Il lavoro è una truffa

Vivere scrivendo, poter vivere essendo pagata per scrivere è una cosa bellissima, e non solo per me. Impossibile? Certo difficile in questa temperie. Eppure il PIL sale, la luce in fondo al tunnel si vede (anche se io resto convinta che quelli siano i fari di un treno AV), i contratti a tempo indeterminato aumentano! Se si possono chiamare così i contratti a tutele crescenti, quelli che ti assumo e non mi costa nulla licenziarti anche se sulla carta sei a tempo indeterminato. Che di indeterminato qua è rimasto solo il nostro futuro. E guai a chi osa (come Tsipras) far notare che i paesi dell’area mediterranea, Italia compresa, stanno sulla stessa barca… mica siamo la Grecia noi eh… a quest’ora avremmo un governo degno di questo nome!

Insomma, si cerca lavoro, si fa fatica, i pensieri ce li abbiamo tutti, ci si trova sommersi da annunci di lavoro improponibili, e tra questi c’è una percentuale di truffe che non saprei quantificare. Sta di fatto che cercando online si trovano diverse guide per riconoscere tali truffe, e ci sono anche pagine su FB per segnalarle…

Non è allettante un’offerta come “responsabile di redazione”? Effettivamente lo è… anche se l’annuncio è anonimo (primo segnale) e non spiega come dovrebbe qual è il lavoro che si andrà a fare (secondo segnale). Allora che si fa? Si prova a rispondere all’annuncio e quando la risposta dell’offerente è molto celere (mezz’ora?) arriva il terzo segnale. Inviamo il CV e chiediamo chiarimenti, che chiedere non costa nulla. Neanche due ore e ti chiamano, il numero risulta quello, il sito è online, con annunci pubblicitari e un sacco di articoli che chissà chi li scrive e chissà quanto e se viene pagato. Il sito è avviato, la ragazza che se ne occupa ha trovato lavoro (lapsus? ah forse un altro lavoro, perché questo è un lavoro giusto?) e non può gestirlo (ma non si guadagna bene?), colloquio non sanno cosa sia ma mi dicono che si tratta di gestire il sito, “scrivere, scrivere, scrivere” e cercare anche sponsor perché si sa ormai guadagnare col giornalismo non è più possibile. Eh maledetti idealisti! Ma già degli sponsor ci sono, l’unica cosa è che il sito costa, 50 euro, dopo cinque minuti diventati 45, al mese e allora si fa a metà 25 ce li metto io, il guadagno e tutto mio… (QUARTO SEGNALE!) se guadagno 1000 sono i miei. Ecco, è il se. Quanto posso guadagnare gestendo una redazione che non c’è, su un sito che probabilmente è solo acchiappa click, che contratto è? A progetto come scritto sull’annuncio? Eh ma poi la ragazza che gestisce per ora non la posso conoscere, devo fare come se non ci fosse. Perché? Perché siamo atomi, ed è come in quella canzone di Silvestri, ancora più semplice (“Però così succede che gli schiavi si conoscono, si riconoscono, magari poi riconoscendosi succede che gli schiavi si organizzano e se si contano allora vincono”).

Nel momento in cui scrivo l’annuncio è stato visualizzato 164 volte. Ipotizzando che abbia risposto una metà e saranno sicuramente di più, subito ricontattata… supponiamo che una metà dica va bene, perché la risposta la vogliono presto, ché “se a Roma non c’è lavoro, mi dicono che a Messina non è meglio” (quinto segnale)… fanno 2050 euro per il primo mese… mica male per un sito web!

Poi magari mi sbaglio e ho perso l’occasione della vita… sarei diventata una giornalista-imprenditrice con un piccolo investimento iniziale (che poi c’è anche la sede da prendere perché ci vuole eh!) intanto Kunta Kinte…

scrivo per me stessa, sul blog, e ci guadagno, in salute e dignità.

Rubrica poco seria… i motori di ricerca a improbabilità infinita

Il 4 giugno 2015 ho controllato dopo tanto i termini di ricerca utilizzati per arrivare al mio blog, da sempre. Essendo che il santo Google (come lo definisce Deaglio nel libro che sto leggendo) funziona secondo i principi del motore a improbabilità infinita

mi sono uscite 7 pagine di risultati (in formato A4 di Word) e l’ultima voce riporta 296 termini sconosciuti! Del resto anche io ho fatto ormai migliaia di ricerche astruse per un motivo o per un’altro…
Di seguito una selezione di quelli che considero più divertenti, ripromettendomi di riproporre questa sorta di “rubrica” con una certa periodicità, si fa per dire.

“un uomo vede un uccello morente” 106 volte

Ok, neanche ricordavo da dove venisse, ma vi giuro che è un chiodo fisso….

dopodomani sicuramente 5 volte

lo dico sempre io, credo derivi da una citazione di Gaber, anzi ne sono quasi sicura.. quasi quasi lo cerco su google

pink fiat panda 2001 4 volte

boh

orgasmo allo specchio 2 volte

anche questa è una fissazione, non mia, di chi cerca su google, giuro!

porno sputo statico 2 volte

dove vedete porno tutto nasce dalle molte volte che ho citato i porno riviste, una band brianzola… o almeno credo

un uomo vede un uccelo morente stranamente “solo” 2 volte

un uomo guarda “un uccello morente e pensa che la vita ” 2 volte

orgasmi allo specchio 2 volte

che vi avevo detto?

berlusconi culo flaccido 1 volta

mentre in egittto tirano pietre in italia tirano mutande 1 volta

alcune ricerche mi sembrano pezzi di storia tragicomica del nostro paese

dove posso scaricare riviste porno 1 volta
oroscopando riviste porno 1 volta
la sottile linea rossa un uomo vede un uccello morente 1 volta
www orgasmoi allo specchio 1 volta

orgasmi davanti allo specchio 1 volta

uno spettacolo insomma!

Ad ogni modo in generale una sola volta sono state cercate ad esempio:

sweepsy wordpress

sweepsy’s blog

https://sweepsy.wordpress.com

Comincio a pensare che dovrei dare un nome più originale al blog, tipo orgasmi allo specchio con un uccello morente e le riviste porno

Perché le nazioni falliscono… i miei due centesimi

Perché le nazioni falliscono: Alle origini di potenza, prosperità e povertà

ebook, 527 pagine
31 maggio 2013 Il Saggiatore

Il testo è interessante e offre molti spunti di riflessione ma anche di critica, è ricco di dati e di ricerca, però a mio avviso soffre di un punto di vista falsato. La teoria che contrappone istituzioni economiche e politiche inclusive ad istituzioni estrattive è interessante, partendo comunque da premesse parziali. In particolare l’economia di mercato viene considerata una istituzione inclusiva tout court non considerando che non lo è mai per tutti, perché nel capitalismo ci sono vincitori e vinti ed in realtà ad essere estrattivo è lo stesso sistema capitalistico. Che poi ci siano istituzioni politiche inclusive od estrattive cambia poco, il capitalismo funziona sullo sfruttamento di una parte, e lo sviluppo della Cina, formalmente un regime comunista, dimostra che per il capitale non hanno importanza la forma di governo né i principi democratici. Gli autori in base alla loro teoria del resto prevedono che la crescita cinese, essendo di tipo estrattivo, non possa durare, e questo solo il tempo potrà dircelo. Il libero mercato e la proprietà privata sono considerate istituzioni economiche inclusive per eccellenza. Gli esempi portati sono molti, ma anche quando si parla dello sviluppo mancato ad opera di colonialismo ed imperialismo sembra sfuggano elementi fondamentali. Gli Stati Uniti sono diventati una potenza mondiale a scapito dei nativi americani, dei lavoratori sfruttati e degli schiavi eppure passa sottotraccia, così come le meraviglie della Rivoluzione Industriale sono presentate con pochi spunti critici. Grande assente in questa narrazione è l’ambiente, tra l’altro. Sviluppo e ricchezza non sono mai stati per tutti, si sono avuti sempre al prezzo di un’ipoteca sugli esclusi, sulle generazioni future, sull’ecosistema futuro.

Gli autori espongono la propria tesi: “istituzioni politiche di tipo inclusivo, distribuendo più ampiamente il potere, tenderebbero a sradicare le istituzioni economiche che espropriano la maggioranza della popolazione delle sue risorse, pongono barriere all’ingresso nei mercati e ne distorcono il funzionamento a beneficio di pochi”. Leggendo tale tesi, riproposta più volte nel corso della trattazione, una domanda mi torna in mente: non potrebbe adattarsi proprio al capitalismo la definizione di sistema estrattivo, piuttosto che inclusivo? Non è un passaggio che gli autori possono compiere, dato che il loro percorso si svolge pienamente e comodamente all’interno del pensiero economico dominante, come si può vedere dall’utilizzo costante e senza alcuna problematizzazione di concetti quali ‘crescita economica’ e ‘PIL’. Tra i concetti utilizzati come strumenti per avvalorare la loro tesi appare anche diverse volte la “distruzione creatrice” elaborata per la prima volta da Schumpeter, e si capisce bene il motivo: gli sconfitti della crescita economica, chiunque essi siano, sembrano simili ai ‘danni collaterali’ delle guerre contemporanee. In generale, anche l’uso di concetti politologici è poco chiaro e non problematizzato, ad esempio quando si fa riferimento alla democrazia separandola dal pluralismo. Ci può essere democrazia senza pluralismo? Ma allora cos’è la democrazia? E cosa il pluralismo?

In conclusione la lettura di tale testo è interessante perché fornisce una serie di dati rilevanti dal punto di vista dell’economia e della politica comparata, con una prospettiva storica, anche se la tesi di fondo non può essere accolta come spiegato sopra.