Resistere nell’emergenza, uscire coi corpi e con le menti

La necessità di scrivere in questo frangente è aumentata, moltiplicata dalle mille sollecitazioni neurali, più si ferma il corpo più la mente cammina, ed oltre al durante, al qui ed ora urgente e impellente, si viaggia fino ad un domani indefinito perché chissà quando riavremo una parvenza di normalità. Si ragiona quindi del dopo, in forme diverse, in forma di articolo come fa Francesco Costa su il Post, in forma di racconto come fa @MonsierEnRouge, ammettendo chiaramente che sei mesi fa (ma anche due) sarebbe stato fantascienza, e invece. C’è in parte un ripiegarsi in se stessi, comunque scoprendo la responsabilità perché come dice Pietro Saitta non si può prescindere dal sé. Ne risultano diari densi che non possiamo che condividere, ad esempio quello di @Yamunin, sono comunque tutte forme di resistenza all’emergenza, o meglio ai dispositivi che ci vengono imposti in suo nome.

Come sto trascorrendo le giornate, mi chiede una cara amica. Leggo, leggo tanto, dovrei leggere tante cose ma leggo soprattutto di questo eterno presente sospeso: necessità, ricerca di vie di fuga. Sto scrivendo col nano in braccio che mi tiene la penna. Mi riempie le giornate, questo è sicuro, vorrei riempire le sue: ho paura che si annoi. Stamattina abbiamo fatto di nuovo le bolle di sapone in balcone, fortuna che c’è il sole. Vorrei portarlo fuori a passeggiare, ne ha bisogno più di me che sono pantofolaia da sempre (anche se, il divieto crea ribelli, l’occasione fa l’uomo leader, no ladro, insomma…) So che non c’è un divieto di passeggiare ma so che meno ci muoviamo più sicuri siamo e mi sento bloccata. Nel weekend ho fatto uscire il consorte da solo, perché ne aveva sicuramente bisogno, al contrario di me. In settimana lavora comunque, e chissà quanto è sicuro in giro; quindi cerco i modi per farlo stare a casa in sicurezza, scioperi non se ne parla, il motto è ognuno per sé e neanche questa situazione assurda apre gli occhi né tanto meno il cuore, è tutto un si salvi chi può.

Se uscissi col nano per una sacrilega passeggiata avrei la sicura riprovazione, oltre i fermi rimproveri di gente più “sveglia” di me, anche se lo portassi a passeggiare in uno spazio aperto e vuoto, metti la spiaggia di ponente. Dovrò farlo. Quello che odio è dovermi scontrare con la presunzione autoritaria per cui l’invito a stare in casa è un obbligo inderogabile, come se non fosse necessità uscire di casa per respirare, guardare il mare, fare una passeggiata. E mentre cucino ho la fortuna di ascoltare la voce della compagna Filo e le sono grata. Se qualcosa di buono esce da questa crisi è il moltiplicarsi delle nostre voci, le analisi e e le riflessioni. Ancora una volta è imprescindibile Giap, dai consigli di resistenza all’emergenza, al primo dei due post di Wolf Bukowski, appena pubblicato, il cui lavoro sul decoro torna più che mai utile proprio adesso. Tutto questo sembra cozzare fortemente con la narrativa dominante, mi dicono che essendo fuori da Facebook non mi rendo conto dell’unanimità della retorica unitaria e persino patriottica, dettata dalla paura, da uno sconvolgimento del quotidiano di ognuno di noi che non ha precedenti, e forse è un bene per la mia sanità mentale. Continuo a preferire altre strade, ed è confortante sapere di non essere sola. Ascoltate ancora la compagna Filo, e la sua Cappuccetto Rosso ai tempi dell’emergenza, è necessario e anche bello.