Giap n.19 e 20

http://www.wumingfoundation.com/italiano/Giap/giap2008.htm Di seguito tre estratti!

Giap n.19
TERMOVALORIZZIAMOCI

termovalorizziamoci"Il
vocabolario B consisteva di parole create deliberatamente per scopi
politici, vale a dire parole che non solo avevano sempre un significato
politico, ma erano precisamente intese a imporre un atteggiamento
mentale, in una direzione desiderata, nella persona che ne faceva uso
[…] Le parole B erano sempre parole composte. Consistevano in due o più
parole, ovvero porzioni di parole, combinate assieme in una forma che
fosse di semplice pronuncia. L’amalgama che ne risultava era sempre un
sostantivo+verbo, e si coniugava secondo le regole ordinarie […]
Nessuna parola del vocabolario B era ideologicamente neutra. Gran parte
erano eufemismi. Parole, ad esempio, come svagocampo (campo per i lavori forzati) o Minipax (Ministero
della Pace, e cioè Ministero della Guerra) significavano quasi
puntualmente l’opposto di quel che sembravano in un primo momento."
– "I principi della neolingua", Appendice a 1984 di George Orwell

Gli eufemismi ammazzano la gente, ammazzano tua madre, annientano tuo
figlio, divorano adulti e bambini. Gli eufemismi raschiano l’interno di
esofago e polmoni. Gli eufemismi sono cancro, buttano metastasi come
ragnatele, catturano le parole, strangolano l’intelligenza finché non
ti fanno morire. Letteralmente, morire.
Endlösung,
"soluzione finale", fu il capolavoro tra gli eufemismi. Col tempo ha
perso l’intonaco di pudicizia e ipocrisia, e si è fuso alla realtà
abietta che intendeva mascherare. Gli eufemismi funzionano sul
breve-medio periodo, poi cessano di essere tali. A distanza di pochi
anni, nessuno usa più l’espressione "guerra umanitaria", nessuno vanta più "bombardamenti chirurgici" a colpi di "bombe intelligenti",
anche "danni collaterali" è caduto in disuso. Quelle espressioni hanno
ormai l’accezione negativa che erano nate per evitare.
"Termovalorizzatore" al posto di "inceneritore". Coniando il nuovo termine, si è spostato l’accento da quello che certamente
rimane (residuo tossico: 1/5 di scorie, senza contare i fumi prodotti
dalla combustione) a quello che presuntamente si produce (un valore, energia, vantaggio economico). Chi dice "No al termovalorizzatore!" ha già perso, perché ha accettato l’eufemismo, il frame. Discute sul terreno dell’avversario, e in apparenza si oppone a un valore, a qualcosa di "buono".
"I termovalorizzatori sono la soluzione": lo ripetono, lo cantano in
coro, martellano, rintronano, tutti d’accordo erigono la grande
muraglia del conformismo sul tema dei rifiuti. Tutte concordi, le voci
ufficiali. Chissà perché, al dunque, le popolazioni non ascoltano, non
obbediscono.
Inceneritori. Processo fondato su un principio obsoleto, di quando
c’erano i miniassegni e Bill Gates era povero. Tecnologia vecchia come
i neuroni di questa nazione, vecchia ma col muso impiastricciato di
cerone, come i grugni della casta e dell’orribile classe intellettuale
italiana.
Tecnologia vecchia fa buon brodo. E allergie, malattie respiratorie,
tumori. Costi sociali. Spese sanitarie che schizzano alle stelle.
Macchina energivora, ruota del karma di circoli viziosi, che deve
funzionare sempre, senza sosta, ed esistendo incentiva a produrre rifiuti. La spazzatura diviene il mezzo, l’inceneritore il fine.
Esistono alternative. Concrete. Praticabili. Praticate (altrove). Pochi ne parlano [*].
Nemmeno queste, tuttavia, sono la endlösung del problema-pattume.
La "soluzione finale" sarebbe, semplicemente, produrre meno rifiuti.
Produrre meno stronzate usa-e-getta. Produrre meno, usare di più. Lo
abbiamo già scritto: link non c’è un modo "giusto" di produrre oggetti inutili.
Il problema siamo noi, non i rifiuti. Il problema siamo noi,
non la camorra. O meglio: la camorra siamo noi. I discorsi sulle
ecomafie sono veri e necessari, ma possono trasformarsi in diversivo.
Tutti noi siamo "ecomafiosi", chi più chi meno. E’ il nostro stile di
vita a essere "ecomafioso", è il consumo fine a se stesso ad essere ecomafiogeno. Non c’è camorra che possa smaltire o sversare illegalmente rifiuti che non
vengono prodotti, ma noi li produciamo, li produciamo eccome, e sempre
di più. In Italia, +20% di rifiuti urbani per abitante dal 2003 al
2005.
E così ci ritroviamo con più packaging e
pacchetti, ci ritroviamo con più sacchetti, con più imballaggio, più
scatolame e barattolame e bidoname e fustiname, più flaconeria,
sifoneria, tubetteria, più gadget insensati, più telefonini,
videofonini, tivù-fonini da cambiare ogni sei mesi, più instant-libri
di comici che invecchiano dopo un mese e non facevano ridere nemmeno da
attuali, più kleenex tovagliolini salviettine fazzolettini (usa il
fazzoletto di cotone, porcozzìo!), più buchette della posta intasate da
decine di dépliants giganteschi di ipermercati, più bottiglie e
bottiglioni d’acqua minerale anche dove l’acquedotto fa i miracoli e i
rubinetti colano oro, "Sì, ma quella che compro è iposodica!", già, e
mezz’ora dopo bevi il ghètoreid, o l’ènergheid, o il pàuereid, perché
sei un mèntecheit!
Tutto torna, quel che semini raccogli.
Consuma, sperpera, spreca, logora, getta via. La tua merda polimerica
brucerà (o meglio: sarà "termovalorizzata"), i tuoi cari (o i cari di qualcuno) inaleranno, metastasi, metastasi, metastasi, tumore.
Termovalorizziamoci, giochiamo con le parole, questa è la strada, la via del futuro che abbiamo alle spalle.
Oppure c’è un altro modo: termovalorizzare chi ci governa, ci ipnotizza, ci sfrutta, ci compra e ci rivende, ci consuma.

Giap n. 20
LIBERARSI DELLA MENTALITÀ DEL GHETTO

L’Italia è un ghetto, gated community,
galera della mente. Negli sguardi il mondo è assente. Provincialismo,
campanilismo, familismo, visioni sempre più anguste. Le lingue
inciampano sugli idiomi forestieri, i media ufficiali alzano muri,
presidiano i confini, fanno entrare in prevalenza fesserie, propaganda,
mode effimere e gossip. Dentro, poi, è una nube perenne di gas,
"l’onorevole ha dichiarato… il senatore ha detto… la coalizione…
le riforme…". Non-eventi, commenti sui commenti, dibattiti dementi.
La Rete permette di comunicare col mondo, ma nessuno insegna a usarla
al meglio, in modo conscio e responsabile, e anche lì si formano
ghetti, énclaves, circuiti di celle di clausura in cui s’amplifica il provincialismo.

Tra gli italiani che vanno all’estero, molti transumano in ulteriori
ghetti, villaggi-vacanze, luoghi plasticosi dove si spaparanzano, senza
mai conoscere nulla della società che sta intorno, finché attentati o
guerre civili non fanno irrompere l’odiata realtà, e allora l’anno
prossimo si cambierà destinazione, si troverà una nuova bolla in cui
parlare solo italiano, tra italiani, e lamentarsi di come vanno le cose
là a casa, inveire contro i negri, gli zingari, i Comuni che lasciano
costruire le moschee.
Tra quelli messi peggio c’è persino chi finge
di andare in vacanza, saluta i vicini e si chiude in casa, finestre
sprangate, scorta di viveri, due-tre settimane modello bunker, poi
"torna" con racconti di fantasia.
"Vacanze-talpa", le chiamano. Metafora perfetta, in un paese di
politica da talpe, informazione per talpe, incontri tra talpe, vite da
talpe.

E il peggio è che ci si abitua. Si abituano anche i migliori, cedono al
disincanto, all’abitudine, alla sconfitta. Si china la testa e si va
avanti, magari si tira qualche bestemmia ogni tanto, ma non si va
oltre. La vita da talpe diventa normalità, corso delle cose.
Fuori il mondo collassa e preme, ma le talpe se ne accorgeranno solo
all’ultimo momento, quando un disastro interromperà il tran tran. E
intanto: centrosinistra, centrodestra, centrosinistra, il PIL cresce
dello 0,1%, il PIL cala dello 0,1%, e leggi elettorali chiamate con
nomignoli, e la Confindustria dice, e l’onorevole dichiara…
La mentalità del ghetto è il peggior nemico. La mentalità del ghetto ottunde e disarma, distrugge le difese.

Il libro più famoso di Raul HilbergTorna attuale, oggi più che mai, uno scritto di Bruno Bettelheim
(1903-1990), celebre e controverso psicologo ebreo. Non è un testo
clinico, ma una riflessione storico-politica. Si intitola "Liberarsi
della mentalità del ghetto", e chiude la raccolta di saggi La Vienna di Freud (Feltrinelli, 1990).
Bettelheim si interroga sui motivi per cui gli ebrei d’Europa opposero
così poca resistenza al loro sterminio, anzi, moltissimi "marciarono
consenzienti verso la propria morte", e alcuni addirittura
collaborarono con zelo al disegno dei carnefici, ad esempio denunciando
i tentativi di evasione dai lager o consegnando alle SS leader della
resistenza come Yitzhak Wittenberg.
E non si parla di perfidi kapò, ma di vittime, persone avviate alla
morte, tanto fatalisticamente rassegnate da vedere nella resistenza
altrui un inaccettabile affronto al destino, al corso delle cose.
"Si comportavano così", scrive Bettelheim, "perché avevano rinunciato
alla volontà di vivere e si erano lasciati invadere dalle loro tendenze
distruttive. Di conseguenza, ormai si identificavano con le SS, che si
erano poste al servizio di tali tendenze, più che con i compagni che
ancora rimanevano attaccati alla vita, e che per questo riuscirono a
eludere la morte."
Bettelheim parte da una constatazione di Raul Hilberg
sul "ruolo che gli ebrei ebbero nel proprio sterminio", cita diversi
episodi, e da essi risale al comune denominatore: la mentalità del
ghetto (ghetto thinking). Furono la chiusura mentale delle
comunità ebraiche (soprattutto dell’Europa orientale), il loro
asfissiante conformismo, l’obbedienza al dogma religioso e la costante
fuga dal mondo a impedire di capire per tempo cosa stava per accadere,
quando invece era evidente a chiunque altro, in primis agli ebrei che avevano lasciato i ghetti e tagliato i ponti e si erano messi al riparo prima del punto di non-ritorno.

A scanso di equivoci: non sto aderendo alla tesi di Bettelheim (e
Hilberg), che ha scatenato polemiche e accuse postume. In generale mi
suona plausibile, gli esempi sono numerosi e mi è parso di trovare
conferme negli studi di altri autori. E’ vero tuttavia che Primo Levi, nel capitolo "Stereotipi" de I sommersi e i salvati,
imposta la questione in modo molto diverso. Se mi azzardassi ad
approfondire finirei fuori strada e nel mezzo di un ginepraio; lascio
dunque a chi legge la libertà di confrontare i due punti di vista e
trarre le proprie conclusioni.
Non intendo nemmeno operare una reductio ad hitlerum.
Paragonare qualunque crisi sociale a quella che portò al nazismo e alla
Shoah è uno sport fin troppo – e sempre più – praticato. Non coltivo
l’osceno proposito di stabilire similitudini tra le "forze sane" (o
sanabili) di questo Paese e gli ebrei sterminati nei campi. Chiunque di
noi è sideralmente lontano dal subire alcunché del genere.
Quel
che mi interessa è il "ghetto" come metafora utile a capire la
situazione italiana, con particolare riferimento a due fenomeni
interdipendenti: la "fuga dei cervelli" e il restringersi degli
orizzonti. Scrive infatti Bettelheim:

Per almeno tre generazioni, tutti coloro che non erano più disposti a
sottomettersi a condizioni di vita che non consentivano il minimo di
rispetto di sé necessario a confrontarsi col mondo moderno, se ne
andarono dal ghetto. Così come se ne andarono tutti coloro che di quel
mondo volevano fare parte e tutti coloro che volevano combattere per la
libertà, propria e altrui […] E’ difficile valutare quali effetti
abbia su un popolo il fatto che per tre generazioni i suoi membri più
attivi, quelli il cui ideale era combattere per la libertà, se ne siano
andati, e siano rimasti soltanto quelli a cui mancano il coraggio e
l’immaginazione per concepire un modo di vivere diverso. Il piccolo
gruppo di ebrei che tanto si distingue nella vita culturale americana,
per esempio, si era allontanato da almeno un secolo dalle comunità
ebraiche dell’Europa orientale.

Ci sono due modi di andare oltre la mentalità del ghetto.

La fuga di cervelliIl primo consiste appunto nel sottrarvisi.
Esodo, emigrazione. Per fare un esempio, l’Italia ha un mondo
accademico che aborre il ricambio e sfrutta, umilia, devasta dottorandi
e ricercatori. I concorsi sono truccati, i posti sono bloccati, nemmeno
leccare culi dà più garanzia di alcunché.
Andarsene all’estero è
unl’opzione giusta, perché libera gli individui e sprigiona energie, ma
a lungo termine le conseguenze sul luogo abbandonato possono essere
molto negative, se non catastrofiche. Con il brain drain il panorama culturale italiano si impoverisce, cala il numero di sinapsi attive, il livello medio si abbassa sempre di più.
Si potrebbe riporre qualche speranza negli immigrati, o meglio, nel
desiderio dei loro figli e nipoti di abbandonare i nuovi ghetti, le
ennesime gated communities,
le isole di conformismo e paranoia, ma non ci riusciranno se la
situazione del Paese continua a peggiorare. Il circolo è vizioso.

L’altro modo è sfumare la distinzione fra chi parte e chi rimane, creando intersezioni, figure ed esperienze di sintesi, e soprattutto circoli virtuosi.
Da un lato, chi se ne va e riesce a lavorare bene dovrebbe compiere
ogni sforzo per avere un’influenza positiva sulla situazione che si è
lasciato alle spalle.
Dall’altro, ed è questo l’aspetto più importante, chi rimane deve contrastare le spinte alla chiusura, resistere a provincialismi e nuovi razzismi, guardare fuori e cercare di guardare l’Italia da
fuori, con occhi non velati dalla pigrizia, senza dare niente per
scontato o "naturale". Sforzarsi di studiare le lingue, "pensare
extra-italiano", auto-educarsi a un uso della rete e delle reti che
proietti l’immaginazione oltre le obsolete frontiere nazionali. Chi ha
la possibilità di farlo deve tenere un piede fuori dall’Italia,
spostarsi, viaggiare, fare periodi di lavoro e studio all’estero,
approfittare di ogni progetto, partenariato, stage, borsa di studio,
Erasmus, Leonardo, Comenius, quel cazzo che vi pare ma fatelo,
andateci.

[NOTA BENE. Uno dei
sintomi più evidenti della chiusura italiana è proprio il fatto che,
dall’anno accademico 2003-2004, il numero degli universitari che
effettuano soggiorni Erasmus è in calo anziché in crescita. Nel 2006,
soltanto un misero 6,2% degli iscritti agli atenei italiani ha preso
parte al programma. Questa percentuale esprime la media nazionale: la
situazione al Nord è leggermente migliore (7,1%), mentre al Sud è
decisamente peggiore (3,5%).
E’ vero, c’è un problema di classe
sociale, le borse di studio di cui parliamo ammontano a cifre ridicole
e non bastano al sostentamento dello studente, quindi chi viene da una
famiglia o da una zona più povera ha maggiori ostacoli di fronte a
sé… ma questo era vero anche prima, è sempre
stato vero, di per sé non basta a spiegare un simile rattrappimento.
Anche perché parliamo del 94% degli universitari italiani, cioè –
nell’anno accademico 2005-2006 – oltre duecentottantamila persone.
Ritengo improbabile che siano tutti figli di poveri.
No, il punto
è un altro: conosco persone che hanno fatto l’Erasmus negli anni
Novanta, da studenti-lavoratori, lavando piatti in ristoranti tedeschi
o distribuendo volantini a Londra, di fronte alle fermate del Tube. Io
stesso mi sono pagato il Leonardo in Inghilterra facendo lavori
improbabili. Se uno desidera andare all’estero ci va anche facendosi il
culo. Se non ci si va è perché quell’opzione non è più nell’orizzonte,
non viene presa in considerazione, costa troppa fatica mentale. Il
problema è culturale, il Paese si imbozzola nell’abitudine, vinto,
impaurito.]

Tana di talpeRipropongo il duro monito di Bettelheim, che risale al 1962 ma sembra scritto domani:

Per
molti versi, il mondo occidentale stesso sembra avviato ad abbracciare
la filosofia di vita del ghetto: non voler sapere, non voler capire che
cosa accade nel resto del mondo. Se non stiamo attenti, l’Occidente dei
bianchi, che già costituisce una minoranza, si murerà in un ghetto di
sua stessa creazione, fatto dei cosiddetti deterrenti nucleari. Molti,
dentro tale cintura di protezione, che è anche una cintura di
costrizione, già si preparano a scavarsi i loro rifugi. Come per gli
ebrei che restarono nei ghetti d’Europa anche dopo l’arrivo dei
nazisti, si direbbe che per noi conti soltanto poter continuare il
lavoro nel nostro enorme shtetl, e che importa ciò che succede nel resto del mondo?

Occupiamoci del mondo, allora, perché noi siamo
il mondo. Vanno bene anche piccoli "esercizi spirituali", giochi per
forzare l’immaginazione e corteggiare l’inatteso, come leggere ogni
tanto link un quotidiano giamaicano, o link del Belize, o link della Guinea. Ricordarsi che ci sono tante e diverse comunità di umani, là fuori, tanti mondi, tanti piani di realtà.
Senza questo, tutto diventa merda: il sociale, la politica, le arti…
persino l’amore, perché anche la famiglia diviene un fortino armato
contro l’esterno, tana di talpe dove i "cazzi nostri" contano più di
tutto, e a tutto si è disposti per difenderne il primato.
Come hanno fatto Olindo Romano e Rosa Bazzi, perfetta coppia di arci-italiani.
Perché un intero paese non si riduca come loro, guardiamo al di là dei nostri nasi. [WM1]

THE DISNEY TRAP. Nell’ottobre 2006 contribuimmo a diffondere urbi et orbi un video di link Monica Mazzitelli de link iQuindici. Si intitolava e s’intitola The Disney Trap: How Copyright Steals our Stories.
L’effetto virale è stato incredibile. Lemme lemme, pare che l’han visto
tutti. Su YouTube, nel momento in cui scriviamo, risulta che sia stato
visto link un milione e settecentoquattromilasettecentonovantasei volte.
Lo ripetiamo perché fa una certa impressione:
link un milione e settecentoquattromilasettecentonovantasei volte
.
Suona bene, no? Proviamo ancora:
link "un milione e settecentoquattromilasettecentonovantasei volte"

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