Storie della tua vita

tedchiangHo scoperto Ted Chiang guardando l’adattamento cinematografico di Storia della tua vita, il racconto che dà il nome alla raccolta. The Arrival, questo il nome del film, è stata una visione davvero appassionante, ben lontana dai cliché dei soliti film sugli alieni. Incuriosita da una trama davvero profonda e coinvolgente ho indagato e scoperto che si trattava appunto dell’adattamento di un racconto. A questo si è aggiunta la sempre mitica Loredana Lipperini che sia sul blog che su Facebook, dove l’ho letta costantemente finché non ho deciso di disiscrivermi, a consigliare lo scrittore e così mi sono decisa a leggerlo, scavalcando la sempre lunga coda di lettura. Le aspettative non sono state deluse e per questo vorrei condividere le mie impressioni insieme a qualche citazione che ho raccolto leggendolo. Comincerei proprio da Storia della tua vita, saltando l’ordine dei racconti perché mi ha coinvolta particolarmente. La cosa che più mi ha colpito è sicuramente il modo in cui vengono immaginati il linguaggio degli eptapodi e le modalità di interazione attraverso di esso. Credo che dipenda non solo dall’originalità e dalla complessità dell’idea ma anche dalla mia passione per il linguaggio e le sue implicazioni, o forse per i segni in generale (prima o poi mi deciderò a studiare la semiotica?). Mi piacerebbe ricordare o capirne più di fisica (e di matematica, e mi riferisco qui anche ad altri racconti) per apprezzare meglio e capire in maniera più completa la trama, che resta comunque godibile. Dopo questa lettura conto di rivedere il film e magari rileggere prima il racconto. Passo quindi agli altri racconti.

Torre di Babele è un racconto apparentemente religioso che si occupa del superamento dei limiti umani, in cui i protagonisti, come sottolinea l’autore nella nota al racconto, “possono essere religiosi, ma si affidano all’ingegneria più che alla preghiera”. Di tutti forse è quello che mi ha entusiasmato meno.

Gli individui sono tragicamente simili a marionette, animate ciascuna per conto suo ma legate a una ragnatela che scelgono di non vedere; potrebbero resistere, se volessero, ma così pochi lo fanno.

Capire è un racconto che esplora l’eventualità di una mente potenziata, ad esempio il linguaggio dei segni emotivi del protagonista viene ad un certo punto sostituito da una matrice di equazioni interrelate. L’incontro con un altro individuo trattato con l’ormone K che potenzia la capacità cognitiva è l’occasione per mettere in discussione la visione del mondo del protagonista, totalmente disinteressato ai normali, ma come in tutte le storie costruite a modo, il confine tra bene e male è tutt’altro che netto.

Albert Einstein una volta disse: “Finché le proposizioni della matematica descrivono la realtà, esse non sono certe; e finché sono certe, non descrivono la realtà.

I teoremi di Gödel, la formula di Eulero, il fatto che la matematica sia incoerente, la destabilizzazione che ciò può comportare per la mente umana, tutto questo è Divisione per zero. Come dicevo, vorrei saper padroneggiare meglio queste cose, come e^πi+1=0 per apprezzare meglio questo racconto, che comunque è comprensibile e godibile anche se sfuggono le questioni “tecniche”. C’è da dire poi che le letture che spingono a conoscere qualcosa sono a volte più interessanti, e intriganti, di quelle che te le fanno scoprire direttamente.

“Non completamente, e certo non all’inizio: quando si saprà la verità sul calo della fertilità, negare alle classi inferiori l’accesso all’impressione del nome sarebbe un invito alla sedizione. Ed è ovvio che le classi inferiori hanno un ruolo da svolgere nella nostra società, purché la loro proliferazione venga tenuta sotto controllo. Prevedo che questa politica entrerà in vigore solo dopo che saranno passati alcuni anni, durante i quali la gente si abituerà all’impressione nominale come metodo di fertilizzazione. A quel punto, forse in parallelo con un censimento, potremo imporre un limite al numero di bambini che sarà permesso avere a una data coppia. Il governo in seguito regolerebbe la crescita e la composizione della popolazione”.

“È questo l’uso più appropriato di un nome così potente?” chiese Ashbourne. “Il nostro obiettivo era la sopravvivenza della specie, non l’attuazione di politiche di parte”.

“Al contrario, è una questione puramente scientifica. Proprio come è nostro dovere assicurare che la specie sopravviva, è anche nostro dovere garantirne la salute mantenendo un giusto equilibrio nella sua popolazione. La politica non c’entra; se la situazione fosse rovesciata e ci fosse scarsità di lavoratori, sarebbe necessaria la politica opposta”.

Questo è uno stralcio di un dialogo davvero interessante e istruttivo trtto da Settantadue lettere, un racconto che intreccia fantascienza e distopia, in cui l’autore ha collegato l’idea del golem, e il potere creativo del linguaggio, cosa che personalmente mi affascina molto, con la teoria della preformazione, secondo la quale gli organismi esistono già perfettamente formati nelle cellule riproduttive dei loro genitori. Il risultato è davvero notevole.

L’evoluzione della specie umana è un racconto brevissimo, prima pubblicato all’interno della rivista Nature, che parla di riviste scientifiche in un contesto dove le ricerche tradizionali si incontrano/scontrano con quelle dei metaumani e si viene a creare il problema della comprensione di queste ultime da parte dei primi. L’autore nella nota al racconto cita William Gibson: “Il futuro è già qui; solo che non è ancora distribuito in modo uniforme”, e condivido la sua posizione secondo cui “sarà così qualunque siano le rivoluzioni tecnologiche che ci aspettano”.

L’Inferno è l’assenza di Dio è un racconto atipico sugli angeli, visti come fenomeni dal potere terrificante. In questo contesto “anomalo” gli angeli compiono continue “visitazioni” sulla terra con conseguenze simili ai disastri naturali: ogni volta c’è un bilancio di morti e feriti, mentre ci sono coloro che sperano di godere della loro visione. I disastri naturali per l’autore si associano alle sofferenze degli innocenti, e da qui parte una storia che in qualche modo vendica il deludente finale del Libro di Giobbe: “mi sembra che (…) manchi il coraggio delle sue convinzioni: se l’autore credeva veramente che la virtù non è sempre compensata, non sarebbe dovuto finire con Giobbe ancora privato di tutto?”

Il piacere di ciò che vedi: un documentario è scritto proprio in forma di documentario perché la storia si dipana attraverso le dichiarazioni di una serie di personaggi. In questo racconto il tema centrale è quello della calliagnosia, un sistema che impedisce alle persone di distinguere la bellezza negli altri, studiato per evitare che qualcuno venga avvantaggiato o comunque discriminato in base al proprio aspetto. La bellezza è quindi il punto focale: dà indiscutibili vantaggi ma è anche un fardello per chi la porta? Sicuramente la bellezza continuerà a svolgere il suo ruolo nel mondo, nel bene e nel male, ma anche a me come all’autore non dispiacerebbe provare la calliagnosia se fosse disponibile.

La realtà è che non abbiamo accesso ai contenuti dei pensieri di chicchessia. Possiamo intervenire grosso modo su qualche aspetto della personalità, creare modifiche consistenti in zone molto specializzate del cervello, ma si tratta di aggiustamenti piuttosto rozzi. Non c’è nessun circuito neurale che gestisca specificamente il risentimento verso gli immigrati, non più di quanto ce ne sia uno per la dottrina marxista o per il feticisimo dei piedi. Se mai raggiungeremo la programmazione della mente, allora saremo in grado di indurre la “cecità alla razza”; ma fino ad allora la nostra migliore speranza è l’educazione.

Quest’ultimo racconto mi dà lo spunto per trarre alcune conclusioni sul libro nella sua interezza. Dopo aver esplorato scenari molto remoti nel tempo e nell’immaginazione, l’irrealtà più estrema, futuri contatti con alieni dalle implicazioni straordinarie, alla fine la raccolta si chiude con una forma di fantascienza più “realistica” o comunque più aderente alle possibilità del reale. Mi sembra importante questa scelta e non penso sia casuale il richiamo all’educazione e alla cultura, fondamentalmente alla forza dell’umanità, nonostante tutto.