Prima lezione di diritto

grossiDevo ringraziare Mentalismo democratico ed in particolare @Annama se ho scoperto questo libro che mi aiuta a riappacificarmi con la parte giuridica dei miei studi; qualche settimana fa infatti citavo questo articolo di Sandro Moiso, ed in particolare:

Tagliamo la questione senza ulteriori tentennamenti. Fascismo e democrazia non sono che forme politiche, contingenti e mutevoli, volte al medesimo scopo: la conservazione dell’esistente, la garanzia del soggetto dominante di continuare il suo processo di accumulazione, sfruttamento e dominio senza tanti intoppi. Il contrario di fascismo non è democrazia, ma Rivoluzione. Il battito profondo dell’epoca. S. Moiso

quando mi è stato consigliato il testo di Paolo Grossi Prima lezione di diritto, un libro che dal titolo, e conoscendo il tono medio dei manuali e della saggistica giuridica in genere, non avrei mai preso in considerazione, e invece come mi è stato anticipato “smonta uno a uno tutti gli pseudostrumenti della democrazia o meglio il modo in cui si usano”; quella volta è stata una discussione che tra l’altro ha avuto il merito di convincermi a riprendere in mano il mio piccolo testo sulla democrazia per dargli una collocazione su questo blog. Vorrei allora riprendere alcuni brani del libro di Grossi, per rendere l’idea dell’approccio:

Noi siamo troppo spesso abbacinati da quel che avviene nello Stato, che è un ordinamento autoritario, dove il diritto si deforma in comando e dove l’evento terribile della sanzione è una sorta di appendice normale del comando, tanto normale da farla ritenere sua parte integrante. Ma di appendice si tratta, e avente a oggetto un evento assolutamente ipotetico: la possibile inosservanza.

Un testo che parla del diritto non come principio primo e supremo di tutte le cose, ma che sottolinea più volte la strumentalità del diritto rispetto all’uomo, anzi agli uomini in società, è tutt’altro che banale soprattutto se adottato come libro di testo. E ancora l’analisi storica, un elemento fondante per qualsiasi marxista:

Il costo per noi giuristi è consistito in una sorta di abbacinamento: non ci siamo accorti che la statualità era un prodotto storico contingente, l’abbiamo assolutizzata e abbiamo assolutizzato una nozione di diritto assai relativa sia sotto il profilo temporale (frutto del moderno) sia sotto quello spaziale (Europa continentale).

In questa parte del testo l’autore accosta il diritto alla lingua nella loro dimensione istituzionale, nel senso che entrambi sono complessi istituzionali, volti cioè a creare un ambito superindividuale che viene assunto come “realtà autonoma con una sua vita stabile all’interno dell’esperienza sociale”. È davvero interessantissimo anche il riferimento alla tematica del bene comune in stridente contrasto con l’astratto principio di legalità:

Il principio di strettissima legalità, cioè della necessaria corrispondenza di ogni manifestazione giuridica alla legge, è al cuore della società ed è propugnato come suprema garanzia del cittadino contro gli arbitrii della pubblica amministrazione e di cittadini socialmente ed economicamente forti. Resta invece impensabile l’idea dell’arbitrio e degli abusi del legislatore, il quale subisce un processo di stucchevole idealizzazione ed è proposto come l’interprete e il realizzatore del bene comune grazie alla sua onniscienza e onnipotenza.

(…) Il bene pubblico è, in realtà, il bene di pochi, giacché lo stato borghese – così suadente e paterno nelle oleografie della propaganda ufficiale – è rigidamente elitario e rappresenta l’instaurazione di una pseudodemocrazia, entro la quale il ‘quarto stato’, quello popolare che non aveva assolutamente fatto la Rivoluzione dell’89, è ancora in attesa d’una posizione protagonistica.

Il giurista si sofferma inoltre sulla definizione dello Stato di diritto ed in particolare dei suoi limiti, con un sorprendente (forse) riferimento al parlamentarismo:

è uno Stato parlamentare, che assume il Parlamento come organo centrale e caratterizzante, giacchè ciò gli consente un ammantamento democratico, anche se la rappresentanza popolare – rappresentanza di pochi, di pochissimi – si risolve in una arrogante finzione; è uno Stato in cui il Parlamento, in grazia di questa finzione, si propone come onnisciente e onnipotente, e perciò insindacabile; (…)

L’autore chiude il discorso facendo un interessante riferimento ai diritti al plurale, e soprattutto importante perché riprende i riferimenti alla comunità e alle radici collettive del diritto, contro ogni presunto individualismo:

Ed ecco la raccomandazione  con cui tengo a chiudere il nostro libretto: non dimenticare mai che questi diritti sono conferiti al singolo non in quanto isola solitaria ma accando a un altro e a molti altri,  sono conferiti al singolo quale soggetto inserito in una comunità storicamente vivente.

Tutto l’opposto di come viene considerato purtroppo troppo spesso comunemente il diritto, strumento del singolo contro altri singoli o contro lo Stato, tutela degli interessi privatistici e neanche troppo in fondo egoistici.

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