La casa de papel

PREMESSA

Soprattutto ultimamente scrivo dei libri che leggo, per fermare su carta, e poi in versione digitale quel che mi viene in mente, condividere qualche spunto e chiarire prima di tutto con me stessa cosa ne penso. Non l’ho mai fatto per le serie TV anche se ne ho viste molte negli anni, e di recente ad un discreto ritmo, complici la tecnologia e la comune passione del consorte. Eppure scriverne sarebbe un buon esercizio per fermare impressioni, emozioni ed in generale idee che dalla loro visione arrivano non meno che dai libri. Comincio allora con La casa di carta, di cui ho appena terminato la terza stagione.

ALERT: Cercherò di fare considerazioni generali perché mi interessano di più la cornice e le tematiche trattate rispetto ai singoli momenti che caratterizzano gli episodi, quindi spero di non spoilerare nulla. Nondimeno mi soffermo forse in particolare sulla terza stagione, quindi chi non l’ha ancora vista è avvisato.

De La casa di carta mi colpiscono alcune cose, altre mi piacciono meno, ma facendo una valutazione generale la trovo molto buona. Ciò che proprio non mi entusiasma sono alcuni aspetti delle relazioni interpersonali tra i personaggi che a volte rievocano i cliché delle soap opera. Nonostante ciò alcune tematiche si affacciano ed è bene che se ne parli perché sarebbero quanto meno URGENTI. Mi riferisco al patriarcato ad esempio, un argomento che nella nostra società è sottaciuto o considerato insignificante, secondario. Quando nella seconda stagione Nairobi inaugura il matriarcato è un momento di puro orgoglio, anche se lo so, è fiction, e per di più dura una sola puntata.

Matriarcato

Il tema sottotraccia resta in tutta la serie e nella terza è nel rapporto tra Denver e Stoccolma che emerge a sprazzi. Detto per inciso, Nairobi sa sempre il fatto suo. Solo un appunto sul tema omosessualità: mi sembra narrata con la giusta naturalezza, è un fatto e come tale rientra nella “norma”. 10+.

All’interno delle prime due parti il tema della carta, cioè delle banconote, è centrale. “È solo carta”, dice il Professore a Raquel e condensa in poche battute una grossa verità che non dovremmo mai dimenticare. È soprattutto nella terza stagione però che viene sviluppato il tema fondamentale della natura dello Stato. Noi italiani dovremmo saperlo bene, specialmente nelle giornate di luglio (di un caldo torrido, di Africa nera…) che non ci sono poteri buoni, eppure è tutto un cianciare di “sempre dalla parte della polizia”, per dirne una. Il tema scottante della tortura non è affatto mainstream nonostante casi come quello di Cucchi, purtroppo avvenuti, siano riusciti a “bucare lo schermo“. Che una serie popolare possa instillare qualche dubbio nelle menti dei più mi sembra per lo meno meritorio, al di là dei giudizi personali soggettivi sulla qualità della stessa.

Credits: questo post non sarebbe stato possibile senza le belle chiacchierate con SantaLù. T’aspetto in zona 🙂

La macchina del vento

La macchina del ventoLa macchina del vento è ambientato durante il Ventennio, prima e nel corso della seconda guerra mondiale e quindi parla di un passato che si avverte a noi vicino, ancora vivo, e racconta quegli anni da un punto di vista forse laterale ma nondimeno interessante: i confinati di Ventotene, prigionieri politici di diversi orientamenti, a semplice dimostrazione dell’eterogeneità della società italiana antifascista, nonostante il fascismo. Il romanzo è ovviamente finzione, ma è accurato nei dettagli e nel riquadro generale, e “nonostante” richiami mitologici e fantastici ben inseriti nella trama la cornice storica risulta pregevole. La macchina del vento parla anche del presente; più volte durante la lettura il racconto del passato riecheggia il nostro presente, a ricordarci che la storia non si archivia ma va sempre tenuta viva, ed è vivissimo in alcuni tratti il fascismo, seppure l’esperienza del fascismo non possa naturalmente riproporsi tal quale oggi. Il tempo è chiave di lettura e contemporaneamente protagonista del romanzo, e dopo passato e presente incontriamo il futuro, quello immaginato/che si affaccia sul racconto e quello che attende noi. Nella brace le ceneri non sono mai completamente spente e improvvisamente si rianima il fuoco, alimentando una resistenza sopita ma mai spenta del tutto: lo scopre Pertini trovando i vecchi compagni a Savona in occasione della breve visita alla madre, e lo scopriamo noi con lui speranzosi, perché così possiamo ricordare che la lotta può e deve continuare. I confinati non sono stati semplici vittime del regime (non hanno neanche fatto la villeggiatura, ed è bene ricordarlo di questi tempi) ma hanno rappresentato anche elementi necessari della Resistenza, che forse si dovrebbe pure raccontare.

(noi siamo storie)

(siamo ricordi tramandati)

si legge nelle ultime pagine del libro, e le storie sono necessarie, anche loro. E di storie come questa ne abbiamo bisogno.

Non pensare all’elefante!

Chiunque abbia letto Non pensare all’elefante! prima delle elezioni statunitensi del 2016 ha sicuramente messo in conto la probabile vittoria di Donald Trump. Il testo infatti ha tra i suoi pregi quello di comprendere e spiegare in maniera egregia il pensiero conservatore e i suoi meccanismi, permettendo in tal modo di rispondere alla domanda che molti si sono posti all’indomani dell’elezione di Trump: come è potuto accadere? 

LakoffAl netto dell’esaltazione per i genuini valori americani (ovviamente borghesi e capitalistici) il libro fornisce un quadro esauriente della dicotomia tra progressisti e conservatori, ma soprattutto è importante la spiegazione del ruolo fondamentale delle metafore e dei frame nel pensiero umano in generale ed in quello politico in particolare. È un discorso imprescindibile per controbattere l’ondata montante di razzismo, che ha raggiunto livelli imbarazzanti ad esempio in Italia. Di fronte allo sconforto che prende chi, come me, non riesce a farsi una ragione per quel che accade tutto intorno, quotidianamente, questo libro incoraggia una resistenza linguistica, di pensiero e di azione.

“La verità – da sola – non ci renderà liberi. Dire la verità sul potere non basta“, questo è l’insegnamento basilare secondo Carofiglio, autore della prefazione italiana al testo. Partendo dal presupposto che dietro ogni pensiero c’è un frame, una cornice più ampia in cui questo si inserisce e da cui trae senso, bisogna rendersi conto che

la negazione di un frame non solo attiva quel medesimo frame, ma lo rafforza tanto più quanto si continua ad attivarlo. Cosa questo implichi nel discorso politico è evidente: quando discutiamo con qualcuno dello schieramento opposto al nostro utilizzandone il linguaggio, attiviamo i frame di quello schieramento, rafforzandoli in chi ci ascolta a scapito dei nostri. Alla luce di ciò i progressisti, ad esempio, dovrebbero evitare di usare il linguaggio dei conservatori e i relativi frame che quel linguaggio attiva, ed esprimere invece le loro convinzioni utilizzando il proprio linguaggio al posto di quello degli avversari.

Vorrei vedere queste frasi stampate in ogni circolo, stanza, ufficio, casa, di chiunque non si riconosca nell’apparente maggioranza molto poco silenziosa che sembra dominare il discorso pubblico attuale. Speranza vana? Nel nostro piccolo ognuno di noi dovrebbe seguire i suggerimenti di Lakoff, perché se è vero che “i candidati progressisti e democratici tendono a seguire i sondaggi per decidere se diventare più “centristi”, se spostarsi più a destra. I conservatori, invece, non si spostano mai a sinistra, eppure vincono”, dovremmo cambiare radicalmente approccio. Ancora Lakoff: “non spostiamoci a destra. Lo spostamento a destra è pericolo per due motivi: allontana la base progressista e aiuta i conservatori ad attivare il loro modello negli elettori biconcettuali*”. (Siete autorizzati a lanciare una copia del libro a qualsiasi elettore/simpatizzante/esponente del PD, chissà che per osmosi non funzioni). La scienza ci spiega come sia possibile che persone comuni, magari appartenenti alle classi medio-basse, possano sostenere posizioni razziste e classiste fino a votare contro i propri interessi:

Uno dei principali risultati della scienza cognitiva è la scoperta che le persone pensano in termini di metafore e frame, (…). I frame si trovano nelle sinapsi del nostro cervello, fisicamente presenti sotto forma di circuiti neuronali. Quando i fatti non corrispondono ai frame, i frame restano lì, fermi e immutati nel nostro cervello, mentre i fatti vengono ignorati e scivolano via.

Non vuol dire per questo che non si possa contrastare la tendenza in atto. Occorre però tempo e impegno costante e concreto per creare e diffondere frame opposti a quelli ora dominanti. Vorrei chiudere facendo un esempio, citando nuovamente il libro in una delle pagine più di sinistra che contiene:

Ai conservatori piace parlare di imprenditori e investitori benestanti come di “creatori di lavoro”, o di persone che “donano” un lavoro alla gente, come se il lavoro fosse un regalo che si offre alle persone disoccupate. Che assurdità. La verità è che i lavoratori sono creatori di profitto, e che nessuno sarebbe assunto se non contribuisse al profitto di imprenditori e investitori. Questa è una verità fondamentale: i lavoratori producono profitto. Ma qualcuno lo dice? Quante volte, se mai vi è successo, avete sentito pronunciare questa verità? Eppure è una verità importante perché rinquadra la questione del lavoro dalla prospettiva del contributo fornito dai lavoratori.

 

* sono biconcettuali quelle persone, suppongo la maggioranza in realtà, che condividono sia posizioni progressiste che conservatrici, a seconda degli argomenti o dei contesti.

L’incubo di Hill House, dentro e fuori di noi

Nessun organismo vivente può mantenersi a lungo sano di mente in condizioni di assoluta realtà.

L'incubo di Hill House

“Forse il migliore tra i grandi romanzi del soprannaturale dell’ultimo secolo”. Stephen King

Di sicuro l’incipit di L’incubo di Hill House rientra di diritto tra i migliori incipit che io abbia mai letto. Semplicemente perfetto nella forma e nel senso che racchiude in nuce la storia che introduce. È una di quelle frasi rivelatrici che risulta vera ed essenziale appena letta, e se si hanno anche piccole o grandi ambizioni letterarie dispiace non averla immaginata da sé. Protagonista è la casa, che sembra essersi edificata da sola, e viene definita “un luogo non adatto agli uomini, né all’amore, né alla speranza”. Hill House è probabilmente la metafora delle prigioni mentali, fisiche, in cui l’essere umano tende a rinchiudersi. Si va avanti a volte ignorando, o fingendo di ignorare, la realtà nella sua interezza. Meccanismi di autodifesa forse, che permettono di sopravvivere in maniera “sana”.

La negazione è qualcosa che realmente sperimentiamo anche su grandi temi, o sul sistema in cui siamo immersi. Penso al cambiamento climatico: difficile potersi tirare fuori fingendo di non essere coinvolti, eppure continuiamo, giorno per giorno, le nostre vite, come se non ci riguardasse. Penso alla trasformazione del sistema capitalistico da modo di produzione storicamente dato a realtà immanente e permanente senza inizio né fine, al punto che si finisce per accettare la possibilità della fine del mondo (scenario piuttosto apocalittico, siamo più a rischio noi come specie, insieme ad altre specie certo, che l’ecosistema Terra) ma non del sistema capitalistico. Nell’uno e nell’altro caso siamo più simili ad Eleanor di quanto crediamo. La cattiva notizia è che non siamo solo personaggi di una, pure bellissima, storia.

Una sconfitta per la “mafia dei pascoli”

lamafiadeipascoliDi storie di mafia se ne possono leggere tante e la maggior parte di esse narra di sconfitte e morti nel tentativo di batterla. Nell’attesa di poter leggere la parola FINE è rincuorante scoprire o approfondire, se tramite la cronaca dei fatti narrati si è già informati almeno a grandi linee, “La mafia dei pascoli”, una storia di riscatto, una vittoria non da poco anche se non definitiva, sulla mafia.  Un messaggio che dovrebbe risuonare ovunque nella terra della rassegnazione, dove si è sempre fatto così (e non è vero perché la mafia è un fenomeno storico, come ci ricorda uno dei più grandi uomini che l’ha combattuto, oggi purtroppo citato a sproposito), e del chi te lo fa fare, “tanto non cambia niente”. Quante volte si sentono ripetere queste parole vuote. Non è così. La storia di Giuseppe Antoci, raccontata anche attraverso un lungo dialogo con Nuccio Anselmo, ci insegna che si può cambiare e conferma quanto già è stato detto in passato: “bisogna colpire economicamente i mafiosi”.

Come è stato possibile che la mafia avesse entrate anche milionarie attraverso i fondi europei? Quando Antoci diviene Presidente del Parco dei Nebrodi in breve tempo scopre che la mafia ha le mani praticamente su tutti i terreni dei Nebrodi, e attraverso bandi regolari che vanno altrimenti deserti per paura, presentando autocertificazioni antimafia – praticamente carta straccia – ottiene centinaia di migliaia di euro di fondi europei. Senza peraltro fare nulla sui terreni in questione, che restano incolti, abbandonati. Antoci stipula un Protocollo con la Prefettura di Messina secondo il quale anche per i bandi al di sotto della soglia dei 150 mila euro diventa necessario il certificato antimafia rilasciato dalla Prefettura con apposita istruttoria delle forze dell’ordine. Prima sono partiti i ricorsi, poi le intimidazioni fino al fallito attentato allo stesso Antoci, nel maggio del 2016. Nel frattempo il Protocollo è stato esteso in un primo tempo all’intera provincia di Messina, poi all’intera Sicilia fino ad entrare a tutti gli effetti nell’ordinamento dello stato con il suo recepimento all’interno del nuovo codice antimafia del 2017. L’ultima parte del libro ricostruisce a grandi linee la storia del ramo barcellonese di Cosa nostra, inquadrando così il contesto mafioso in cui si inserisce questa vicenda. Una battaglia importante vinta, nell’attesa di vincere la guerra.

Caducità

morte in fenicotteroLa morte è l’ineluttabile sottaciuto del nostro eterno presente. Si prova ad “esorcizzarlo” in mille modi, si ignora o si deride o si oltraggia, perché è l’Evento che sappiamo ci rende uguali, o quasi. Il rapporto malsano che abbiamo con la morte ci conduce comunque verso il baratro. È ciò che accade ad esempio rispetto al cambiamento climatico: non lo prendiamo sul serio perché vorrebbe dire la fine per noi. E per noi non ci dovrebbe essere mai fine. E in realtà non è così; la fine è essenziale, siamo noi ad essere incidentali. A stimolare queste riflessioni sulla caducità è stato L’arrivo di Saturno, penultimo libro di Loredana Lipperini, un testo che definirei necessario. Intreccia storia personale, finzione e Storia con la S maiuscola, quella che in Italia è mistero e deviazioni pericolose. Tutto nasce dall’amicizia: Loredana, Dora nel libro, è amica di Graziella. Un nome così delicato avvolto nelle più oscure trame italiane: Graziella De Palo è infatti una giornalista che indaga sui traffici di armi quando scompare con un collega a Beirut nel 1980. Un lutto mai del tutto elaborato, che tormenta la scrittrice; del resto ancora oggi non si sa cosa sia realmente accaduto quel giorno, chi siano i colpevoli, né dove sia finito il corpo della giornalista. Un’assenza di troppo per l’elaborazione del lutto che è già faccenda complicata per tutti. Forse anche per i motivi di cui scrivevo al principio. Quando scompare qualcuno a cui siamo legati sembra morire anche un pezzo di noi. Le circostanze più o meno cattive (non esiste morte buona d’altronde) fanno il resto. arrivo di saturnoL’assurdità della storia di Graziella De Palo è sicuramente un ulteriore elemento di caos emotivo, e l’augurio è che la catarsi possa almeno parzialmente arrivare con la scrittura, che è qualcosa che personalmente aiuta molto, nel mio piccolo. La narrazione magistralmente intreccia il racconto/ricordo con un altro racconto di falsari tra fantastico e storico e più volte le due trame si sfiorano. Alla fine non c’è nessuna risposta ma si spera che questa, la domanda possa risuonare meglio, affinché un giorno anche quella arrivi. Abracadabra.

 

Dedicato al mio papà. Manchi dal 3 luglio 1998. E per sempre.