I media, le fughe di cervelli e il ghetto (o ode a twitter)

Questo post nasce su twitter, un’idea che mi viene in mente verificando notizie geograficamente vicine e lontane, che arrivano in tempo reale sul social network. La prima cosa che faccio, se la notizia mi interessa, e` cercare altre fonti, altri dati, approfondimenti per quanto sia possibile se si tratta di breaking news. Cosa succede allora? Ieri leggo di un’allarme bomba in Francia, evacuata la Torre Eiffel. Cerco in vari siti di informazione ma noto che anche solo i lanci di agenzia tardano ad arrivare. Oggi la cosa succede di nuovo, ancora piu` evidente. Leggo un lancio di Reuters, su twitter, riguardo un terremoto tra Myanmar e Thailandia (ore 15.09). Apro l’Ansa, lo faccio spesso, e non compare nulla, neanche un lancio. Saranno a prendersi un caffe`, si commenta su twitter, oppure stanno cercando la posizione geografica su google maps prima di scriverne. Sempre su twitter, pochi minuti dopo la notizia arriva da AJLive e BBC. Ancora poco dopo, Internazionale riprende il lancio di Reuters. Poi aprendo le pagine di AGI e ADNkronos noto che dopo un tempo tuttosommato accettabile (10 minuti o poco piu`) danno la notizia anche loro. E` passata un’ora (sono le 16.02) e sull’Ansa ancora nessuna traccia. Dovrebbe essere la prima agenzia italiana, se non erro. E lascio perdere i quotidiani online, che hanno la velocita` di un bradipo stordito. Del resto non sono agenzie di informazione, ma giornali e magari il loro punto forte e` l’approfondimento, non le breaking news (evito di infierire piu` che altro… cos’e` la BBC allora? e se dovessimo analizzare gli approfondimenti dei nostri giornali…)

Su twitter ci chiediamo il motivo. Si parla di provincialismo e scarsa professionalita`. Provincialismo. Gia`… @kappazeta mi linka un vecchio pezzo su Giap (quando era una newsletter) che parla della mentalita` del ghetto, un pezzo che trovai interessante allora ma che oggi e` piu` che mai attuale. Tra l’altro avvengono strani incroci, perche` proprio in questi giorni su Giap (nel nuovo formato blog) si e` discusso di fughe di cervelli partendo per la tangente dall’intervento di WM2 su Tripoli e i 150 anni d’Italia. Credo che le parole al riguardo nel vecchio post di Giap siano punto di partenza e conclusione allo stesso tempo. Per quanto riguarda i media italiani, invece, bisogna confermare una mentalita` del ghetto persistente, ottundente, che contagia e che ci atrofizza. Ci sono pero` buone notizie. Twitter e` un social un po` sui generis, dal mio punto di vista, ed ha enormi potenzialita` di azione e informazione, dal basso e orizzontalmente. Questa storia potrebbe essere raccontata nuovamente evidenziando la reattivita` di twitter piuttosto che la lentezza del web piu` tradizionale. Mentre su facebook leggo stronzate, comunico con parenti e amici che c’hanno solo quello (e meno male!) su twitter mi sento parte attiva, partecipo, comunico in maniera diversa, per interessi e non per obblighi sociali.

 

CREDITS: ringrazio la collaborazione su twitter, oltre del gia` citato @kappazeta, di @tanzmax, @uomoinpolvere, @j0hngr4dy. Senza le loro risposte questo post non ci sarebbe.

Ps. prima di pubblicare il pst, ore 16.22, ancora l’Ansa non ha idea di dove sia il Myanmar…

Chi è stato?

Passato il 17 marzo, festa dell’unità italiana, pare. Sono abbastanza dibattuta sui sentimenti suscitati da tali celebrazioni perché temo il frame dominante, che banalizza e traduce il senso di appartenza ad una comunità come esclusione rispetto a tutti gli altri, ed è inoltre reazionario e destrorso. No grazie. E però sono italiana, e mi sento di esserlo, nonostante tutto. Come ci si può sentire italiani senza paure né colpe oggi? E’ un processo difficile ma credo sia necessario. Le mie celebrazioni sono iniziate girovagando su un treno espresso che sembrava risalire ai tempi dell’unità, e le ho concluse in maniera soddisfacente ascoltando la prima parte dell’intervento dei Wu Ming vicino Bologna in occasione proprio del 150esimo, che potete trovare qui (una buona sintesi degli argomenti principali anche qui). Continuo ogni giorno ascoltando un illustre “infangatore della patria”, Caparezza. Per intenderci la canzone che ho dedicato al 17 è “Non siete stato voi”

Ecco il testo:

Non siete Stato voiche parlate di libertà
come si parla di una notte brava dentro
i lupanari.
Non siete Stato voi che
trascinate la nazione dentro il buio
ma vi divertite a fare i luminari.
Non siete Stato voi che siete uomini di
polso forse perché circondati da una
manica di idioti.
Non siete Stato voi
che sventolate il tricolore come in
curva e tanto basta per sentirvi patrioti.
Non
siete Stato voi né il vostro parlamento
di idolatri pronti a tutto per ricevere
un’udienza.
Non siete Stato voi che
comprate voti con la propaganda ma
non ne pagate mai la conseguenza.
Non siete Stato voi che stringete tra le
dita il rosario dei sondaggi sperando
che vi rinfranchi.
Non siete Stato
voi che risolvete il dramma dei disoccupati
andando nei salotti a fare i saltimbanchi.
Non
siete Stato voi. Non siete Stato, voi.
Non siete Stato voi, uomini boia con la
divisa che ammazzate di percosse i
detenuti.
Non siete Stato voi con gli
anfibi sulle facce disarmate prese
a calci come sacchi di rifiuti.
Non
siete Stato voi che mandate i vostri
figli al fronte come una carogna da
una iena che la spolpa.
Non siete Stato
voi che rimboccate le bandiere sulle
bare per addormentare ogni senso di
colpa.
Non siete Stato voi maledetti
forcaioli impreparati, sempre in cerca
di un nemico per la lotta.
Non siete
Stato voi che brucereste come streghe
gli immigrati salvo venerare quello
nella grotta.
Non siete Stato voi col
busto del duce sugli scrittoi e la
costituzione sotto i piedi.
Non siete
Stato voi che meritereste d’essere
estripati come la malerba dalle vostre
sedi.
Non siete Stato voi. Non siete
Stato, voi.
Non siete Stato voi che
brindate con il sangue di chi tenta
di far luce sulle vostre vite oscure.
Non
siete Stato voi che vorreste dare voce
a quotidiani di partito muti come sepolture.
Non
siete Stato voi che fate leggi su misura
come un paio di mutande a seconda dei
genitali.
Non siete Stato voi che trattate
chi vi critica come un randagio a cui
tagliare le corde vocali.
Non siete
Stato voi, servi, che avete noleggiato
costumi da sovrani con soldi immeritati,
siete
voi confratelli di una loggia che poggia
sul valore dei privilegiati
come voi
che i mafiosi li chiamate eroi e che
il corrotto lo chiamate pio
e ciascuno
di voi, implicato in ogni sorta di
reato fissa il magistrato e poi giura
su Dio:
“Non sono stato io”.

Ma credo che in tutto il cd, come nei precedenti, si possano trovare riferimento all’Italia non da celebrare ma da denunciare, perché se si tiene veramente al proprio paese si alza il culo per migliorarlo, non per seppellirne le colpe, come da sempre facciamo noi. Caparezza è stato accusato dal ministro Rotondi di essere contro l’Italia. Solita storia del dito e della luna.

Altre citazioni dall’album:

Risorgimento italiano,
non fare il baro o chiamo il notaro.
Perché non dirlo, il tema dell’inno
non è di Mameli
è di Novaro.

NEWS: Ore 13 a tavola,
riuniti davanti al TG come ellenici all’agorà.
Notizie del principe e di Corona, di Draghi
e del cavaliere, cos’è? Una favola?

E i funerali di stato a che servono?
I militari in missione chi servono?
E i caduti sul lavoro? Per loro nemmeno
un cero con il santo patrono,
ma sii serio.. (Cose che non capisco)

E sul popol(in)o italiano…

Neanche a citare Goodbye Malincònia, per la quale il sottoministro s’è risentito (per inciso il tizio crede che la musica italiana di un certo livello possa valicare le alpi solo per collaborazioni internazionali, non per la sua validità intrinseca. Tzé). Io mi risento quando scopro che siamo lì lì per bombardare la Libia, probabilmente per festeggiare i 100 anni della prima invasione. In Italia la realtà è sempre più spesso la tragedia della farsa della tragedia.

#AaAM My two cents

Anatra all'arancia meccanica. Racconti 2000-2010Anatra all’arancia meccanica. Racconti 2000-2010 by Wu Ming
My rating: 5 of 5 stars

Quel che mi ha sempre colpito degli scritti dei Wu Ming è la loro capacità di attivare le sinapsi, in maniere sempre nuove e ‘oblique’, per riprendere una autodefinizione del loro sguardo. Questo processo è cominciato nella mia testa con Q, prima lettura del collettivo, a firma Luther Blissett, un romanzo che nella mia personalissima opinione è IL romanzo (si sono Qu-ista!) e non si è interrotto in seguito, nel proseguire la scoperta della narrazione wuminghiana. Ed è quello che è accaduto anche con Anatra all’Arancia Meccanica, notevole raccolta di racconti che ripercorre dieci anni di storia italiana, gli Anni zero, insieme a dieci anni di riuscitissima narrativa. AaAM è scivolato velocemente, si è quasi letto da solo, non sempre facilmente per la forza sprigionata da alcune sue parti, attenuata in qualche caso dalla (s)fortuna di aver già letto questo o quello scritto. E’ il caso ad esempio de L’istituzione-branco, che se non avessi già letto più di una volta in rete mi avrebbe avvolta più densamente e mi avrebbe costretta a ripercorrerlo due e tre volte per ‘metabolizzarlo’. Duro e necessario quando fu pubblicato su Carmilla, non è affatto casuale la sua collocazione all’interno della raccolta, come credo non sia casuale nessun racconto. E’ difficile selezionarne uno su tutti perché il livello non scende mai, la tensione resta alta, anzi è forse un crescendo senza sosta. Facendo una necessaria menzione speciale ai due racconti ispirati al mondo disneyano (Pantegane e sangue e Canard à l’orange mécanique) vorrei concentrarmi sugli ultimi due racconti, proiettati al futuro, distopico ma non del tutto scevro di speranze. Roccaserena sembra un’avventura solitaria, ambientata in un futuro non troppo lontano ma abbastanza catastrofico, senza lieto fine, eppure c’è un sacchetto di plastica trasparente che in chiusura rinfranca, oserei dire disseta l’animo del lettore. Arzèstula appare come la migliore chiusura per ricordare che tutto è perduto, forse, ma che non tutto il perduto è perso per sempre. L’ambientazione non è così tetra come può apparire, perché nel racconto la narrazione si conferma come forza liberatrice, conferma di ciò che provo prendendo in mano un testo del genere.
P. S. La mia personalissima colonna sonora, nonostante il consiglio dell’ottimo De Lorenzis nell’introduzione, è stato il nuovo album di Caparezza, Il sogno eretico. Anche lui, da narratore, viene accusato perché racconta. Si sa, il problema in Italia è chi denuncia, non chi è criminale. Alcune assonanze mi hanno particolarmente colpito, come La marchetta di Popolino del cd accostata ai racconti disneyani.
P. S. 2 Il dubbio sulla nota rovesciata a p. 242, alla fine di In like Flynn l’ho risolto in diretta twitter grazie agli stessi autori:

La nota va letta davanti allo specchio, perché “nessuno è immune dal diventare ‘nazista’ ” http://bit.ly/f3q5NR #AaAM

Quando ho letto, ho realizzato. Lo sospettavo già.

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Fango (again)

Tornata nel fango. E penso…

Ottobre 2007

1 ottobre 2009: Giampilieri, Briga, S. Stefano, Pezzolo… (37 morti)

10 marzo 2010: Mili Marina, Mili S. Marco, Mili S. Pietro, Zafferia.

Ottobre 2010

1 marzo 2011: Mili Marina, Mili S. Marco, Mili S. Pietro, Zafferia, Galati.

Sembra un bilancio di guerra, e lo è. E’ la guerra del territorio contro l’uomo, e l’indifferenza dell’uomo verso il territorio. Sono rientrata ieri sera e ho trovato fango tutto intorno. E’ successo pure l’anno scorso. Accadrà ancora, e per fortuna non sempre ci scappa il morto (a dirla tutta due morti a Reggio Calabria ci sono stati, giorno 1). Per quanto tempo ancora sopporteremo? E’ normale che ogni pioggia forte, diluvio o quant’altro, si debba considerare eccezionale e inimmaginabile, e ci si debba ripulire poi dal fango mentre prima non si fa niente per evitarlo, quel fango? Quei morti…

Un esempio su tanti qualche chilometro dopo casa mia: una collina che potrebbe franare, o che semplicemente, ancora non è franata. E intanto chiedono lo stato di calamità, si fanno vedere attivi (ma pare che a Mili S. Pietro gli abitanti siano stati lasciati soli, mentre succedeva questo) e blaterano. Io vedo fango sulla statale, montagne di fango messe in maniera tale da far riprendere la circolazione, vedo che l’acqua continua a sgorgare dagli scoli autostradali sulla SS114, e non credo sia normale, vedo facce stanche che per l’ennesima volta si sentono sporche di fango, e cercano di pulirsi, mentre ringraziano il caso, o i credenti il loro dio, per essere stati risparmiati dal peggio. Insomma, restiamo infangati, come ho detto ormai un anno e mezzo fa e di nuovo nell’ottobre scorso. Ma se neanche questo ci fa scattare un moto d’orgoglio e una genuina rabbia, non so che speranze abbiamo per il futuro.

Rivoltando(ci)

Credo di non avere ancora parlato del Wisconsin, eppure non è una cosa diversa. Già, perché le rivolte del mondo arabo non sono “speciali”, o differenti da quello che accade nel cosiddetto occidente. Bisognerebbe anche ricordarsi della Grecia e dell’Irlanda, qualche volta. Come dice Valerio Evangelist, parlando del Wisconsin:

Siamo in presenza di un nuovo 1967-68. Una ribellione mondiale contro le imposizioni capitalistiche. Il rischio è che, questa volta, nessuno ci faccia caso. Si sono estinte, o godono di minore fortuna, le grandi analisi. Si ripiega dunque su quelle sempliciste: dal puro democraticismo liberale (la rivolta è contro regimi oppressivi) ai deliri detti “geopolitici” cari sia alla sinistra perbene di Limes  che ai rossobruni (strano mix politico tra fascisti e comunisti ultra ortodossi).

Mentre in realtà il problema è globale: il capitalismo, e più nello specifico il monetarismo. Per rincorrere quella che resta una ideologia (tra l’altro dimostratasi fallimentare) e non una teoria scientifica, si rimettono in discussione diritti quali il lavoro, l’istruzione, la sanità, la pensione. Continua Evangelisti:

Questo accade nel Wisconsin e accade in Italia. Ma che c’entra l’Africa del Nord? Chiaramente le forme dell’insubordinazione assumono aspetti aderenti alle caratteristiche locali, e tuttavia la matrice unificante è ben visibile, per chi la cerchi con un minimo di perspicacia.
Nel Nord Africa regimi tirannici hanno resistito finché non si sono piegati al liberismo, investiti dal vento occidentale. Da quel momento hanno spalancato le porte al capitale straniero, lasciato la forza lavoro in balia di se stessa (nell’immaginario alimentato ad arte appaiono ancora società semi-rurali, mentre il tasso di industrializzazione è altissimo), favorito processi di privatizzazione e di compartimentazione sociale.

Per intenderci:

Ma personalizzare è la via peggiore. La Libia non differisce dalla Tunisia, dall’Egitto ecc. perché è la classe più colpita e penalizzata che si leva in piedi. Non islamisti oltranzisti, non nostalgici di regimi precedenti, non esponenti di minoranze tribali (queste componenti ci sono, ma non riflettono l’intero movimento). Si tratta invece di proletari, in maggioranza giovani o giovanissimi, che non riescono a scorgere un futuro possibile, nell’ambito del quadro economico neoliberista dominante. Il fatto che il regime elargisca elemosine, sotto forma di beni di sussistenza a prezzo politico, non li fa uscire dal binario morto in cui sono parcheggiati.
Vale ad Atene, a Parigi, a Roma, a Lisbona, a Tunisi o nel Wisconsin.

E vorrei citare anche @puncox che in un chiarissimo post sul blog afferma:

La rivolta araba non solo non se l’aspettava nessuno, ma nessuno ha contribuito a organizzarla, se non i popoli insorti e le contraddizioni interne al capitale.

In questo caso è il “precario moltitudine” che, dopo l’operaio massa, si appropria della scena sociale.

A scendere in piazza è una nuova soggettività sociale, sorta dei mutamenti che negli ultimi decenni hanno attraversato il capitalismo a livello internazionale.

Una soggettività che rispetto all’operaio massa ha un’arma in più.
Sin dal primo momento le rivendicazioni non sono solo sociali, salariali, come erano a piazza Statuto. Quelle folle reclamano diritti sociali e politici: soldi, pane e libertà.

Insomma, il filo rosso di cui avevo parlato nei precedenti post mi sembra sempre più chiaramente visibile. E noi siamo in mezzo al vortice, non esenti da problemi che sono comuni a tutti i paesi, perché globali, se pur con le dovute distinzioni. E’ importante capire che in fondo non c’è differenza tra il Wisconsin e Tripoli, tra Atene e il Bahrein. E Roma dov’è?