Dottore…dottore… :D

Ebbene si, ce la feci..
Mi sento ancora un pò così…. ho finitoooooooooooooooooooooo aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaah!
Avevo una calma surreale quand’ero là…eheh… per un momento ho anche pensato di fuggire via!
E’ ora che mi dedichi un pò a me stessa… sto aspettando che torna robbie (è già verso Messina a quest’ora!) che ci attende una settimana alcoolica 😀 Nuò!
Vabbè..io ho la parlantina e sò spiritosa… ma mia nipote che mi dice che le serve “l’orecchista” perchè non ci sente bene è troppo! Muahahah ne ha preso da sua mamma 😛 “dettato ortopedico” jukebox 😛

Anyway…torno al cazzeggio (perchè è risaputo, scrivere sul blog è un’attività seria eh…)

spinozzatevi! (motestamente alcuni “autori” li conosco!)

Al capitano Gert dal pozzo :)

Se tutto va bene, giovedì avrò in mano la tesi.. e il 30 mi laureo!!!
Ora mi sto buttando sulle letture e sulle meditazioni (o sul cazzeggio che dir si voglia!)

Voglio ricopiare qua due robe che mi scaldano il cuore… (voglio un commento di giz, claro?!)

http://www.wumingfoundation.com/italiano/Giap/giapxgenova.html



Dalle

moltitudini d’Europa in marcia contro l’Impero

e verso Genova (19-21 luglio 2001)






Noi

siamo nuovi, ma siamo quelli di sempre.

Siamo antichi per il futuro, esercito di disobbedienza le cui storie sono

armi, da secoli in marcia su questo continente. Nei nostri stendardi è

scritto “dignità”. In nome di essa combattiamo chi si vuole padrone

di persone, campi, boschi e corsi d’acqua, governa con l’arbitrio, impone

l’ordine dell’Impero, immiserisce le comunità.

Siamo

i contadini della Jacquerie. I mercenari della Guerra dei Cent’anni

razziavano i nostri villaggi, i nobili di Francia ci affamavano. Nell’anno

del Signore 1358 ci sollevammo, demolimmo castelli, ci riprendemmo il nostro.

Alcuni di noi furono catturati e decapitati. Sentimmo il sangue risalire le

narici, ma eravamo in marcia ormai, e non ci siamo più fermati.


Siamo

i ciompi di Firenze, popolo minuto di opifici e arti minori. Nell’anno

del Signore 1378 un cardatore ci guidò alla rivolta. Prendemmo il Comune,

riformammo arti e mestieri. I padroni fuggirono in campagna e di là

ci affamarono cingendo d’assedio la città. Dopo due anni di stenti

ci sconfissero, restaurarono l’oligarchia, ma il lento contagio dell’esempio

non lo potevano fermare.

Siamo

i contadini d’Inghilterra che presero le armi contro i nobili per porre fine

a gabelle e imposizioni. Nell’anno del Signore 1381 ascoltammo la predicazione

di John Ball: “Quando Adamo zappava ed Eva filava / chi era allora il padrone?”.

Con roncole e forconi muovemmo dall’Essex e dal Kent, occupammo Londra, appiccammo

fuochi, saccheggiammo il palazzo dell’Arcivescovo, aprimmo le porte delle

prigioni. Per ordine di re Riccardo II° molti di noi salirono al patibolo,

ma nulla sarebbe più stato come prima.


Siamo

gli hussiti. Siamo i taboriti. Siamo gli artigiani e operai

boemi, ribelli al papa, al re e all’imperatore dopo che il rogo consumò

Ian Hus. Nell’anno del signore 1419 assaltammo il municipio di Praga, defenestrammo

il borgomastro e i consiglieri comunali. Re Venceslao morì di crepacuore.

I potenti d’Europa ci mossero guerra, chiamammo alle armi il popolo ceco.

Respingemmo ogni invasione, contrattaccando entrammo in Austria, Ungheria,

Brandeburgo, Sassonia, Franconia, Palatinato… Il cuore di un continente

nelle nostre mani. Abolimmo il servaggio e le decime. Ci sconfissero trent’anni

di guerre e crociate.

Siamo

i trentaquattromila che risposero all’appello di Hans il pifferaio. Nell’anno

del Signore 1476, la Madonna di


Niklashausen si rivelò ad Hans e disse:

“Niente più re né principi. Niente più papato né

clero. Niente più tasse né decime. I campi, le foreste e i corsi

d’acqua saranno di tutti. Tutti saranno fratelli e nessuno possederà

più del suo vicino.”

Arrivammo il giorno di S. Margherita, una candela in una mano e una picca

nell’altra. La Santa Vergine ci avrebbe detto cosa fare. Ma i cavalieri del

Vescovo catturarono Hans, poi ci attaccarono e sconfissero. Hans bruciò

sul rogo. Non così le parole della Vergine.

Siamo

quelli dello Scarpone, salariati e contadini d’Alsazia che, nell’anno del

Signore 1493, cospirarono per giustiziare gli usurai e cancellare i debiti,

espropriare le ricchezze dei monasteri, ridurre lo stipendio dei preti, abolire

la confessione, sostituire al Tribunale Imperiale giudici di villaggio eletti

dal popolo. Il giorno della Santa Pasqua attaccammo la fortezza di Schlettstadt,

ma fummo sconfitti, e molti di noi impiccati o mutilati ed esposti al dileggio

delle genti. Ma quanti di noi proseguirono la marcia portarono lo Scarpone

in tutta la Germania. Dopo anni di repressione e riorganizzazione, nell’anno

del Signore 1513 lo Scarpone insorse a Friburgo. La marcia non si fermava,

né lo Scarpone ha più smesso di battere il suolo.


Siamo

il Povero Konrad, contadini di Svevia che si ribellarono alle tasse su vino,

carne e pane, nell’anno del Signore 1514. In cinquemila minacciammo di conquistare

Schorndorf, nella valle di Rems. Il duca Ulderico promise di abolire le nuove

tasse e ascoltare le lagnanze dei contadini, ma voleva solo prendere tempo.

La rivolta si estese a tutta la Svevia. Mandammo delegati alla Dieta di Stoccarda,

che accolse le nostre proposte, ordinando che Ulderico fosse affiancato da

un consiglio di cavalieri, borghesi e contadini, e che i beni dei monasteri

fossero espropriati e dati alla comunità. Ulderico convocò un’altra

Dieta a Tubinga, si rivolse agli altri principi e radunò una grande

armata. Gli ci volle del bello e del buono per espugnare la valle di Rems:

assediò e affamò il Povero Konrad sul monte Koppel, depredò

i villaggi, arrestò sedicimila contadini, sedici ebbero recisa la testa,

gli altri li condannò a pagare forti ammende. Ma il


Povero Konrad ancora

si solleva.

Siamo

i contadini d’Ungheria che, adunatisi per la crociata contro il Turco, decisero

invece di muover guerra ai signori, nell’anno del Signore 1514. Sessantamila

uomini in armi, guidati dal comandante Dozsa, portarono l’insurrezione in

tutto il paese. L’esercito dei nobili ci accerchiò a Czanad, dov’era

nata una repubblica di eguali. Ci presero dopo due mesi d’assedio. Dozsa fu

arrostito su un trono rovente, i suoi luogotenenti costretti a mangiarne le

carni per aver salva la vita. Migliaia di contadini furono impalati o impiccati.

La strage e quell’empia eucarestia deviarono ma non fermarono la marcia.

Siamo

l’esercito dei contadini e dei minatori di Thomas Muentzer. Nell’anno del

Signore 1524, al grido di: “Tutte le cose sono comuni!” dichiarammo guerra

all’ordine del mondo, i nostri Dodici Articoli fecero tremare i potenti d’Europa.

Conquistammo le città, scaldammo i cuori delle genti. I lanzichenecchi

ci sterminarono in Turingia, Muentzer fu


straziato dal boia, ma chi poteva

più negarlo? Ciò che apparteneva alla terra, alla terra sarebbe

tornato.

Siamo

i lavoranti e contadini senza podere che nell’anno del Signore 1649, a Walton-on-Thames,

Surrey, occuparono la terra comune e presero a sarchiarla e seminarla. “Diggers”,

ci chiamarono. “Zappatori”. Volevamo vivere insieme, mettere in comune i frutti

della terra. Più volte i proprietari terrieri istigarono contro di

noi folle inferocite. Villici e soldati ci assalirono e rovinarono il raccolto.

Quando tagliammo la legna nel bosco del demanio, i signori ci denunciarono.

Dicevano che avevamo violato le loro proprietà. Ci spostammo a Cobham

Manor, costruimmo case e seminammo grano. La cavalleria ci aggredì,

distrusse le case, calpestò il grano. Ricostruimmo, riseminammo. Altri

come noi si erano riuniti in Kent e in Northamptonshire. Una folla in tumulto

li allontanò. La legge ci scacciò, non


esitammo a rimetterci

in cammino.

Siamo

i servi, i lavoranti, i minatori, gli evasi e i disertori che si unirono ai

cosacchi di Pugaciov, per rovesciare gli autocrati di Russia e abolire il

servaggio. Nell’anno del Signore 1774 ci impadronimmo di roccaforti, espropriammo

ricchezze e dagli Urali ci dirigemmo verso Mosca. Pugaciov fu catturato, ma

il seme avrebbe dato frutti.

Siamo

l’esercito del generale Ludd. Scacciarono i nostri padri dalle terre su cui

vivevano, noi fummo operai tessitori, poi arrivò l’arnese, il telaio

meccanico… Nell’anno del Signore 1811, nelle campagne d’Inghilterra, per

tre mesi colpimmo fabbriche, distruggemmo telai, ci prendemmo gioco di guardie

e conestabili. Il governo ci mandò contro decine di migliaia di soldati

e civili in armi. Una legge infame stabilì che le macchine contavano

più delle persone, e chi le distruggeva andava impiccato. Lord Byron

ammonì:


“Non c’è abbastanza sangue nel vostro codice penale, che se ne deve

versare altro perché salga in cielo e testimoni contro di voi? Come

applicherete questa legge? Chiuderete un intero paese nelle sue prigioni?

Alzerete una forca in ogni campo e appenderete uomini come spaventacorvi?

O semplicemente attuerete uno sterminio?… Sono questi i rimedi per una popolazione

affamata e disperata?”.

Scatenammo la rivolta generale, ma eravamo provati, denutriti. Chi non penzolò

col cappio al collo fu portato in Australia. Ma il generale Ludd cavalca ancora

di notte, al limitare dei campi, e ancora raduna le armate.

Siamo

le moltitudini operaie del Cambridgeshire, agli ordini del Capitano Swing,

nell’anno del Signore 1830. Contro leggi


tiranniche ci ammutinammo, incendiammo

fienili, sfasciammo macchinari, minacciammo i padroni, attaccammo i posti

di polizia, giustiziammo i delatori. Fummo avviati al patibolo, ma la chiamata

del Capitano Swing serrava le file di un esercito più grande. La polvere

sollevata dal suo incedere si posava sulle giubbe degli sbirri e sulle toghe

dei giudici. Ci attendevano centocinquant’anni di assalto al cielo.

Siamo

i tessitori di Slesia che si ribellarono nell’anno 1844,  gli stampatori

di cotonate che quello stesso anno infiammarono la Boemia, gli insorti proletari

dell’anno di grazia 1848, gli spettri che tormentarono le notti dei papi e

degli zar, dei padroni e dei loro lacchè. Siamo quelli di Parigi, anno

di grazia 1871.

Abbiamo attraversato il secolo della follia e delle vendette, e proseguiamo

la marcia.

Loro

si dicono nuovi, si battezzano con sigle esoteriche: G8, FMI, WB, WTO, NAFTA,

FTAA… Ma non ci ingannano, sono quelli di sempre: gli écorcheurs

che razziarono i nostri villaggi, gli oligarchi che si ripresero Firenze,

la corte dell’imperatore Sigismondo che attirò Ian Hus con l’inganno,

la Dieta di Tubinga che obbedì a Ulderico e annullò le conquiste

del Povero Konrad, i principi che mandarono i lanzichenecchi a Frankenhausen,

gli empii che arrostirono


Dozsa, i proprietari terrieri che tormentarono gli

Zappatori, gli autocrati che vinsero Pugaciov, il governo contro cui tuonò

Byron, il vecchio mondo che vanificò i nostri assalti e sfasciò

ogni scala per il cielo.

Oggi

hanno un nuovo impero, su tutto l’orbe impongono nuove servitù della

gleba, si pretendono padroni della Terra e del Mare.


Contro

di loro, ancora una volta, noi moltitudini ci solleviamo.

Genova.


Penisola italica.

19, 20 e 21 luglio

di un anno che non è più di alcun Signore.

http://www.osteriapopolareberica.it/Testi_Canzoni/Gert.htm

Canzone del capitano Gert

(furya – OPB)

Ho perduto il mio nome

Nella piana a Frankenhausen

Nel massacro degli eletti

Sotto ai colpi di Lutero

Ho battezzato i contadini

Con il fango e con la falce

Ho imparato la rivolta

Nei solchi delle loro facce

Era il tempo in cui il Maestro

Incendiava chiese e altari

Di chi ha tradito dio e gli oppressi

Lavandosi le mani

Quello che devo fare

Quello che devo fare

Accettare la sconfitti

E mettermi a scappare

Quello che devo fare

Quello che devo fare

Coltivare la vendetta

Negli occhi di chi ha sete e ha fame

Braccato senza tempo

Dalla Santa Inquisizione

Ho ritrovato dentro a un pozzo

La follia della ragione

Nei bordelli dell’impero

Nelle locande straboccanti

Ho brindato con la daga

All’epopea dei nuovi santi

Un profeta fornaio

Un poeta pappone

A ripulire il Tempio

Dai mercanti in confessione

Quello che devo fare

Quello che devo fare

Rivestire la mantella

E cominciare a camminare

Quello che devo fare

Quello che devo fare

Rimboccare la bisaccia

Di ferro, piombo e rame

Ma seminare la gramigna

In una terra concimata

Può portare a fioritura

Una rosa avvelenata

E se il frutto dell’orrore

È annaffiato con premura

Il raccolto di cancrena

È cosa assai sicura

Re Davide scortato

Dagli unti e dai bambini

A partorire il suo delirio

Tra le braccia dei becchini

Quello che devo fare

Quello che devo fare

Sputare su ogni scettro

Il groviglio del mio errare

Quello che devo fare

Quello che devo fare

Annusare senza tregua

Chi ha tradito come un cane

La mia memoria, la mia sacca

Solamente han conservato

Quattro lettere ingiallite

Sopra a un nome camuffato

Ma il sapore della rogna

E l’odore della merda

Basteranno per guidarmi

Dritto dritto alla tua reggia

Ho fottuto banchieri

Raggirato i loro affari

Per finire ad aspettarti

Tra le spezie ed i canali

Quello che devo fare

Quello che devo fare

Imbastire coi giudei

Una trama colossale

Quello che devo fare

Quello che devo fare

Portare il vaticano

Tra i tedeschi e le puttane

Venezia che galleggia

Sulla punta di un diamante

Venezia che mi accoglie

Senza far troppe domande

Con Demetra al Caratello

E il “Beneficio” nella mano

Ho cambiato le mie vesti

Con quelle di Tiziano

Ti ho attirato nella gabbia

Come un topo col formaggio

Per vedere com’è fatta

La faccia di un vigliacco

Quello che devo fare

Quello che devo fare

Assistere alla fine

Di una storia trentennale

Quello che devo fare

Quello che devo fare

Toglierti il cappuccio

E iniziare a ricordare…

Ripercorro nella nebbia

L’esistenza di un perdente

Tra i morti dietro a un sogno

E le spine del presente

Due vecchi, due racconti

Scritti sullo stesso muro:

Io non sono uguale a te

Non ho servito mai nessuno

Agli occhi dei potenti

E degli sbirri al loro soldo

Son tra quelli che han sfidato

L’ordine del mondo

Quello che devo fare

Quello che devo fare

Ridere di voi

E solcare ancora il mare

Nella bonaccia di chi attende

Di scagliare un’altra pietra

Possano i miei giorni

Trascorrer senza meta


Noci di cocco

Sono consumata!! In questo momento ho ancora la pupilla dilatata da ieri (maledetta atropina!) e non potrei stare davanti al pc, ad esempio.. ma vabbè… siccome avrei finito le materie e dovrei chiudere la tesi al più presto.. sto qua. Intermezzi di Gaber che sennò gli occhi li porto direttamente a rottamare, altro che prova lenti lunedì… ascolto con gli occhi chiusi, fa bene meditare un pò allontanarsi da tutto, anche se il divieto di leggere mi fa girare alcuni li cojoni.. e pazienza, avevo cominciato Come un romanzo di Pennac (bellu!) avant’ieri, ed eccomi qua, non posso continuare. Dice, vabbè ma che ti metti a leggere che devi finire la tesi e c’hai na spada di Damocle sulla testa che è enorme? Giusto, non leggo per far pausa ma correggo la tesi… e ‘sti cazzi.. è peggio di un libro lo schermo del pc!!! E allora torno a Gaber, che tante, troppe cose, non ho ancora ascoltato. E posto qui qualche chicca, che m’ha fatto ribaltare. Certo, è un grande, non ce n’è per nessuno 🙂

NOCI DI COCCO

Coro: Che fame!

Che fame!


Che fame!


Che fame!


Che fame!


Che fame!


Che fame!


Che fame!


Che fame!




G: E qui, in quest’isola deserta, non c’è niente da mangiare!




Che fame!


Che fame!




G: Poveri noi. Così uniti, così solidali, tutti uguali senza niente da mangiare!




Che fame!


Che fame!




G: Uhè! Uhè! Vedo delle noci di cocco. Sì, ci sono moltissime noci di cocco!




Coro: Bene! Evviva! Abbiamo trovato le noci di cocco!


Abbiamo trovato le noci di cocco!


Abbiamo trovato le noci di cocco!


Abbiamo trovato le noci di cocco!




G: No. No. Ho trovato le noci di cocco!


Eh sì, le noci di cocco le ho trovate io, quindi me le mangio io!




Coro: Ma anche noi abbiamo fame!




G: No vedete ragazzi facciamo un ragionamento. Nella vita non tutti gli
uomini sono uguali: ci sono uomini normali e uomini d’ingegno. Non a
caso le noci di cocco le ho trovate io!




Coro: Ma cosa te ne fai di tante noci di cocco? Tu se solo e noi siamo in tanti!




G: Non è il numero che conta è l’intelligenza dell’individuo!




Coro: Tu se solo e noi siamo in tanti!




G: Non crederete mica di farmi paura con delle minacce vero?




Coro: Tu se solo e noi siamo in tanti!




G: È vero! Io sono solo e loro sono tanti. Bisogna che li calmi. Certo non con le noci eh?


Bisogna che inventi qualcosa, qualcosa di giusto, di civile. Guai se
cominciamo con la violenza. Il rispetto! Il rispetto di quello che
siamo, di quello che abbiamo, qualcosa di serio, di importante, di
democratico!


Ci sono, ho trovato! Invento lo Stato!




Coro: (intona l’Inno di Mameli)

IL SENSO

Secondo me è un periodo che non si capisce più niente. No, dico nelle
conversazioni, no? Sia che si parli di noi, sia che si parli del mondo.

No,
perché io posso anche capire che uno abbia delle idee politiche!
beato lui. Che si spieghi. Ecco, che non dica parole che non vogliono
dire niente o tutto. Che poi io gli rispondo, e lui mi risponde, e
io gli rispondo, e mi fa incazzare, e finisce che si litiga senza avere
neanche capito bene di che cosa stiamo parlando.

Ordine ci vuole,
ordine, a cominciare dalle parole. Bisogna ridargli un senso,
specialmente a quelle parole soggette a cambiare nel tempo. Eh! Perché
se uno dice ‘fascismo’, non è che si sa tanto bene cosa vuol dire,
però l’altro capisce che non è una gran cosa. Perfetto, si sono
accordati sul senso.

Ma se uno mi dice ‘democrazia’, io gli do lo
stop: ‘Stop! Adesso tu mi dici se per te è una cosa buona o una
schifezza!’. Allora lui mi spiega con altre parole e io: ‘Stop! Stop!
Stop!’.

Mi evitano. Solo perché voglio che ci si accordi sul senso.
Ma certo, anche per difendermi. Ma dico, se uno a tavola ti dice
‘compagno’, tu non sai se ti sta dando del cretino o no! Si potrebbe
capire sapendo lui come la pensa, questo sì, ma se te lo dice uno per
strada, eh? ‘compagno’… Dal tono forse:

‘Compagno!’. Questo è chiaro.
‘Compagnooo’. Anche questo è chiaro.
‘Compagno!’. Questo non si capisce, per esempio.
E
poi, anche se si capisse, a questo punto non si sa più perché bisogna
usare le parole. Basterebbe fare: ‘Heee bllla huuua huuu…’.

Bisogna
decidere, su! O essere delle mucche o ridare un senso alle parole. Un
senso storico. Perché è la storia che come sempre fa casino, capisci?
Ti cambia da un giorno all’altro il significato delle parole, perché
lei, la storia, c’ha un suo percorso, no? e allora tu prima di
parlare con uno devi sapere a che punto sta lui della storia, no?

Io lo guardo un po’ poi gli faccio: ‘Tu dove stai?’.
Mi evitano.
E
fanno male, perché non stanno attenti, sono disordinati. Ma dico io,
se uno non sta dietro alle cose nell’arco di una vita una parola come
‘coppia’, ecco ‘coppia’, ‘coppia¦ quando ero piccolo erano due
persone che si volevano bene. Poi c’è stato un periodo che erano due
persone¦ nemmeno due persone, era una schifezza proprio! Adesso sta
rimontando, vedi? Per coppia si intende ‘coppia critica’, e cioè loro
sanno che è una schifezza ma va bene così. Perfetto! Perfetto! Va
benissimo, si sono accordati sull’imperfezione dell’amore, eh!

Amore? Stop! Bisognerebbe ridargli un senso. Anche le ragazze mi evitano.
Ma
allora bisogna usare solo parole come cane, gatto, albero, cavallo!
Ecco, se uno mi dice ‘cavallo’ lo so cos’è, eh! Non mi diverto ma lo
so. Eh sì, perché se la gente parlasse solo di animali, di verdure¦
di cassapanche, non si gode ma ci si capisce.

E invece allora parole
di pace, di inflazione: stop! Energia, Einstein: stop! Cultura: stop!
Sfratti, religione: stop! Politica: stop! Stop! Stop! Accordiamoci sul
senso!

Il senso?
Ma che senso ha il senso?