Perché le nazioni falliscono… i miei due centesimi

Perché le nazioni falliscono: Alle origini di potenza, prosperità e povertà

ebook, 527 pagine
31 maggio 2013 Il Saggiatore

Il testo è interessante e offre molti spunti di riflessione ma anche di critica, è ricco di dati e di ricerca, però a mio avviso soffre di un punto di vista falsato. La teoria che contrappone istituzioni economiche e politiche inclusive ad istituzioni estrattive è interessante, partendo comunque da premesse parziali. In particolare l’economia di mercato viene considerata una istituzione inclusiva tout court non considerando che non lo è mai per tutti, perché nel capitalismo ci sono vincitori e vinti ed in realtà ad essere estrattivo è lo stesso sistema capitalistico. Che poi ci siano istituzioni politiche inclusive od estrattive cambia poco, il capitalismo funziona sullo sfruttamento di una parte, e lo sviluppo della Cina, formalmente un regime comunista, dimostra che per il capitale non hanno importanza la forma di governo né i principi democratici. Gli autori in base alla loro teoria del resto prevedono che la crescita cinese, essendo di tipo estrattivo, non possa durare, e questo solo il tempo potrà dircelo. Il libero mercato e la proprietà privata sono considerate istituzioni economiche inclusive per eccellenza. Gli esempi portati sono molti, ma anche quando si parla dello sviluppo mancato ad opera di colonialismo ed imperialismo sembra sfuggano elementi fondamentali. Gli Stati Uniti sono diventati una potenza mondiale a scapito dei nativi americani, dei lavoratori sfruttati e degli schiavi eppure passa sottotraccia, così come le meraviglie della Rivoluzione Industriale sono presentate con pochi spunti critici. Grande assente in questa narrazione è l’ambiente, tra l’altro. Sviluppo e ricchezza non sono mai stati per tutti, si sono avuti sempre al prezzo di un’ipoteca sugli esclusi, sulle generazioni future, sull’ecosistema futuro.

Gli autori espongono la propria tesi: “istituzioni politiche di tipo inclusivo, distribuendo più ampiamente il potere, tenderebbero a sradicare le istituzioni economiche che espropriano la maggioranza della popolazione delle sue risorse, pongono barriere all’ingresso nei mercati e ne distorcono il funzionamento a beneficio di pochi”. Leggendo tale tesi, riproposta più volte nel corso della trattazione, una domanda mi torna in mente: non potrebbe adattarsi proprio al capitalismo la definizione di sistema estrattivo, piuttosto che inclusivo? Non è un passaggio che gli autori possono compiere, dato che il loro percorso si svolge pienamente e comodamente all’interno del pensiero economico dominante, come si può vedere dall’utilizzo costante e senza alcuna problematizzazione di concetti quali ‘crescita economica’ e ‘PIL’. Tra i concetti utilizzati come strumenti per avvalorare la loro tesi appare anche diverse volte la “distruzione creatrice” elaborata per la prima volta da Schumpeter, e si capisce bene il motivo: gli sconfitti della crescita economica, chiunque essi siano, sembrano simili ai ‘danni collaterali’ delle guerre contemporanee. In generale, anche l’uso di concetti politologici è poco chiaro e non problematizzato, ad esempio quando si fa riferimento alla democrazia separandola dal pluralismo. Ci può essere democrazia senza pluralismo? Ma allora cos’è la democrazia? E cosa il pluralismo?

In conclusione la lettura di tale testo è interessante perché fornisce una serie di dati rilevanti dal punto di vista dell’economia e della politica comparata, con una prospettiva storica, anche se la tesi di fondo non può essere accolta come spiegato sopra.

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