The End of the F***ing World

theendofthefBasata su una graphic novel, The End of the F***ing World ne riprende la freschezza dei tempi, con un formato tipico delle sit-com e insolito per un drama dai toni piuttosto cupi: otto episodi di venti minuti per stagione; ed è un gran pregio, visto che la serie scorre senza inutili lungaggini e ottiene effettivamente il necessario e l’essenziale. Per riprendere la recensione del Guardian, che condivido, “In much the same way as a brilliantly made 90-minute film makes you wonder why any director needs three and a half hours for a single movie, these 20-minute instalments are hymns to brevity”. Il successo confermato anche per la seconda stagione potrebbe spingere a proseguire, ma a credere all’autrice questo sarebbe sbagliato; parlando dello show dice “I like where we’ve left it”. La storia è quella propria di un drama, col protagonista che si crede psicopatico e pensa di non provare niente, si immerge la mano nella friggitrice e quindi si ustiona, per vedere l’effetto che fa e uccide animali di tutti i tipi, finché non si convince che dovrebbe uccidere “qualcosa” di più grosso per verificare se effettivamente non prova nulla. Qui inizia propriamente la serie, quando Alyssa, apparentemente annoiata da tutto, si avvicina a James e lui pensa di aver trovato la possibile risposta alla sua domanda. Da lì in poi tutto scorre e si resta avvinghiati alla storia fino alla fine della prima stagione, che coincide con la fine della graphic novel originaria, e poteva benissimo essere lì la fine del mondo. Invece no, arriva la seconda stagione, superba come la prima, partendo da un nuovo personaggio possibilmente più problematico dei due protagonisti: Bonnie. Ma ritorna una tematica di fondo: le relazioni, soprattutto le relazioni disfunzionali, in cui spiccano quelle tra genitori e figli: Alyssa e la madre, ma anche il padre non è da meno; James e la madre nella sua infanzia, che evidentemente ha scatenato la sua convinzione di essere psicopatico, e poi il padre; Bonnie e la madre, un nuovo orrore. La bellezza di raccontare storie tanto tristi sta nell’alternanza tra diversi registri, e si riesce a ridere pure dopo omicidi e drammi personali non meno gravi. Come scrive il Guardian: “It is gruesome and violent and scatalogical, but then it is funny and pointed and wry, and then it defers to a tender look, or an affectionate touch, and shows its heart. Lesser shows would give you whiplash, but the tone here is uniquely its own, and just perfectly, recognisably, The End of the F***ing World”.

Ps. Se non fosse che i due protagonisti sono troppo perfettamente fatti uno per l’altro, e parteggiare è troppo difficile, oserei dire di essere #teamJames.

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