Quando ero piccola leggevo libri

downloadDa quando ne ho sentito parlare Loredana Lipperini, fonte inesauribile di ottimi consigli libreschi, ho avuto il desiderio di leggere qualcosa di Marilynne Robinson. In attesa di riuscire a leggere la sua narrativa, ho avuto occasione di iniziare da una sua raccolta di saggi. Quando ero piccola leggevo libri spazia tra diverse tematiche etiche, religiose e politiche e fondamentalmente racconta l’essere umano. Se non sono perfettamente in sintonia col suo sentire religioso, né con la sua alta considerazione degli Stati Uniti d’America, riesco comunque ad apprezzarne la scrittura delicata e profonda, a tratti pungente, mai banale e che coglie spesso il punto rivelandosi. Mi sono quindi avventurata per sentieri che non sempre erano a me congeniali eppure ne sono uscita con maggiore ricchezza di riflessioni e contenuti, per cui non posso che dire di apprezzare enormemente il testo. Credo che più che spiegarlo occorrerebbe leggerlo, per cui vorrei condividere alcune citazioni che ho annotato durante la lettura:

Per quelli di noi che hanno un’istruzione, le teorie ammuffite che abbiamo imparato al secondo anno di università e memorizzato in vista di un esame, per poi non ripensarci più consciamente, esercitano un’autorità che ci metterebbe in imbarazzo se ci fermassimo a riflettere. (p. 16)

Ma l’unica cosa che sappiamo riguardo a ciò che siamo è ciò che facciamo. (p. 21)

Una lingua è una collaborazione magnifica, una forma d’arte collettiva che cominciamo a padroneggiare da neonati e da lattanti, e conserviamo, modifichiamo, selezioniamo, ampliamo nel corso della nostra vita. (p. 38)

Sfogliando il testo alla ricerca delle annotazioni mi rendo conto che spesso torna l’idea di collettività o di comunità, un qualcosa che la nostra società va dimenticando ma che andrebbe sicuramente rilanciata:

La comunità possiede il grande dono di arricchire le vite singole, e ciascun individuo possiede il dono di ampliare e arricchire la comunità.

La grande verità che si dimentica troppo spesso è che farsi del bene a vicenda è nella natura delle persone. (p. 51)

La capacità di lettura e descrizione della realtà che ci circonda è un dono che pochi hanno, sicuramente Marilynne Robinson si trova in quell’insieme:

In questo clima di paura generalizzata, le libertà civili sono finite sotto pressione, e chi cerca di difenderle viene considerato indifferente a ogni minaccia alla libertà comune. Certo, il mondo è pericoloso, e proprio per questo motivo il ribellarsi della nostra società e di quella occidentale contro se stesse cozza nettamente con qualsiasi strategia razionale di autodifesa. D’altro canto è perfettamente in linea con il nuovo predominio del pensiero ideologico e con l’attuale passione per l’austerity, che ne emerge rafforzata come necessità pratica e al contempo ideale morale. L’ansia ha assunto una vita propria. È diventata una sorta di succubo della nostra vita nazionale.  (p. 59)

Allo stesso tempo, l’avanzata dell’austerity, con tutte le sue implicazioni, è internazionale. Dal punto di vista storico non rappresenta nulla di nuovo. È un’asserzione e un consolidamento del potere, capace di neutralizzare le usanze e l’adeguamento sociale. Invoca la forza della necessità. E quando si deve affrontare la necessità bisogna accantonare altre considerazioni. Noi in Occidente abbiamo creato delle società che, secondo criteri storici, possono essere definite generose e aperte. Lo abbiamo fatto gradualmente, con il lavorio della nostra politica. Sotto la bandiera della necessità, tutto questo potrebbe essere spazzato via. (p. 71)

Vorrei continuare con una manciata di altre citazioni che ritengo interessanti per cogliere il pensiero dell’autrice e la sua incisività nel descrivere il reale:

Nella migliore delle ipotesi l’ideologia presenta due problemi gravi. Il primo è che non rappresenta la realtà, né le corrisponde né, tantomeno, le si rivolge. È un righello dal bordo dritto in un universo frattale. (p. 70)

Se Mozart giova al cervello nell’utero, giova altrettanto al cervello nella mezza età. E lo stesso vale per la cultura in generale, che ci fornisce i paradigmi del pensiero. (p. 77)

Noi abbiamo quasi spento le stelle con il nostro bozzolo di luce artificiale, ma a quanto pare gli antichi non smettevano un momento di osservarle. Considerare significa, etimologicamente, osservare gli altri, allo scopo di prendere una decisione. Etimologicamente, un disastro è una cattiva stella. Queste parole derivano dal latino, che venne al mondo tardi, ma che esprime una fiducia prescientifica nell’intercoinvolgimento del cosmo e del genere umano. Una cosa di questo tipo è considerata primitiva, quindi perché non dovrebbe essere uno dei nostri tratti primitivi? Forse è esclusa perché somiglia troppo alla metafisica. (p. 192)

Non ho mai sentito nessuno riflettere sulle origini e sulla funzione dell’ironia, ma posso dire con certezza che nel nostro universo è solo un pochino meno pervasiva del carbonio. (p. 229)

Chiudo con un’ultima citazione sulla necessità delle storie che condivido appieno:

Per qualche motivo il fatto di essere umani ci fa amare e agognare le narrazioni grandiose. I ragazzi dell’antica Grecia e di Roma imparavano a memoria Omero. Questa pratica costituiva una parte importante della loro istruzione, proprio come imparare a memoria il Corano lo è oggi per molti ragazzi nelle culture islamiche, Si tratta di un mezzo per preservare tradizioni importanti, e ha addirittura formato i maggiori dialetti delle rispettive civiltà. La narrazione implica sempre una causa e un effetto. Crea delle strutture paradigmatiche intorno alle quali l’esperienza può essere ordinata, e questo spiegherebbe senz’altro il forte desiderio che suscita, che potrebbe anche essere definito bisogno. (p. 157)

Contro la meritocrazia

“Il sistema dovrebbe essere meritocratico”. Sono abbastanza sicura che quasi tutti sottoscriverebbero un’affermazione del genere senza rifletterci, pensando di essere nel giusto. Un sistema democratico e aperto a tutti: ma siamo sicuri che la meritocrazia sia proprio questo?

Di certo non lo credeva chi ha coniato la parola: Michael Young, ci ricorda Davide Villani nel terzo numero di Jacobin Italia, è il sociologo che ha immaginato una distopia basata proprio sul potere meritocratico (un articolo approfondito sulla figura di Young si trova sul Guardian), un sistema che legittima lo status quo, che “permette di giustificare le disuguaglianze più estreme: non più sulla base della discendenza e sul binomio popolo vs aristocrazia, ma in base al merito“. Infatti come si legge sul sito inglese: “A system of class filtered by meritocracy would, in his view, still be a system of class”. Young metteva in guardia su un siffatto tipo di società e sicuramente non auspicava venisse celebrato come ideale cui giungere.

Oggi molti sono convinti di vivere in un sistema meritocratico, nel Regno Unito e negli USA ma anche in altri paesi, seppure in misura minore. Come ci spiega Clifton Mark su The Vision quest’idea è falsa; che siano più determinanti le capacità personali della fortuna è infatti infondato, così come è fallace credere che il sistema dia le stesse opportunità a tutti. Non si tratta però di un inganno innocuo, perché credere nella meritocrazia tende invece a rinforzare le disuguaglianze: “un numero sempre più ricco di ricerche di psicologia e neuroscienze suggerisce che credere nella meritocrazia non solo sia fallace, ma renda le persone più egoiste, meno autocritiche e più inclini ad atteggiamenti discriminatori”.

Soffermarsi sulla meritocrazia incoraggia le discriminazioni che dovrebbe eliminare, hanno scoperto alcuni studiosi che

suggeriscono che questo “paradosso della meritocrazia” avvenga perché adottandola esplicitamente come un valore, convince i soggetti della legittimità della propria morale. Convinti di essere nel giusto, diventano meno inclini a cercare nel loro comportamento i segnali del pregiudizio.

Queste riflessioni dovrebbero mettere in guardia dall’idolatria che oggi circonda certi concetti, presi per buoni senza alcuna preliminare né tanto meno approfondita discussione, col concreto rischio di sparare grosse stupidaggini come una ministra ha recentemente fatto:

Terranova Meritocrazia

Stato e rivoluzione

stato e rivoluzione.jpgArrivare a 35 anni avendo letto molto di Marx ma nulla di Lenin è imperdonabile, devo aver pensato quando un po’ di tempo fa presi al volo Stato e rivoluzione, appena lo vidi in una libreria. Un testo che dovrebbero leggere tutti coloro che sbagliando identificano il marxismo con lo stalinismo, o comunque il comunismo con l’URSS, ignorando in buona o cattiva fede la reale dottrina marxiana, Lenin e ciò che sarebbe dovuta essere la rivoluzione comunista se fosse stata integrale. Non si tratta di utopie o immaginazione, come ogni studioso di Marx già sa: il rigore scientifico dello studioso di Treviri è estremo. Lenin interpreta il pensiero di Marx e di Engels alla perfezione, ricordandoci dell’attenzione che i due fondatori del marxismo ponevano ai dati di fatto come ai reali rapporti di forza, un insegnamento a cui non possiamo rinunciare.

LA CONCEZIONE MARXIANA DELLO STATO

L’autentica concezione marxiana dello Stato implica il suo annientamento in quanto esso è strumento di oppressione di classe (“Ogni stato è una “forma  repressiva particolare” della classe oppressa”) e, dopo una necessaria fase di transizione, ovvero la dittatura del proletariato, non ha più ragione di esistere proprio perché la vittoria della classe operaia implica l’abolizione di tutte le classi.

Per Marx lo Stato è l’organo del dominio di classe, un organo di oppressione di una classe su un’altra; è la creazione di un “ordine” che legittima, legalizza e rinsalda questa oppressione, attenuando il conflitto tra le classi.

Dopo l’esperienza storica delle rivoluzioni incompiute avvenute in Europa tra il 1848 e il 1851 Marx perfeziona ciò che era solo abbozzato nel Manifesto del partito comunista “in maniera ancora troppo astratta, generica” per quanto concerne almeno la pars destruens della rivoluzione; così Lenin: “e questo Stato proletario dovrà necessariamente estinguersi immediatamente dopo aver ottenuto la vittoria, perché in una società senza antagonismi e lotta di classe lo Stato è un organismo inutile”. L’esperienza della Comune di Parigi è un altro tassello essenziale che conferma a Marx quanto sia necessario annientare la macchina statale e non solo prenderne possesso: “condizione preliminare essenziale di ogni rivoluzione popolare (…)”. Inoltre, le vicende parigine permettono di elaborare meglio anche la cosiddetta pars construens, quindi la realtà della società comunista; in particolare occorre lo scioglimento dell’esercito permanente, quindi il monopolio della forza in mano allo Stato va sostituito con il popolo armato a difesa della rivoluzione e inoltre è ugualmente necessaria la totale eleggibilità e revocabilità di ogni funzionario per eliminare la burocrazia. Questo perché, e qui Lenin si rifà ad Engels e alla terza edizione della Guerra civile in Francia del 1891 in cui è data “l’ultima parola del marxismo sulla questione in esame”: “anche nella repubblica democratica, lo Stato rimane lo Stato; conserva cioè la sua caratteristica fondamentale: far divenire i funzionari e servitori della società padroni della stessa”.

CHI È MARXISTA

In tempi in cui il conflitto di classe, anzi la stessa sussistenza delle classi sociali è dai più messa in dubbio se non ignorata, chi lo riconosce potrebbe sembrare dalla parte “giusta” della storia ma ciò in realtà non è sufficiente, come dimostra un altro passo del testo di Lenin che sento di dover citare:

Colui che si accontenta di riconoscere il conflitto tra classi non è ancora un marxista ed è possibile che egli non riesca a spingersi oltre i limiti del pensiero e della politica borghese. Ridurre il marxismo alla lotta tra classi significa mutilarlo, farne ciò che è ritenuto accettabile dalla borghesia.

Marxista lo è soltanto colui che estende il riconoscimento della lotta tra classi sino all’accettazione della dittatura del proletariato. In questo consiste la differenza più profonda tra il marxista e il banale piccolo e grande borghese. È in questo che bisogna mettere alla prova la comprensione e il riconoscimento effettivi del marxismo.

Nella temperie del 1917, Lenin aveva preparato il piano di un ulteriore capitolo che però rimanda con l’avvento dell’Ottobre. Vorrei poter scrivere come fece nel Poscritto alla prima edizione, “è più piacevole e più utile fare “l’esperienza di una rivoluzione” piuttosto che scrivere un volume su di essa” ma devo fidarmi sulla parola, nell’attesa del sol dell’avvenir.