Decolonizzare le migrazioni

Ogni ordine stabilito produce la naturalizzazione

della propria arbitrarietà.

G. Cordova

cartografie-sociali-bellinvia-decolonizzare-migrazioniIl testo curato da Tindaro Bellinvia e da Tania Poguisch raccoglie una serie di saggi che da diversi punti di vista trattano criticamente il tema delle migrazioni. Infatti il filo conduttore che accomuna tutti i testi racchiusi nel volume è la necessità di superare l’approccio colonialista che, volente o nolente, è insito nel discorso sulle migrazioni. C’è infatti un rimosso coloniale, soprattutto in Italia,  che ne condiziona inevitabilmente da una parte le analisi e dall’altra, più drammaticamente le politiche. Nella mia tesi di dottorato dedicata a crisi e immigrazione riconoscevo l’urgenza di riconoscere tale questione dedicando ad essa un paragrafo, e mi ero ripromessa di approfondire una questione tanto importante quanto trascurata. Sono dunque molto grata agli autori per aver dato luce ad un testo che, come dice il sottotitolo, attraverso i temi del razzismo, dei confini e delle marginalità, puntano a contribuire a decolonizzare le migrazioni.

In generale, affrontare tali argomenti non è pretestuoso né liminale, anzi si tratta di una questione centrale del nostro tempo. “I migranti” ci fanno sapere Avallone e Torre nella prefazione al volume “sono il limite su cui si infrange il modello di democrazia universale che è stato presentato (…) come l’orizzonte compiuto della nostra storia” (p. 7). Ci sono diversi punti fermi che mi preme sottolineare, a partire dalla convinzione che il colonialismo non è mai finito:

costruire un pensiero decolonizzato significa superare l’insieme delle relazioni di potere che ancora definisce quella totalità eterogenea che è la società globale. (Avallone e Torre, p. 15) 

Inoltre, in piena globalizzazione, anche se per alcuni versi anche questa arranca, si assiste ad una moltiplicazione dei confini, che in realtà non servono a fermare il movimento degli uomini: infatti “il confine è un metodo per il capitale” (Lo Schiavo cita Mezzadra e Neilson), si tratta cioè semplicemente di selezionare gli ingressi e permettere l’entrata di quella riserva di manodopera che nel contesto della moltiplicazione di lavoro precario è richiesta dalle società-fortezza. Contemporaneamente è stata creata e si continua ad alimentare una guerra di bassa intensità ai migranti, con l’aggiunta negli ultimi anni, in particolare dopo alcune ‘tragedie del mare’, dell’umanitarismo come tecnica governamentale. (Poguisch) Ammantare di umanità la guerra ai migranti è un carattere ormai distintivo quanto odioso. Quello che accade come sappiamo è la creazione di illegalità, precarietà e quindi marginalità (Bellinvia) attraverso il controllo – gestione umanitaria che in realtà è militarizzata. Altro punto fermo è il fatto che “spesso le divisioni etniche celano rapporti e conflitti di classe” (Villari, p. 101).

Mi sento di fare anche due menzioni speciali. La prima al saggio di Angela Bagnato, che sento molto vicino trattando della condizione delle ‘badanti’ cui ho rivolto la ricerca anch’io in passato, perché sottolinea la gerarchia delle priorità del sistema, per cui dal 1981 si hanno tutti i dati sull’IVG delle donne straniere, quindi solo tre anni dopo l’approvazione della legge 194, mentre la prima ricerca sulle violenze da loro subite è del 2015 a cura dell’Istat. La seconda al saggio di Carmelo Russo che racconta del ghetto Piccola Sicilia a Tunisi di un secolo fa, una storia che non conoscevo e una lettura che andrebbe fatta sicuramente per mettere in prospettiva tutta una serie di discorsi di senso comune che stanno diventando purtroppo dominanti.

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