Il coronavirus e noi

p-402-maschera_naso_scaramouche_ironNon mi piace scrivere dell’argomento del giorno perché è evidente che il cosa sia importante prima ancora del come e del perché; si tratta dell’annosa questione dell’agenda setting, che sovradetermina il resto. Tutto vorrei fare fuorché parlare del coronavirus, tema che ormai domina l’intero spettro informativo relegando ai margini tutto ciò che accade (ehi, il mondo non si ferma, nonostante tutto, al massimo si ferma Milano… frega ancora qualcosa del Rojava, ad esempio?), al punto che pure il calcio, argomento che normalmente almeno una volta a settimana da noi prende il sopravvento nel discorso pubblico, ne è fortemente condizionato con stop e rinvii. Dev’essere davvero grave allora, anche se a livello mediatico siamo in realtà in una sorta di fase 2, che consiste nel minimizzare e normalizzare una situazione che rischia di avere pesanti conseguenze, in buona parte dovute alla fase 1 di assoluto allarme e caratterizzata da toni sensazionalistici e apocalittici. Ma ripeto, non voglio parlare della questione sanitaria in sé, quanto piuttosto delle sue implicazioni socioeconomiche e politiche (vedere ad esempio questo lucidissimo comunicato dei centri sociali del NordEst). Questo dovrebbe essere l’argomento principale sulla bocca di tutti, e per fortuna non è obbligatorio essere esperti per avere una propria idea in merito (e anzi guai a delegare tutto agli esperti, se i problemi sono “tecnici”, le soluzioni sono sempre politiche, con buona pace dei nedestrinesinistri).

elefanteTorna in mente anche il necessario insegnamento di Lakoff sui frame. Ho letto molto circa le conseguenze della diffusione del virus alle nostre latitudini, e quel che si riaffaccia continuamente è il bisogno di farne discorso politico, quasi che da ciò che accade possa nascere un’opportunità di riappropriarsi del discorso politico e sociale. D’altronde come dice il mio amico Pietro si tratta di un oggetto culturale e politico. E se è vero che esagera Agamben nel definire immotivata l’emergenza, è anche vero che lo stato d’eccezione è un qualcosa che è sempre più presente e anche in questa occasione si può ben cogliere. E allora ben vengano le analisi che intendono sviscerare non tanto le intenzioni quanto gli effetti, quelli sì importanti per le ricadute sul quotidiano di tutti noi, come quelle svolte in questi giorni dai Wu Ming, qui e qui e sapientemente arricchite dal sempre attento commentarium dei giapsters. Ben venga anche il fermarsi a riflettere sul come si fa analisi e quanto sia importante non soffermarsi sulla critica negativa pura, come fa bene Davide Grasso su minima&moralia con particolare riferimento ad Agamben.  Non si tratta dunque di schierarsi, bisogna rigettare i due frame uguali e contrari che si sostengono mutualmente, quello dell’emergenza assoluta e quello “complottista” della minimizzazione. Dal punto di vista sanitario e medico per chiunque voglia accertarsene è evidente che non bisogna sottovalutare ciò che sta accadendo e i possibili scenari futuri. Occorre invece prendere atto da subito che la riflessione debba spostarsi sulla reale tutela della salute e quindi non può che partire dal necessario potenziamento del sistema sanitario nazionale, e dalla sua riunificazione contro i numerosi tentativi di regionalizzazione. Si deve difendere la sanità pubblica non per partito preso ma perché niente di meglio dell’evidenza data da questo genere di accadimento dimostra quanto sia insensato affidare a chi rincorre i profitti un bene comune come la salute. Questo significa anche tutelare i lavoratori della sanità, ricordarsi ad esempio che hanno un contratto scaduto da 18 mesi. Nel frattempo nel criticare le ordinanze emesse da governo, governatori regionali e sindaci per la loro variabilità, incoerenza e spesso contradditorietà, bisogna sottolineare come chiudere settorialmente solo le istituzioni e gli eventi culturali qualsiasi sia la motivazione intrinseca la prima banale conseguenza è la solita confessione: che la cultura è sacrificabile. Anche la chiusura di asili e scuole è oggetto di dibattito, ma prima ancora di pensare se sia giusto o sbagliato, si è discusso se ciò sia affordabile dalle famiglie che magari non hanno alternative? E i lavoratori precari e meno garantiti che stanno rischiando o direttamente perdendo il posto di lavoro a causa delle chiusure improvvisate? Tutto questo ci dice che c’è un conflitto latente pronto a scoppiare e che andrebbe reso esplicito, spiegato a noi stessi e a chi ci circonda, perché non viviamo su Marte, ma magari vicino ad una coppia di genitori lavoratori che con le scuole chiuse non sanno a chi lasciare i figli e se si assentano da lavoro rischiano di essere licenziati o che non gli venga rinnovato il contratto. Siamo immersi nel realismo capitalista, e proprio un giapster nel secondo dei post linkati sopra cita Fisher:

“La lunga e oscura notte della fine della storia deve essere considerata come un’enorme opportunità. La pervasività molto opprimente del realismo capitalista significa che anche i barlumi di possibilità politiche ed economiche alternative possono avere un grande effetto di impatto sproporzionato. Il più piccolo evento può aprire un buco nella tenda grigia della reazione che ha segnato gli orizzonti delle possibilità sotto il realismo capitalista. Da una situazione in cui nulla può accadere, all’improvviso tutto è nuovamente possibile.”

E infine si può e si deve parlare della normalizzazione delle misure eccezionali restrittive della libertà: com’è possibile che ci si possa ammassare nei centri commerciali magari per fare incetta di prodotti igienizzanti spinti dal terrorismo mediatico e poi vengano vietate le assemblee sindacali? L’emergenza, se tale, non deve derogare ai princìpi se non per lo stretto necessario, e una tantum, mentre non è peregrino chi paragona le misure adottate in questo frangente con quelle adottate sull’ondata emotiva indotta dal terrorismo (post 11 settembre e successivo) e progressivamente normalizzate.

Al momento il frame dominante è che bisogna ripartire altrimenti le conseguenze sull’economia (già fragile e prossima ad una recessione se possibile più grave di quella del 2008*) saranno devastanti. Dopo averci spaventato a morte con dirette h24 dalle zone rosse, senza minimamente preoccuparsi dell’espressione, che a me mette i brividi almeno dal 2001, dopo l’hype mediatico ora, anzi già da qualche giorno è arrivato il contro ordine, e pure i titoli di Libero, nella loro bestialità tra le migliori cartine tornasole del livello dei media mainstream, si sono ridimensionati. Quello che noi dobbiamo fare invece è rifiutare la presunta normalità e rovesciare il frame: ci vogliono far credere che sia normale socializzare le perdite e privatizzare i profitti, e anche questa emergenza la pagheranno i più deboli. Questo va denunciato e combattutto.

*A questo proposito, quando arriverà la crisi, perché è questione di tempo, scommetto che si farà a gara per dare la colpa all’eccezionalità del virus, mentre sarà nostro compito dimostrare che al massimo quello ha accelerato un processo che era già in corso, come una pallina che scivola su un piano inclinato.

Prima lezione di diritto

grossiDevo ringraziare Mentalismo democratico ed in particolare @Annama se ho scoperto questo libro che mi aiuta a riappacificarmi con la parte giuridica dei miei studi; qualche settimana fa infatti citavo questo articolo di Sandro Moiso, ed in particolare:

Tagliamo la questione senza ulteriori tentennamenti. Fascismo e democrazia non sono che forme politiche, contingenti e mutevoli, volte al medesimo scopo: la conservazione dell’esistente, la garanzia del soggetto dominante di continuare il suo processo di accumulazione, sfruttamento e dominio senza tanti intoppi. Il contrario di fascismo non è democrazia, ma Rivoluzione. Il battito profondo dell’epoca. S. Moiso

quando mi è stato consigliato il testo di Paolo Grossi Prima lezione di diritto, un libro che dal titolo, e conoscendo il tono medio dei manuali e della saggistica giuridica in genere, non avrei mai preso in considerazione, e invece come mi è stato anticipato “smonta uno a uno tutti gli pseudostrumenti della democrazia o meglio il modo in cui si usano”; quella volta è stata una discussione che tra l’altro ha avuto il merito di convincermi a riprendere in mano il mio piccolo testo sulla democrazia per dargli una collocazione su questo blog. Vorrei allora riprendere alcuni brani del libro di Grossi, per rendere l’idea dell’approccio:

Noi siamo troppo spesso abbacinati da quel che avviene nello Stato, che è un ordinamento autoritario, dove il diritto si deforma in comando e dove l’evento terribile della sanzione è una sorta di appendice normale del comando, tanto normale da farla ritenere sua parte integrante. Ma di appendice si tratta, e avente a oggetto un evento assolutamente ipotetico: la possibile inosservanza.

Un testo che parla del diritto non come principio primo e supremo di tutte le cose, ma che sottolinea più volte la strumentalità del diritto rispetto all’uomo, anzi agli uomini in società, è tutt’altro che banale soprattutto se adottato come libro di testo. E ancora l’analisi storica, un elemento fondante per qualsiasi marxista:

Il costo per noi giuristi è consistito in una sorta di abbacinamento: non ci siamo accorti che la statualità era un prodotto storico contingente, l’abbiamo assolutizzata e abbiamo assolutizzato una nozione di diritto assai relativa sia sotto il profilo temporale (frutto del moderno) sia sotto quello spaziale (Europa continentale).

In questa parte del testo l’autore accosta il diritto alla lingua nella loro dimensione istituzionale, nel senso che entrambi sono complessi istituzionali, volti cioè a creare un ambito superindividuale che viene assunto come “realtà autonoma con una sua vita stabile all’interno dell’esperienza sociale”. È davvero interessantissimo anche il riferimento alla tematica del bene comune in stridente contrasto con l’astratto principio di legalità:

Il principio di strettissima legalità, cioè della necessaria corrispondenza di ogni manifestazione giuridica alla legge, è al cuore della società ed è propugnato come suprema garanzia del cittadino contro gli arbitrii della pubblica amministrazione e di cittadini socialmente ed economicamente forti. Resta invece impensabile l’idea dell’arbitrio e degli abusi del legislatore, il quale subisce un processo di stucchevole idealizzazione ed è proposto come l’interprete e il realizzatore del bene comune grazie alla sua onniscienza e onnipotenza.

(…) Il bene pubblico è, in realtà, il bene di pochi, giacché lo stato borghese – così suadente e paterno nelle oleografie della propaganda ufficiale – è rigidamente elitario e rappresenta l’instaurazione di una pseudodemocrazia, entro la quale il ‘quarto stato’, quello popolare che non aveva assolutamente fatto la Rivoluzione dell’89, è ancora in attesa d’una posizione protagonistica.

Il giurista si sofferma inoltre sulla definizione dello Stato di diritto ed in particolare dei suoi limiti, con un sorprendente (forse) riferimento al parlamentarismo:

è uno Stato parlamentare, che assume il Parlamento come organo centrale e caratterizzante, giacchè ciò gli consente un ammantamento democratico, anche se la rappresentanza popolare – rappresentanza di pochi, di pochissimi – si risolve in una arrogante finzione; è uno Stato in cui il Parlamento, in grazia di questa finzione, si propone come onnisciente e onnipotente, e perciò insindacabile; (…)

L’autore chiude il discorso facendo un interessante riferimento ai diritti al plurale, e soprattutto importante perché riprende i riferimenti alla comunità e alle radici collettive del diritto, contro ogni presunto individualismo:

Ed ecco la raccomandazione  con cui tengo a chiudere il nostro libretto: non dimenticare mai che questi diritti sono conferiti al singolo non in quanto isola solitaria ma accando a un altro e a molti altri,  sono conferiti al singolo quale soggetto inserito in una comunità storicamente vivente.

Tutto l’opposto di come viene considerato purtroppo troppo spesso comunemente il diritto, strumento del singolo contro altri singoli o contro lo Stato, tutela degli interessi privatistici e neanche troppo in fondo egoistici.

Excursus sulla democrazia

[La parte centrale di questo testo originariamente era stata pensata per una breve rubrica, nella quale alla fine non è stato pubblicato. Le riflessioni contenute mi sembrano utili per cui ho deciso che la seppur ridotta visibilità del blog potrebbe andare bene comunque.]

Sono convinta del potere insito nel linguaggio perché esso informa il nostro mondo e ne è condizionato, per cui le parole, soprattutto alcune parole, hanno un peso particolare ed è un peccato che vengano banalizzate e in genere usate senza cognizione. Una di queste parole, che a furia di tirare la coperta vogliono ormai significare tutto e niente è democrazia; il suo utilizzo indiscriminato salta subito agli occhi se si pensa che indistintamente si elogia la grande democrazia americana (e cioè statunitense: a proposito dell’importanza delle parole, non ho mai tollerato la reductio di un continente così complesso come quello americano ai soli Stati Uniti d’America), o si definisce unica democrazia del Medio Oriente Israele, uno stato praticamente confessionale e razzista, oppure ci si riferisce all’India come alla più grande democrazia, dimenticando ad esempio l’esistenza delle caste, ma senza andare lontani anche la nostra è considerata una democrazia, nonostante tutto ciò che dovremmo sapere sulla sua nascita e il suo mantenimento nel tempo. Ma cosa significava originariamente la parola democrazia? E come si è evoluto nel tempo il concetto? Ci viene in soccorso Zygmunt Bauman.

La democrazia, dall’antica Grecia ad oggi, passando per i giacobini

“Raramente incontriamo una affermazione relativa ai rapporti sociali che non sia ideologica, che non abbia dunque carattere di classe”. Così Bauman, in un testo della sua “fase marxista” dal titolo Lineamenti di una sociologia marxista pubblicato nel 1968 poco prima di essere estromesso dall’Università, si riferisce ai termini pregni di “concezione del mondo”, che rappresentano i rapporti di forza reali e anche se vengono sbandierati come neutri non lo sono. In un lungo paragrafo il sociologo polacco fa l’esempio della parola democrazia, della sua evoluzione e ambivalenza semantica, un excursus particolarmente interessante.
L’espressione democrazia infatti ha un’interpretazione tradizionale di origine greca ed un’altra resa mainstream dal pensiero borghese che l’ha adottata a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, piegandola alle proprie necessità. Cosa vuol dire in fondo democrazia? Il legislatore ateniese Cleone la definì “governo del popolo, attraverso il popolo, per il popolo”. Ovviamente anche in epoca classica il vero significato della parola dipendeva da come si allargava o restringeva il concetto di demos: ad esempio Pericle considerava democratico il governo ateniese perché retto da molti, anche se per molti si intendevano esclusivamente i liberi, per cui dava legittimità al sistema così com’era. Per Platone il dato fondamentale era chi detiene il potere, non come lo esercita, e simile era la concezione aristotelica: “quando il potere è nelle mani dei ricchi, anche se numerosi, è un potere oligarchico, quando è nelle mani dei poveri è democrazia”; che si difendesse o criticasse il concetto in sé, si riconosceva la questione di potere e non di governo, di contenuto e non di forma. Quando è nato il sistema parlamentare basato sui partiti non è stato affatto definito come democratico, poiché erano stati i giacobini ad appropriarsi della parola e Saint Just in suo nome chiedeva il pugno di ferro contro i suoi (della democrazia, appunto) nemici; afferma Bauman che “per i giacobini democrazia significava un illimitato, indiscriminato potere del popolo e la pienezza della sua sovranità era affidata all’azione spontanea delle masse”. Per alcuni decenni rimase forte questa impronta rivoluzionaria, di classe e popolare, fino a quando alcuni borghesi tra coloro che temevano la democrazia invocata dalle e per le masse scelsero di volgere a loro vantaggio il suo significato piuttosto che demonizzarlo. Tocqueville ad esempio stravolse il concetto definendolo come indipendenza dell’individuo nei confronti dello Stato e così annullandone totalmente il valore collettivo e di riscatto popolare. Lentamente dalla sostanza la questione si è spostata alla forma e il come è divenuto predominante al punto da additare i giacobini come dittatori, e quindi estrema negazione della democrazia. Ma in realtà questi due termini, democrazia e dittatura, non sono semplicemente opposti anzi, la dittatura del proletariato, sostiene Bauman, è la forma più piena di democrazia, e per Marx essa si conquista quando il proletariato diviene classe dominante.

BoJack Horseman

Per un sacco di gente la vita è solo un lungo calcio tirato nell’uretra. E a volte quando torni a casa dopo un giornata di calci nell’uretra ti va solo di guardare uno show su gente amabile dove si vogliono tutti bene. E dove qualunque cosa succeda alla fine di quella mezz’ora, be’, è tornato tutto a posto. No, sai, perché nella vita vera… ho già detto quella cosa lì dell’uretra? (BoJack)

Before the truth will set you free, it’ll piss you off
Before you find a place to be, you’re gonna lose the plot
Too late to tell you now, one ear and right out the other one
‘Cause all you ever do is chant the same old mantra (BMTH)

bojackPotrei essere a lutto dopo aver finito di vedere BoJack Horseman, perché quando finisce una serie che ti ha preso molto ti coglie quella sensazione di assenza, mentre in realtà razionalizzando ti convinci che l’importante è che sia finita bene, perché tutto nella vita finisce. Suona cinico? Beh, BoJack lo è molto di più e voglio scriverne perché credo ne valga davvero la pena; non in qualità di esperta di serie tv o chissà che, ma da semplice fan, se posso. È difficile classificare BoJack, una serie che è un incrocio unico tra drama e sit com, che ti fa ridere e arrabbiare e pensare, lasciandoti sempre quell’amaro in bocca dovuto alla presa di coscienza, più che alla delusione, dello “shit happens“, come direbbero gli inglesi e sì, se accade è anche colpa nostra.

Voglio… voglio dire che non capisco come fa la gente a vivere. Come fa a svegliarsi tutte le mattine e dire: “Sì, un altro giorno. Diamoci dentro!”? Come fa la gente? Non lo capisco. (BoJack)

E allora BoJack rappresenta davvero la cifra della nostra epoca, come spiegano quelli di Esquire mettendo in fila una lista di episodi migliori, e quasi magicamente riesce a rendere “umani troppo umani” una serie di personaggi che il più delle volte sono animali antropomorfi. Il nichilismo non ti consola ma ti accompagna e vorresti che non finisse, mentre gli episodi sono brevi e si susseguono senza soluzione di continuità, fino alla fine.

Non ho paura delle responsabilità. Mi impegno continuamente nelle cose. È quello che viene dopo quell’impegno che mi dà da pensare. (BoJack)

La vita è complicata, sono complicate soprattutto le relazioni, perché siamo animali sociali e questa è contemporaneamente la nostra forza e la nostra debolezza. Il cinismo di BoJack è anche questo, frutto di un’esistenza complicata, e quindi anche di se stesso, e la redenzione non è possibile in nessun caso.

Nessuno completa nessuno, non è un concetto reale. Se hai la fortuna di trovare qualcuno che riesci a sopportare, stringilo forte e non lasciarlo più. (BoJack)

Ognuno di noi avrà un personaggio preferito, per me è difficile, è più un ex-aequo tra BoJack e Diane, con punte di amore (forse) inspiegabile per Todd e voglia di picchiare Mr. Peanutbutter per il suo essere così com’è. Ma Diane! Come dicono su Esquire Diane è il personaggio più complesso e sfaccettato dopo BoJack, con una parabola di vita complessa e “radicato nel presente di tutto lo show”. Diane è davvero la più umana, nella rappresentazione grafica ma soprattutto nel suo percorso di vita.

I matrimoni sono fatti di bugie, più o meno. Ti ritrovi a dover dichiarare pubblicamente di passare tutta la vita con quella persona. Ma non puoi saperlo, lo stai solo dicendo. È tutta una farsa. Ma è una bugia basata su una verità: al centro della farsa c’è un seme di qualcosa di vero e puro, e quello strano e bellissimo seme è la ragione per cui ci si presta al resto. E a volte è difficile ricordarsi di quel puro e sfavillante seme, perché nel tempo si ricopre di tutte le discussioni, i compromessi e le delusioni. Ma non dimenticare che in fondo è sempre lì da qualche parte, anche se non lo vedi. E, magari, il solo sapere che c’è è più importante che vederlo. Ma funziona solo se ci credi davvero. (Diane)

Diane, guardarla su quei tetti, tante volte mi ci sono identificata, e forse per questo le voglio particolarmente bene.

E magari vai a scavare il niente e scopri che lì sotto non c’è niente, e allora guardi sotto quel niente e sotto c’è dell’altro niente, così continui a guardare un niente e un altro niente tutta la vita perché continui a pensare che sotto tutto quel niente qualcosa ci deve pur esser, ma tutto quello che trovi è il niente. (Diane)

Mr. Peanutbutter mi ha sempre provocato sentimenti contrastanti, tra la voglia di picchiarlo per la sua bontà e ingenuità apparentemente impossibile, mentre in altri frangenti appare più saggio e adulto di qualsiasi altro personaggio. Ha un carattere pazzesco, controverso, per nulla banale.

Tesoro io sono con te, qualunque cosa tu voglia fare, ma non troverai quello che cerchi in quegli orribili posti inventati. L’universo è solo un vuoto crudele e indifferente, la chiave per la felicità non è trovare un significato, ma tenersi occupati con stronzate varie fino a quando è il momento di tirare le cuoia. (Mr. Peanutbutter)

Certe volte Mr. Peanutbutter interviene sorprendendoti, ti sembra quasi che ci sia qualcuno di “normale” nella serie ma fortunatamente non dura, perché la normalità è noiosa no? O magari non esiste…

Credo che la cosa importante da ricordare sia che BoJack è un individuo tormentato che lotta contro un mare di demoni, spesso autogenerati, ma pur sempre reali. (Mr. Peanutbutter)

Katrina: L’ultima volta che hai visto gli occhiali?
Mr. Peanutbutter: Ero a un meeting con Princess Carolyn, lei diceva che dimentico sempre qualcosa. Così mi sono tolto gli occhiali, l’ho guardata negli occhi e ho detto: “Io non dimentico mai niente”. È lì che ho dimenticato gli occhiali.

Nell’ultimo episodio sono rimasta folgorata dal seguente scambio, e però leggendo altre citazioni mi rendo conto che nella sua apparente follia è forse stato sempre il più lucido di tutti, forse l’ho solo sottovalutato.

     Mr. Peanutbutter: E poi sto cercando di concentrarmi su me stesso adesso. Ho anche avuto una crisi di nervi, un giorno dallo piscologo ho sbroccato: “Il mio problema con le donne è relativo ai film di Christopher Nolan? Perché sì, le donne c’entrano, ma il punto della questione non sono mai le donne, sono io”.
BoJack: È una deduzione piuttosto arguta.
Mr. Peanutbutter: Così ho pensato: le mie dinamiche autodistruttive e i miei circoli viziosi sono simili al personaggio di Jim Carrey in ‘The Mask’? Insomma, qualcuno provi a fermarmi!
BoJack: Queste sono le tue considerazioni?
Mr. Peanutbutter: Um, beh, se sembro una band inglese Prog-Rock degli anni ’70? Beh, Yes!

Todd all’inizio sembra arrivare per incoraggiare il meglio di BoJack, redimerlo in qualche modo, ma come sempre ciò non è possibile e si vede presto, quando BoJack invece di aiutarlo finisce per sabotarlo. Todd è forse il personaggio più assurdo, nella sua innocenza si trova al centro di qualsiasi cosa, e fino alla fine si vede il suo sincero affetto per l’amico, nonostante tutto.

Sono rimasto invischiato in una bruttissima faccenda e un genocidio potrebbe essere stato o non essere stato commesso a mio nome. (Todd)

Adoro quando mi fanno le foto, è la prova che esisto. (Todd)

Avrete notato la quantità di citazioni che sto inserendo, vero? Se si iniziano a leggere si entra in un loop dal quale è difficile uscirne, lo dico per esperienza personale. Fare una selezione è dura, e allora l’unica cosa da fare è consigliare di vederlo (e personalmente rivederlo) perché così si riescono a sentire tutte, e nel contesto originale, con il migliore effetto possibile.

Sai qual è il problema che hanno tutti quanti? Che vogliono sentire solo quello di cui sono già convinti. A nessuno interessa mai sentire la verità. (BoJack)

Sulla conclusione, trovo azzeccatissima la scelta del doppio finale, quello onirico, e quello reale, non meno tragico del primo. La penultima puntata batte sicuramente l’ultima, non sono la prima a dirlo, però per quanto riguarda l’ultima vale davvero la pena tornare al dialogo tra BoJack e Todd sulla spiaggia, che forse racchiude la poetica di tutta la serie:

Todd: Lo scopo dell’arte non riguarda meno ciò che ci metti e più ciò che ne trai?
BoJack: È questo lo scopo dell’arte?
Todd: Forse, o forse non ha bisogno di alcuno scopo. Forse si chiama arte per questo.
BoJack: Non so mai se dici cose intelligenti o stupide.
Todd: Oh, non lo so nemmeno io.

Ecco, Todd è davvero un personaggio iconico, fino alla fine. E come dice lui,

è stato bello finché è durato!

 

Storie della tua vita

tedchiangHo scoperto Ted Chiang guardando l’adattamento cinematografico di Storia della tua vita, il racconto che dà il nome alla raccolta. The Arrival, questo il nome del film, è stata una visione davvero appassionante, ben lontana dai cliché dei soliti film sugli alieni. Incuriosita da una trama davvero profonda e coinvolgente ho indagato e scoperto che si trattava appunto dell’adattamento di un racconto. A questo si è aggiunta la sempre mitica Loredana Lipperini che sia sul blog che su Facebook, dove l’ho letta costantemente finché non ho deciso di disiscrivermi, a consigliare lo scrittore e così mi sono decisa a leggerlo, scavalcando la sempre lunga coda di lettura. Le aspettative non sono state deluse e per questo vorrei condividere le mie impressioni insieme a qualche citazione che ho raccolto leggendolo. Comincerei proprio da Storia della tua vita, saltando l’ordine dei racconti perché mi ha coinvolta particolarmente. La cosa che più mi ha colpito è sicuramente il modo in cui vengono immaginati il linguaggio degli eptapodi e le modalità di interazione attraverso di esso. Credo che dipenda non solo dall’originalità e dalla complessità dell’idea ma anche dalla mia passione per il linguaggio e le sue implicazioni, o forse per i segni in generale (prima o poi mi deciderò a studiare la semiotica?). Mi piacerebbe ricordare o capirne più di fisica (e di matematica, e mi riferisco qui anche ad altri racconti) per apprezzare meglio e capire in maniera più completa la trama, che resta comunque godibile. Dopo questa lettura conto di rivedere il film e magari rileggere prima il racconto. Passo quindi agli altri racconti.

Torre di Babele è un racconto apparentemente religioso che si occupa del superamento dei limiti umani, in cui i protagonisti, come sottolinea l’autore nella nota al racconto, “possono essere religiosi, ma si affidano all’ingegneria più che alla preghiera”. Di tutti forse è quello che mi ha entusiasmato meno.

Gli individui sono tragicamente simili a marionette, animate ciascuna per conto suo ma legate a una ragnatela che scelgono di non vedere; potrebbero resistere, se volessero, ma così pochi lo fanno.

Capire è un racconto che esplora l’eventualità di una mente potenziata, ad esempio il linguaggio dei segni emotivi del protagonista viene ad un certo punto sostituito da una matrice di equazioni interrelate. L’incontro con un altro individuo trattato con l’ormone K che potenzia la capacità cognitiva è l’occasione per mettere in discussione la visione del mondo del protagonista, totalmente disinteressato ai normali, ma come in tutte le storie costruite a modo, il confine tra bene e male è tutt’altro che netto.

Albert Einstein una volta disse: “Finché le proposizioni della matematica descrivono la realtà, esse non sono certe; e finché sono certe, non descrivono la realtà.

I teoremi di Gödel, la formula di Eulero, il fatto che la matematica sia incoerente, la destabilizzazione che ciò può comportare per la mente umana, tutto questo è Divisione per zero. Come dicevo, vorrei saper padroneggiare meglio queste cose, come e^πi+1=0 per apprezzare meglio questo racconto, che comunque è comprensibile e godibile anche se sfuggono le questioni “tecniche”. C’è da dire poi che le letture che spingono a conoscere qualcosa sono a volte più interessanti, e intriganti, di quelle che te le fanno scoprire direttamente.

“Non completamente, e certo non all’inizio: quando si saprà la verità sul calo della fertilità, negare alle classi inferiori l’accesso all’impressione del nome sarebbe un invito alla sedizione. Ed è ovvio che le classi inferiori hanno un ruolo da svolgere nella nostra società, purché la loro proliferazione venga tenuta sotto controllo. Prevedo che questa politica entrerà in vigore solo dopo che saranno passati alcuni anni, durante i quali la gente si abituerà all’impressione nominale come metodo di fertilizzazione. A quel punto, forse in parallelo con un censimento, potremo imporre un limite al numero di bambini che sarà permesso avere a una data coppia. Il governo in seguito regolerebbe la crescita e la composizione della popolazione”.

“È questo l’uso più appropriato di un nome così potente?” chiese Ashbourne. “Il nostro obiettivo era la sopravvivenza della specie, non l’attuazione di politiche di parte”.

“Al contrario, è una questione puramente scientifica. Proprio come è nostro dovere assicurare che la specie sopravviva, è anche nostro dovere garantirne la salute mantenendo un giusto equilibrio nella sua popolazione. La politica non c’entra; se la situazione fosse rovesciata e ci fosse scarsità di lavoratori, sarebbe necessaria la politica opposta”.

Questo è uno stralcio di un dialogo davvero interessante e istruttivo trtto da Settantadue lettere, un racconto che intreccia fantascienza e distopia, in cui l’autore ha collegato l’idea del golem, e il potere creativo del linguaggio, cosa che personalmente mi affascina molto, con la teoria della preformazione, secondo la quale gli organismi esistono già perfettamente formati nelle cellule riproduttive dei loro genitori. Il risultato è davvero notevole.

L’evoluzione della specie umana è un racconto brevissimo, prima pubblicato all’interno della rivista Nature, che parla di riviste scientifiche in un contesto dove le ricerche tradizionali si incontrano/scontrano con quelle dei metaumani e si viene a creare il problema della comprensione di queste ultime da parte dei primi. L’autore nella nota al racconto cita William Gibson: “Il futuro è già qui; solo che non è ancora distribuito in modo uniforme”, e condivido la sua posizione secondo cui “sarà così qualunque siano le rivoluzioni tecnologiche che ci aspettano”.

L’Inferno è l’assenza di Dio è un racconto atipico sugli angeli, visti come fenomeni dal potere terrificante. In questo contesto “anomalo” gli angeli compiono continue “visitazioni” sulla terra con conseguenze simili ai disastri naturali: ogni volta c’è un bilancio di morti e feriti, mentre ci sono coloro che sperano di godere della loro visione. I disastri naturali per l’autore si associano alle sofferenze degli innocenti, e da qui parte una storia che in qualche modo vendica il deludente finale del Libro di Giobbe: “mi sembra che (…) manchi il coraggio delle sue convinzioni: se l’autore credeva veramente che la virtù non è sempre compensata, non sarebbe dovuto finire con Giobbe ancora privato di tutto?”

Il piacere di ciò che vedi: un documentario è scritto proprio in forma di documentario perché la storia si dipana attraverso le dichiarazioni di una serie di personaggi. In questo racconto il tema centrale è quello della calliagnosia, un sistema che impedisce alle persone di distinguere la bellezza negli altri, studiato per evitare che qualcuno venga avvantaggiato o comunque discriminato in base al proprio aspetto. La bellezza è quindi il punto focale: dà indiscutibili vantaggi ma è anche un fardello per chi la porta? Sicuramente la bellezza continuerà a svolgere il suo ruolo nel mondo, nel bene e nel male, ma anche a me come all’autore non dispiacerebbe provare la calliagnosia se fosse disponibile.

La realtà è che non abbiamo accesso ai contenuti dei pensieri di chicchessia. Possiamo intervenire grosso modo su qualche aspetto della personalità, creare modifiche consistenti in zone molto specializzate del cervello, ma si tratta di aggiustamenti piuttosto rozzi. Non c’è nessun circuito neurale che gestisca specificamente il risentimento verso gli immigrati, non più di quanto ce ne sia uno per la dottrina marxista o per il feticisimo dei piedi. Se mai raggiungeremo la programmazione della mente, allora saremo in grado di indurre la “cecità alla razza”; ma fino ad allora la nostra migliore speranza è l’educazione.

Quest’ultimo racconto mi dà lo spunto per trarre alcune conclusioni sul libro nella sua interezza. Dopo aver esplorato scenari molto remoti nel tempo e nell’immaginazione, l’irrealtà più estrema, futuri contatti con alieni dalle implicazioni straordinarie, alla fine la raccolta si chiude con una forma di fantascienza più “realistica” o comunque più aderente alle possibilità del reale. Mi sembra importante questa scelta e non penso sia casuale il richiamo all’educazione e alla cultura, fondamentalmente alla forza dell’umanità, nonostante tutto.

 

Starting DeGoogle

Proseguo il mio obiettivo di un 2020 di liberazione e consapevolezza digitale facendo i primi passi verso il DeGoogle. Come ho già accennato qui e più specificamente qui ci penso da un po’, la decisione è già presa, il processo però è lungo e i risultati necessitano tempo. Nel secondo dei post citati ho fatto riferimento ad un TOOT su Mastodon che considero molto imporatnte e che riproduce un post sul blog di Kyle Piira*. Il post si focalizza prima ancora che sulle questioni della privacy e del controllo su quella ancora più basilare della dipendenza della propria esistenza digitale da un unica compagnia.

Cosa ho fatto in concreto fino ad ora per ridurre la mia dipendenza da Google? In realtà ancora pochissimo: a parte usare DuckDuckGo già da un po’, ho aperto una mail su Protonmail, un servizio che garantisce sicurezza e privacy della corrispondenza digitale. Progressivamente passerò i diversi servizi che ho registrato via Gmail e so già che ci vorrà diverso tempo, ma chi non comincia…

Tra le features interessanti di Protonmail c’è la possibilità di utilizzare un indirizzo più breve per semplificare il lungo @protonmail.com. Tramite web (e non all’interno dell’app) è possibile selezionare e attivare pm.me in maniera tale che le mail possano essere ricevute (e non inviate qualora si scelga il servizio base, gratuito, come ho fatto io) tramite un più semplice esempio@pm.me.

*NOTA TECNICA: l’autore spiega che con quel post ha iniziato ad usare ActivityPub, un plugin di WordPress che permette di riprodurre i post su Mastodon o su altre piattaforme federate come Pleroma o Friendica, una cosa davvero interessante e che mi sarebbe piaciuta fare peccato che i plugin si possono installare solo sui piani a pagamento.

Il capitalismo della sorveglianza

Some resist the future, some refuse the past

Either way, it’s messed up if we can’t unplug the fact (Ludens, BMTH)

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La lettura de Il capitalismo della sorveglianza, di Shoshana Zuboff, richiede sicuramente tempo non solo per la lunghezza del testo, ma soprattutto per riuscire a metabolizzare la quantità di informazioni e la loro densità. Si tratta di un testo imprescindibile, oserei dire fondamentale, che dovrebbe essere citato, studiato e considerato punto di riferimento come e più de Il capitalismo nel XXI secolo di Thomas Piketty, il quale sconta evidenti limiti nel riformismo che parte da un’analisi incompleta e conseguentemente nelle soluzioni che propone, ma questo è un altro discorso, chissà se qualche volta mi deciderò a parlarne con metodo. Ritorniamo al testo della Zuboff; nel leggerlo ho sottolineato parecchio e spero di poter rendere a chi mi leggerà l’importanza di questo lavoro.

Cos’è il capitalismo della sorveglianza?

Secondo l’autrice pioniere di questa nuova maschera del capitalismo sono Google e Facebook, le quali per prime scoprono l’importanza dei dati, non semplicemente di quelli forniti dagli utenti ma soprattutto di tutto ciò che ruota intorno ad essi. Apparentemente entrambe le big companies rendono servizi gratuiti, eppure sono tra le società che guadagnano di più al mondo, e i loro fondatori sono tra i miliardari più ricchi. Com’è possibile ciò? Evidentemente nulla è gratis, ma in realtà non è neanche come più volte ci siamo sentiti dire: siamo noi il prodotto. No. la realtà dei fatti è che noi siamo semplicemente lo strumento attraverso cui queste società (e Google e Facebook sono solo le prime in ordine di tempo, non le uniche) mettono a profitto la nostra intera esistenza. Per capirlo meglio andiamo al testo (ricorrerò frequentemente alla citazione diretta per motivi di chiarezza di esposizione e fedeltà ai concetti che voglio rendere): “gli utenti non sono prodotti, bensì le fonti della materia prima. (…) gli anomali prodotti del capitalismo della sorveglianza riescono nell’impresa di derivare dal nostro comportamento pur rimanendo al tempo stesso indifferenti ad esso”. Quello che genera profitti, una mole incredibile di profitti, non è ciò che l’utente inserisce in rete, ma il suo surplus comportamentale:

Gli scienziati poi chiariscono che hanno intenzione – e che le loro invenzioni glielo consentono – di aggirare gli attriti insiti nel diritto degli utenti a decidere. I metodi registrati da Google consentono di sorvegliare, catturare, espandere, costruire e reclamare surplus comportamentale, inclusi i dati intenzionalmente non condivisi dagli utenti. Gli utenti recalcitranti non ostacoleranno l’espropriazione dei dati. Nessun limite morale, legale o sociale intralcerà la ricerca, la sottrazione e l’analisi del comportamento altrui con scopi commerciali.

Fermo restando che quotidianamente diamo il consenso alle lunghissime e spesso incomprensibili clausole sulla privacy senza neanche leggerle, non è rifiutandole che ci potremo tirare fuori. Per come si è costituito questo sistema, e per gli ostacoli che NON ha incontrato nel corso degli anni, a partire da una sistema normativo inadeguato anche solo a comprendere cosa stesse accadendo, non c’è modo di rifiutarsi e restarsene fuori. Basti pensare che Facebook raccoglie i dati anche dei non iscritti alla piattaforma, per fare un esempio banale. Per non dire che tramite l’acquisizione di Whatsapp ha l’accesso alle nostre rubriche telefoniche e a qualsiasi dato presente nei nostri smartphone.

That a world covered in cables was never wired to last

So don’t act so surprised when the program starts to crash

È importante tenere presente che in nessun modo si tratta di demonizzare la tecnologia in sè:

il digitale può assumere molte forme, a seconda delle logiche sociali ed economiche che lo animano. È il capitalismo che impone un prezzo fatto di sottomissione e impotenza, non la tecnologia. È vitale ricordare che il capitalismo della sorveglianza è una logica in azione, non una tecnologia, perché i capitalisti vogliono farti credere che le loro pratiche siano insite nelle tecnologie che utilizzano. (…) Le tecnologie sono sempre dei mezzi al servizio dell’economia, e non dei fini: nell’epoca moderna, il Dna della tecnologia è segnato in partenza da quello che il sociologo Max Weber chiama “orientamento economico”.

In termini marxiani si afferma ancora una volta il dominio della struttura sulla sovrastruttura. Il libro fa l’esempio di almeno due diverse innovazioni tecnologiche create con scopi non commerciali, anzi ideate per essere al servizio dei singoli e delle comunità e che invece all’interno del sistema capitalista hanno in breve tempo perso la loro “missione” originaria: il primo era il progetto Aware Home, pensato per rendere la casa intelligente per gli utenti che la abitano, un progetto ingenuamente ideato per andare incontro alle esigenze personali degli abitanti di una casa, a differenza di come si è trasformato nella realtà, un ulteriore mezzo per trasferire e vendere informazioni a terzi; il secondo esempio è quello dell’affective computing ideato da Picard, che pensava di aiutare le persone attraverso delle macchine intelligenti che potessero comprendere le emozioni consapevoli e inconsapevoli e renderle codificabili; “Picard non aveva previsto le forze del mercato in grado di trasformare la renderizzazione delle emozioni in surplus sfruttabile con fini di lucro: dei mezzi per i fini di altre persone”. In entrambi i casi si immaginavano usi personali e privati: “non è pertanto una questione di dispositivi; è “l’orientamento economico” del quale parlava Max Weber, a essere determinato dal capitalismo della sorveglianza”.

L’autrice mantiene saldamente un approccio materialista che non posso che apprezzare, insieme al background sociologico di tutto rispetto: oltre Weber del testo citato sopra, lungo il testo ho ritrovato Polanyi, stella polare della sociologia economica, oltre a Braudel e Bauman. E a questo proposito segnalo il seguente passaggio che permette di introdurre una questione dirimente:

Il filosofo sociale Zygmunt Bauman ha scritto che la più profonda contraddizione del nostro tempo è “il gap sempre più ampio tra il diritto all’affermazione di sè stessi e la capacità di controllare le variabili sociali che la renderebbero possibile. È da quel terribile gap che provengono gli effluvi più velenosi che oggi contaminano le vite dei singoli individui”.

In buona sostanza c’è uno stridente contrasto tra la società iperindividualizzata e la crescente impotenza dei singoli ad autoaffermarsi. La società che inneggia alla meritocrazia, un concetto quanto meno discutibile, si dimostra sempre più incapace di far emergere le singole individualità. Come spiega meglio la Zuboff:

Descrivo la “collisione” tra i processi secolari di individualizzazione che danno forma alla nostra esperienza di individui autodeterminati e l’impervio habitat sociale prodotto da decenni di regime economico neoliberale che schiaccia quotidianamente la nostra autostima e il nostro bisogno di autodeterminarci. Il dolore e la frustrazione derivanti da tale contraddizione sono le condizioni che ci hanno spinto a sbandare verso internet per il nostro sostentamento, e accettare il drastico do ut des del capitalismo della sorveglianza.

And I don’t feel secure no more

Unless I’m being followed

And the only way to hide myself

Is to give ‘em one hell of a show

Com’è successo?

Una domanda potrebbe sorgere, e l’autrice prova a rispondere: ma com’è potuto accadere che il capitalismo della sorveglianza diventasse realtà senza nessuna resistenza, anzi senza la presa di coscienza di cosa stesse accadendo?

Sotto la guida di Google, il capitalismo della sorveglianza ha allargato notevolmente le dinamiche di mercato, imparando a espropriare l’esperienza umana e a trasformarla in previsioni comportamentali. Google e l’ancora più vasto progetto di sorveglianza sono stati generati, protetti e nutriti dalle specifiche condizioni storiche di un’epoca – le esigenze della seconda modernità, l’eredità neoliberista, la realpolitik dell’eccezionalismo della sorveglianza – oltre che dalla loro volontà di erigere delle fortezze per proteggere la propria incetta di materie prime dall’analisi altrui attraverso l’influenza politica e culturale.

Tra i meccanismi utilizzati dai capitalisti della sorveglianza per vincere facilmente le resistenze ed affermarsi quasi senza “combattere” c’è “l’invasione tramite la dichiarazione“: “la mancanza di precedenti ci ha lasciato disarmati e incantati”. Per comprendere questo passaggio occorre tornare un attimo indietro, esattamente alla conquista dell’America. Molti si sono chiesti come siano stati possibili la conquista e il conseguente genocidio dei popoli americani da parte di relativamente pochi colonizzatori. In pratica questo è stato spiegato in buona parte dall’assoluta estraneità della realtà e dei mezzi dei conquistatori: i nativi non capivano chi si trovavano davanti, mentre da parte europea c’era tutto fuorché ingenuità, perché approfittarono sapientemente di quel terribile gap per prevalere senza alcuno scrupolo. Lo strumento del Requerimiento soprattutto serviva allo scopo: si trattava di una dichiarazione in cui si affermavano le modalità di conquista, partendo dalla storia dell’umanità e passando per la nascita e l’affermazione del Cattolicesimo. Attraverso il potere spirituale e temporale conferito dalla Chiesa si proclamava la sottomissione dei nuovi popoli a ad esso. Il problema principale di questo strumento era la sua pura formalità, che tra l’altro neanche sempre veniva rispettata, mentre nei fatti i popoli non comprendevano affatto quanto veniva loro detto e si trovavano in una condizione di subalternità tale da non rendersene neanche conto. Questa storia apparentemente lontana si è ripetuta negli anni scorsi, ovviamente in forme diverse e senza nessun conseguente genocidio, quando Google ha appreso

l’arte dell’invasione e della dichiarazione, prendendosi quel che voleva e stabilendo che gli apparteneva. L’azienda ha rivendicato il proprio diritto di aggirare la nostra consapevolezza, di prendere la nostra esperienza e trasformarla in dati, di ritenersi proprietaria dell’uso e della destinazione di quei dati, di elaborare tattiche e strategie per tenerci all’oscuro delle sue pratiche e di insistere perché persistesse la mancanza di leggi necessaria a tali operazioni. Queste dichiarazioni hanno istituzionalizzato il capitalismo della sorveglianza come forma di mercato.

Tra i caratteri più peculiari che hanno permesso che tutto ciò accadesse è la velocità del nuovo sistema: “i movimenti rapidi del capitalismo della sorveglianza non vengono colti dallo sguardo della democrazia e dalla nostra capacità di capire che cosa accade e considerarne le conseguenze”. Non è un caso che l’elaborazione teorica di questo sistema avviene quando è già fortemente istituzionalizzato, con un ritardo di una ventina d’anni dai suoi primi passi.

Alcuni concetti chiave

Uno dei concetti chiave del libro è lo shadow text: quello che noi condividiamo su internet, attraverso i social, oppure utilizzando i molteplici servizi di colossi come Google è un primo testo, il quale però lascia tracce, residui che sono più importanti di questo per i capitalisti della sorveglianza:

Sotto il regime del capitalismo della sorveglianza, però il primo testo non è più solo, ma lascia un’ombra alle sue spalle. Il primo testo, tanto apprezzabile, in realtà fornisce materie prime al secondo testo: il testo ombra. Tutto quel che offriamo al primo testo, non importa quanto irrilevante o effimero sia, diventa un bersaglio per l’estrazione del surplus. Questo surplus riempie le pagine del secondo testo, che è celato alla nostra vista: una “lettura riservata” per i capitalisti della sorveglianza.

Anche dopo lo scandalo di Cambridge Analytica del 2018, quando Facebook ha dichiarato che avrebbe reso disponibile per il download più dati personali, si riferiva sempre al primo testo: “questi dati non comprendono il surplus comportamentale, i prodotti predittivi e il destino di queste previsioni quando vengono usati per la modifica del comportamento, comprati e venduti. Quando scarichiamo le nostre “informazioni personali”, abbiamo accesso al proscenio, non al retroscena (…)”.

Quel che accade all’interno del capitalismo della sorveglianza è ben lontano dalle forme antiche e conosciute di sottomissione, non si tratta neanche di “imporre norme comportamentali come l’obbedienza e il conformismo”, ma piuttosto di “produrre un comportamento che in modo affidabile, definitivo e certo conduca ai risultati commerciali desiderati” .

How do I form a connection when we can’t even shake hands?

You’re like the phantom greeting me

We plot in the shadows, hang out in the gallows

Stuck in a loop for eternity

I livelli di ansia crescono al proseguire della lettura, e non potrebbe essere altrimenti: “Google e Amazon si sono già assicurati la competizione per il cruscotto della nostra auto, dove i loro sistemi controlleranno tutte le comunicazioni e le applicazioni”. D’altronde non potrebbe essere altrimenti quando si scopre che vengono prodotte “bottiglie smart di vodka” e “termometri rettali connessi a internet”. Se c’è una cosa che mi mette profondamente a disagio è pensare che quella che ingenuamente credevo potesse essere una comodità e un miglioramento della qualità della vita come i robot aspirapolvere è già programmato per raccogliere e inviare all’esterno dati privati sulla casa e non solo. D’altronde, pensando razionalmente ai caratteri intrinseci del capitalismo non potrebbe essere altrimenti finchè vi siamo immersi; e leggendo il libro mi sono ancora più convinta di quanto abbia fatto bene ad uscire da Facebook (che poi il passo successivo parrebbe dover essere fare l’eremita sull’Himalaya è un altro discorso, forse):

Facebook è diventata invece una delle più autorevoli e minacciose fonti di surplus comportamentale proveniente dall’abisso. Con una nuova generazione di strumenti di ricerca, ha imparato a depredare il vostro sé fino alle sue profondità più intime. Le nuove operazioni di rifornimento possono renderizzare come comportamento misurabile qualunque cosa: le sfumature della nostra personalità, il nostro senso del tempo, l’orientamento sessuale, l’intelligenza e i valori di altre caratteristiche personali. È l’immensa intelligenza delle macchine dell’azienda che trasforma questi dati in efficaci prodotti predittivi.

Non si tratta di esagerazioni o iperboli, stiamo parlando ad esempio di Cambridge Analytica, qualcosa che almeno apparentemente ha smosso le acque e generato indignazione generale:

si tratta delle capacità cresciute in quasi due decenni di incubazione del capitalismo della sorveglianza in uno spazio sregolato; pratiche che hanno suscitato scandalo, ma che nei fatti sono routine quotidiana nell’elaborazione dei metodi e degli obiettivi del capitalismo della sorveglianza, che si tratti di Facebook o di altre aziende. Cambridge Analytica ha semplicemente spostato la macchina dai soldi garantiti dal mercato dei comportamenti futuri alla sfera politica.

Do you know why the flowers never bloom?

Will you retry or let the pain resume?

I need a new leader, we need a new Luden

(A new Luden, new Luden, yeah)

Un altro dei elementi chiave presentati nel libro è la gamification, un concetto affascinante almeno quanto inquietante e che ha già prodotto una letteratura accademica diffusa e sostanziosa. La Zuboff spiega chiaramente il suo significato e le sue implicazioni all’interno del capitalismo della sorveglianza:

In pratica, il potere dei giochi di cambiare i comportamenti è stato strumentalizzato senza ritegno, con la diffusione della gamification in migliaia di situazioni nelle quali un’azienda non vuole fare altro che regolare, dirigere e condizionare il comportamento dei propri clienti o impiegati rivolgendolo verso i propri obiettivi. In genere questo significa importare alcune componenti, come i punti bonus e l’avanzamento di livello, per determinare comportamenti che tornano comodi agli interessi dell’azienda, con programmi che premiano la fedeltà dei clienti o la competizione per le vendite tra gli impiegati.

Si tratta di strumenti ormai largamente diffusi e di cui facciamo spesso esperienza come clienti ma effettivamente sono impiegati moltissimo anche a monte della catena di produzione come afferma correttamente l’autrice, per incentivare gli impiegati: un esempio lampante si riscontra nei meccanismi di gara e premialità fortemente presenti nei call center, ma non solo. E parlando di giochi un passaggio importantissimo per il potenziamento del capitalismo della sorveglianza è stato a la diffusione a livello mondiale del gioco Pokémon Go che ha generato una mania collettiva coinvolgendo milioni di persone e che ha permesso di interiorizzare in maniera inconsapevole alcuni degli aspetti più deleteri della sorveglianza, dalla geolocalizzazione massiccia all’intrusione in luoghi privati come le case, non troppo tempo fa considerati inviolabili, fino alla monetizzazione ottenuta da tutte quelle imprese che permettendo la presenza di Pokémon all’interno del loro perimetro hanno ottenuto accessi in massa da parte di clienti che probabilmente non sarebbero facilmente entrati, consentendo un ritorno economico eccezionale. Quello che preme sottolineare è che il cliente finale del gioco non è l’utente che vi partecipa con eccessiva leggerezza ma “le aziende che prendono parte al mercato dei comportamenti futuri stabilito e ospitato dall’azienda” (la Niantic, produttrice del gioco). Quando parlo di leggerezza da parte dei giocatori di Pokémon Go o di inconsapevolezza non mi riferisco ad un aspetto marginale, poiché come afferma la Zuboff “la capacità dei capitalisti della sorveglianza di aggirare la nostra consapevolezza è una condizione essenziale per la produzione di conoscenza“. Il fatto di non avere alcun controllo formale è diretta conseguenza del nostro essere inessenziali al funzionamento del mercato: “in un futuro del genere, siamo esiliati dai nostri stessi comportamenti, ci viene negato l’accesso o la possibilità di controllare la conoscenza ricavata dalle nostre esperienze. Conoscenza, autorità e potere risiedono nel capitale della sorveglianza, per il quale siamo solo “risorse naturali umane”.

Nel futuro che il capitalismo della sorveglianza sta preparando per noi, la mia e le vostre volontà costituiscono una minaccia per il flusso di denaro che proviene dalla sorveglianza. Il suo scopo non è quello di distruggerci, ma semplicemente quello di scrivere la nostra storia per guadagnare soldi. Già in passato sono state ipotizzate cose simili, ma solo oggi sono possibili. Già in passato sono state sconfitte cose simili, ma solo oggi hanno potuto radicarsi. Siamo intrappolati senza consapevolezza, privi di alternative per sfuggire, resistere o proteggerci.

So come outside, it’s time to see the tide

It’s out of sight, but never out of mind

I need a new leader, we need a new Luden

(A new Luden, new Luden, yeah)

Aspetti vincenti del capitalismo della sorveglianza non sono solo la velocità, i modi subdoli o la sua eccezionalità rispetto al contesto storico in cui si è costituito , c’è sicuramente invece una componente di comodità e “servizio” apparentemente gratuito che affascina e irretisce, illudendo molte persone della necessità di essere parte di questo immane cambiamento:

in questo nuovo regime, le nostre vite si svolgono in un contesto morale di oggettificazione. Il Grande Altro può imitare l’intimità per mezzo dell’instancabile devozione dell’Unica Voce – la ciarliera Alexa di Amazon, le informazioni instancabili e i promemoria del Google Assistant -, ma non commettiamo l’errore di scambiare questi suoni avvolgenti per qualcosa di diverso dallo sfruttamento dei nostri bisogni.

Come già detto sopra, non si tratta di essere diventati il prodotto del capitalismo:

dimenticatevi il cliché secondo il quale “se qualcosa è gratis, il prodotto sei tu”: noi non siamo il prodotto, siamo le carcasse abbandonate. Il prodotto deriva dal surplus strappato alle nostre vite.

Dal punto di vista della personalità così come viene influenzata dalle maggiori occasioni di confronto sociale si riscontra la condizione psicologica FOMO (Fear Of Missing Out), “una forma di ansia sociale definita dalla “sensazione sgradevole, o perfino straziante, che i nostri simili stiano facendo qualcosa di migliore di noi, e possiedano più cose o conoscenze”. Suona familiare? I ricercatori hanno associato questa condizione all’uso compulsivo di Facebook, e oserei dire che si tratta di una delle condizioni più diffuse tra giovani e meno giovani dei nostri tempi, che anche personalmente ho vissuto nella mia esperienza e anche per lunghi periodi. È necessario rilevare quanto questa condizione sia collegata ad una vita insoddisfacente e non semplicemente insicura.

All’interno del capitalismo della sorveglianza la società si trasforma in sciame, mentre gli individui diventano meccanismi: questi sono i caratteri fondanti della società strumentalizzata, una società che non annulla affatto le divisioni di classe: “la vita nell’alveare produce nuove spaccature e forme di stratificazioni. Non si tratta più solo di regolare o subire le regole, ma anche di fare pressione o subirla”.

So di aver scritto già tanto, ma mi preme condividere tutti gli elementi che considero importanti, e sono davvero molteplici. Ad esempio un elenco di “affronti alla democrazia e alle sue istituzioni”:

l’esproprio non autorizzato dell’esperienza umana; il dirottamento della divisione dell’apprendimento nella società; l’indipendenza strutturale del capitalismo; l’imposizione della forma collettiva dell’alveare; l’ascesa del potere strumentalizzante e dell’indifferenza radicale alla base della sua logica dell’estrazione; la costruzione, la proprietà e la gestione dei mezzi di modifica del comportamento costituita dal Grande Altro; l’abrogazione dei diritti fondamentali al futuro e al santuario*; l’allontanamento dell’individuo in grado di autodeterminarsi dal cuore della vita democratica; l’annebbiamento psichico come merce di scambio con l’individuo in un do ut des illegittimo.

*per diritto al santuario l’autrice intende il bisogno di uno spazio che possa essere un rifugio inviolabile, diritto presente nelle società civilizzate fin dall’antichità.

Storicità e contingenza

Come sostiene l’autrice “il capitalismo della sorveglianza rappresenta una logica d’accumulazione senza precedenti definita da nuovi imperativi economici con meccaniche ed effetti non interpretabili dai modelli e dagli assunti esistenti”. Questo però non esclude la sua storicità, perché “è stato creato da uomini e donne che potrebbero controllarlo, ma che hanno semplicemente scelto di non farlo”. Così come non si tratta di una trasformazione che mette in soffitta i princìpi e gli assunti base del capitalismo, e infatti “ciò non significa che i vecchi imperativi – la compulsione alla massimizzazione del profitto con l’intensificazione dei mezzi di produzione, crescita e competizione – siano svaniti. Questi si trovano però a dover operare attraverso i nuovi obiettivi e meccanismi del capitalismo della sorveglianza”.

Soffermarsi sul carattere storico e “accidentale” del capitalismo della sorveglianza non è un semplice esercizio accademico perché implica una semplice ma grande verità, sottaciuta per ovvie ragioni. E ci incoraggia ad agire per resistere alla sua contingenza:

Non va bene che ogni nostro movimento, ogni emozione, parola e desiderio siano catalogati, manipolati e poi indirizzati verso un futuro già deciso per far guadagnare qualcun altro. “Si tratta di cose nuove” spiego. “Non hanno precedenti. Non dovreste darle per scontate, visto che non vanno bene.

Si tratta di una grande lezione, necessaria, che travalica i seppur pervasivi confini del capitalismo della sorveglianza per abbracciare la nostra intera esistenza di esseri sociali: il motore del cambiamento della storia è sempre passato da questa convinzione e così sarà per il futuro.

Alright, you call this a connection?

You call this a connection?

You call this a connection? Okay

You call this a connection?

Oh, give me a break

Oh, give me a break

Oh, give me a break (okay)

[AGGIORNAMENTO IMPORTANTE: questo post è molto letto ma resta incompleto senza il successivo post dedicato alla critica del testo di Evgeny Morozov, che inserito tra i commenti di rimando spesso sfugge mentre è essenziale. Consiglio quindi a tutti di leggerlo per avere un quadro più compiuto.