is not enough. Resisting Trump’s shock politics and winning the world we need, afferma “Trump is the logical culmination of the current neoliberal system” e non si ferma qui, sostenendo anche che “the current neoliberal system is not the only logical culmination of the human story”. Nell’introduzione è già spiegato molto bene:

(…) there is an important way in which Trump is not shocking. He is entirely predictable, indeed clichéd outcome of ubiquitous ideas and trends that should have been stopped long ago. Which is why even if this nighmarish presidency were to end tomorrow, the political conditions that produced it, and which are producing replicas around the world, will remain to be confronted. (…) the world we need won’t be won just by replacing the current occupant of the Oval Office.

Ammettere che Trump sia la logica conseguenza, e non la causa del sistema sembra scontato ma non lo è: lo stesso errore è stato commesso per anni dagli oppositori di Berlusconi in Italia, lasciandolo governare indisturbato per quasi un ventennio. Più avanti comunque la Klein rincara la dose: “Trump didn’t create the problem – he exploited it. And because he understood the conventions of fake reality better than anyone, he took the game to a whole new level”.

La lettura del libro è stata più lenta e sofferta del solito, senza colpa del testo, e non perché ho scelto la versione inglese, cosa che normalmente mi rallenta ma non così tanto, quanto per la situazione assurda ed emergenziale in cui ci troviamo. Questo ha evidentemente condizionato non solo i tempi ma anche la percezione del testo, per cui è inevitabile aver colto alcuni riflessi del presente angoscioso che viviamo:

A large-scale crisis – whether a terrorist attack or a financial crash – would likely provide the pretext to declare some sort of state of exception or emergency, where the usual rules no longer apply. This, in turn, would provide the cover to push through aspects of the Trump agenda that require a further suspension of core democratic norms (…)

Terribilmente vicino a quello che stiamo vivendo è anche il seguente passaggio:

We don’t go into a state of shock when something big and bad happens; it has to be something big and bad that we do not yet understand. A state of shock is what results when a gap opens up between events and our initial ability to explain them. When we find ourselves in that position, without a story, without our moorings, a great many people become vulnerable to authority figures telling us to fear one another and relinquish our rights for the greater good.

Il cambiamento climatico, protagonista di This changes everything e dell’ultimo On fire (prossimamente in lettura), compare spesso anche in questo testo, e direi in modo fisiologico visto la pervasività del tema; un esempio è quando l’autrice riporta che la Exxon Mobil sapeva già nel 1978 le conseguenze del sistema basato sui combustibili fossili e che sarebbero state necessarie di lì a pochi anni misure straordinarie per contrastarle.

Anche se l’analisi della Klein non si può definire marxista, di essa apprezzo la chiarezza sul fatto che il capitalismo non sia riformabile; non è con pochi aggiustamenti che si risolvono le crisi che attanagliano il sistema, che si tratti di quelle puramente economiche o sociali o ambientali. In sintesi è giusta la diagnosi ma carente la cura (vedasi il Green New Deal propugnato dall’autrice con forza).

What mainstream liberals have been saying for decades, by contrast, is that we simply need to tweak the existing system here and everything will be fine. You can have Goldman Sachs capitalism plus solar panel. But the challenge is much more fundamental than that. It requires throwing out the neoliberal rulebook, and confronting the centrality of ever-expanding consumption in how we measure economic progress.

Bellissime le pagine in cui Naomi Klein ricorda il “Powerful Global Movement” quello che alla fine del Novecento e nei primi anni Duemila era veramente forte: “from London to Genoa, to Mumbai, to Buenos Aires, Quebec City and Miami, there could not be a high-level gathering to advance the neoliberal economic agenda without counterdemonstrations”. Il movimento dei movimenti riusciva a mettere insieme istanze diverse e unire tante lotte in un’unica lotta. L’11 settembre ha provocato una frattura insanabile perché l’emergenza terrorismo ha permesso di creare un nuovo frame che recitava né più né meno: “o con noi o coi terroristi” mettendo in crisi le diverse anime del movimento. Il vuoto che si è venuto a creare è stato agevolmente riempito nel corso degli anni da Trump negli Stati Uniti e in generale dai partiti di estrema destra e populisti: “Politics hates a vacuum; if itsn’t filled with hope, someone will fill it with fear“.

Naomi Klein ripercorre anche la lungimirante analisi svolta in Shock Economy, perché resta un elemento importante della poltica contemporanea, oltre che la via maestra attraverso cui è stato imposto il capitalismo neoliberista in diverse parti del mondo: “Virtually any tumultuous situation, if framed with sufficient hysteria by political leaders, could serve this softening-up function”. L’autrice riconosce che nel 2007, all’epoca della pubblicazione del libro, la sua teoria poteva sembrare controversa, contestando la correlazione apparentemente indiscussa tra economia di mercato e democrazia, mentre il passare del tempo ne ha dimostrato l’accuratezza: “the extreme form of capitalism that has been remarking our world in this period (…) very often could advance only in contexts where democracy was suspended and people’s freedoms were sharply curtailed”. È essenziale rimarcare, come fa la Klein, che l’individualismo, la grettezza e il primato degli interessi egoistici non sono il primo impulso degli esseri umani, che tendono invece ad aiutarsi reciprocamente: “the shock doctrine is about overriding these deeply human impulses to help, seeking instead to capitalize on the vulnerability of others in order to maximize wealth and advantage for a select few”.

Una crisi può portare ad una spirale distruttiva oppure essere un’opportunità, in base alle condizioni concrete di chi si trova ad affrontarla (e anche qui, nuovi sinistri echi del presente).

It is true that people can regress during times of crisis. I have seen it many times. In a shocked state, with our understanding of the world badly shaken, a great many of us can become childlike and passive, and overly trusting of people who are only too happy to abuse that trust. But I also know, from my own family’s navigation of a shocking event, that there can be the inverse response as well. We can evolve and grow up in a crisis, and set aside all kinds of bullshit – fast.

Naomi Klein parla a questo proposito dell’11 settembre e di come sia stato uno shock in cui la generalità della popolazione non è riuscita a reagire. Questo perché eventi traumatici del passato erano stati vissuti ed elaborati da alcune comunità, ma non in maniera più ampia e collettiva. Non c’è una narrativa condivisa insomma, e mi pare sia avvenuto lo stesso in Italia, dove al di là di alcune retoriche patriottarde la Resistenza al fascismo come momento fondativo della Repubblica non è mai entrato nel discorso dominante, permettendo sia tentativi anche grotteschi, che sarebbero comici se non fossero tragici, di emergere, sia ai partiti neofascisti di autolegittimarsi in una democrazia che dovrebbe di diritto escluderli.

Al netto della vaghezza delle soluzioni proposte, le analisi di Naomi Klein sono molto stimolanti e puntuali. Il testo si chiude con il Leap Manifesto, che tenta di unire diversi piani di lotta, dai diritti dei popoli indigeni, alla tutela dell’ambiente. Si tratta di un documento politico interessante anche se dal punto di vista marxista evidentemente insufficiente. Particolarmente interessante infine la condanna dell’austerity, una politica che è bene attenzionare perché non è detto che non ci venga riproposta come necessaria alla fine della fase emergenziale per fare pagare ai soliti (a noi) i costi della crisi:

We declare that “austerity” -which has systematically attacked low-carbon sectors like education and healthcare, while starving public transit and forcing reckless energy privatizations – is a fossilized form of thinkinf that has become a threat to life on earth.

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