Le nostre città e La buona educazione degli oppressi

Quando scorrendo il feed sui social leggi notizie come questa (faccio la parafrasi): a Ferrara rimuovono 150 panchine nei parchi pubblici per contrastare lo spaccio – operazione “Parchi sicuri”, pensi che il caldo stia dando alla testa un po’ a tutti, e del resto i bollettini meteo confermano. Succede anche a Messina, dove il sindaco De Luca, molto bravo a intercettare per tempo l’andazzo politico ormai da parecchio tempo, si diverte non solo a fare ordinanze antipoveri (la povertà non l’avevano già abolita quelli al governo?) e a tutela del sempre fumoso “decoro“, ma utilizza i social come strumento per bastonare virtualmente i “devianti” incurante di tutelarne i diritti al punto da spingere alcune associazioni a scrivere al Garante per la privacy e a quello per l’infanzia, visto che in quella triste gogna social scatenata scientemente non si ha riguardo nemmeno per l’età dei malcapitati. L’uso punitivo dei social è stato considerato preoccupante dal garante per l’infanzia del Comune di Messina che ha prontamente chiesto un incontro al sindaco. È un bene che una parte della società civile, per fortuna immune alla facile indignazione da tastiera, si mobiliti contro quello che non esito a definire bullismo istituzionale, lo stesso che poche settimane fa aggrediva lavavetri e mendicanti, un atteggiamento vergognoso che è stato a mio parere umanamente e politicamente annichilito dalla pregevole risposta data dalla comunità nigeriana di Messina. De Luca è lo stesso sindaco che fa i blitz non solo contro i tradizionali falò di Ferragosto (mentre sullo sfondo le colline del messinese bruciano come ogni estate nel silenzio istituzionale e generale) ma anche contro coloro che semplicemente si accampano sulle spiagge senza accendere fuochi. Quando si dice le priorità. Che indecenza signora mia. Siamo così indecorosi da dover essere ‘disciplinati’ con la forza dall’autorità che dovrebbe piuttosto rappresent

Wolfbuk

arci e magari tutelarci? Questo filo rosso che “lega” ormai da anni il concetto di sicurezza nelle città, sventolato da amministrazioni anche di opposto colore politico è ben spiegato dall’ottimo testo di Wolf Bukowski (@vukbuk), La buona educazione degli oppressi, che ricostruisce la “piccola storia del decoro” spiegando come siamo arrivati a smantellare panchine e multare nullatenenti col plauso di alcuni (troppi) e il tacito assenso della solita maggioranza silenziosa. Il testo mi ha aiutata a comprendere l’ansia che mi ha assalita nel tornare a Bologna e trovarla militarizzata come fosse stata ieri luogo di attentato (e purtroppo lo è stata ma parliamo di parecchi anni fa); il disagio di vedere fermati dalla polizia alla stazione solo quelli che ricalcano un banale meme che dovrebbe prendere in giro gli USA, mica noi, diamine!

maxresdefault

È di neanche due settimane fa l’esultanza di Nardella, forse il più renziano dei renziani di fronte al proliferare di telecamere a Firenze:

Nardella

La città più videosorvegliata d’Italia! Questi sì che sono obiettivi politici… Nessuno stupore, Nardella era quello che difendeva le fioriere contro la disperazione per un fratello morto. Intanto vi sentite più sicuri? Tutti quei militari armati fino ai denti, tutti quegli occhi meccanici ad osservarvi, beh, non funzionano: lo scopo dichiarato è quello di prevenire il crimine ma ovviamente non possono essere strumenti preventivi perché registrano quello che accade, quindi no, non prevengono il crimine. In Gran Bretagna dove il Grande Fratello è più pervasivo rispetto alle nostre latitudini cominciano a rendersene conto. E di studi sull’argomento ce n’è tanti e sembrano concordanti: “Pervasive security cameras don’t substantially reduce crime“; “Police Chief: Surveillance cameras don’t help fight crime“; “L’ossessione per la videosorveglianza dalle metropoli ai piccoli comuni. Gli studi scientifici: “Pochi effetti sulla criminalità”. (La carrellata di link è merito della @Wu_Ming_Foundt che ha scritto un ottimo thread su twitter)

Cosa fanno allora le telecamere? Servono a dare la percezione della sicurezza, che “conta più dei fatti”. Boutade? No, era già nero su bianco quando si elaborava la teoria delle finestre rotte, ci spiega Bukowski. Io intanto percepisco solo insicurezza da parte delle istituzioni e progressivo spostamento verso uno stato di polizia. E non è certo l’ultimo governo la causa o la svolta sull’argomento.

2 pensieri su “Le nostre città e La buona educazione degli oppressi

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