VOTA NO

non voglio far blanda propaganda nè spiegare una riforma che per capirla ci vuole parecchio, figurarsi per spiegarla, e sinteticamente…le tv stanno facendo l’ultimo schifo invece di fare corretta informazione
io ho seguito una conferenza qualche mese fa con insigni costituzionalisti(tra cui roberto bin  che trovo veramente bravo, ma non sta a me dirlo, da studentessa)
per sapere cosa comporta la riforma basta fare una breve ricerca su internet si trova tutto e il contrario di tutto… consiglio di leggere sia le ragioni del sì che quelle del no…e cercare pareri di costituzionalisti(non quelli che c propina la tv)
alla fine suggerisco un articolo del corriere di un mesetto fa, di giovanni sartori, mica pissi pissi bau bau…:
(link http://www.corriere.it/Primo_Piano/Politica/2006/05_Maggio/21/sartori.shtml )

Il referendum sulla Costituzione
Se cambiare è peggiorare
«Sfido chicchessia a dimostrare che la carta
Bossi-Berlusconi sia preferibile a quella del ’48. Un progetto federale
fatto coi piedi»

Bene o male le alte cariche dello Stato sono in carica.
Male più che bene Prodi è riuscito a confezionare un governo. Così per
una diecina di giorni il popolo si può rilassare. Ma a fine maggio ci
saranno importanti elezioni amministrative (tra l’altro a Roma e
Milano). Dopodiché il 25 giugno arriva il referendum confermativo, o
sconfermativo, della nuova costituzione. Anche se il buon popolo forse
non lo avverte, quest’ultimo è il voto più importante di tutti. La
costituzione stabilisce le regole della politica e della gestione del
potere. Regole malfatte, che non funzionano, creano un Paese che non
funziona. Regole che limitano poco e male il potere sono regole che
portano all’abuso di potere. Per di più, le costituzioni durano; e se
sono buone costituzioni è bene che durino. Ma durano anche perché sono
difficili da cambiare. Il che sottintende che se facciamo una cattiva
costituzione il rischio è che ce la dovremo tenere.
Dobbiamo davvero cambiare ab imis la costituzione vigente? L’argomento
dei «cambisti» è che chi difende la costituzione del ’48 è un
«conservatore», un invecchiato, un sorpassato, sordo alle esigenze del
progresso. Ma questo è uno slogan di bassa e sleale propaganda. Alla
stessa stregua è conservatore il medico che ci conserva in vita, il
pompiere che ci conserva la casa che sta bruciando e l’ecologista che
si batte per conservare un’aria pulita. Scorrettezze polemiche a parte,
il discorso serio è che cambiare una buona (relativamente buona)
costituzione per una cattiva costituzione è un «cambismo» stolto e
dannoso. Una costituzione è da conservare finché non si dimostri che
sia necessario rifarla e, secondo, a condizione che sia sostituita da
una costituzione migliore. E sfido chicchessia a dimostrare che la
carta Bossi-Berlusconi sia preferibile, nel suo insieme, a quella del
’48.
Le difese della nuova Carta sono due. La prima è che
finalmente crea una Italia federale. Benissimo. Il guaio è che quel
progetto è fatto con i piedi. Ma sul federalismo «alla Bossi» è
doveroso dedicare un (prossimo) pezzo a sé. La seconda difesa – di
Calderisi e Taradash, lettera al Corriere del
13 maggio – merita invece di essere affrontata subito, e argomenta che
la nuova costituzione ha il fondamentale merito di eliminare il
bicameralismo simmetrico, o paritario (due Camere con uguale potere),
perché «sottrae la fiducia al Senato». L’argomento è davvero tirato per
i capelli. C’è bisogno di impiombare il Paese con una macchinosa
devolution per così poco? Basterebbe un articoletto che dica press’a
poco così: che nel caso di maggioranze diverse nelle due Camere
(altrimenti non c’è problema) il voto di fiducia compete soltanto alla
Camera dei deputati. Per andare da Roma a Firenze Calderoli mi vorrebbe
far passare da Pechino.
Grazie no: preferisco la via diritta. L’argomento è
anche manchevole perché riduce il problema al voto di fiducia. Ma in
Parlamento si votano leggi tutto il tempo e ogni volta il governo deve
ottenere una maggioranza che approva. Anche se il caso viene limitato
alla legislazione concorrente, non ci siamo lo stesso. L’ultimo affondo
del Nostro è che «se il 25 giugno dovesse prevalere il no alla riforma
la spinta conservatrice (sic , ci risiamo) sarebbe tale da congelare
qualsiasi tentativo riformatore della nostra Carta del ’48». Ma perché
mai? Sono decenni che i costituzionalisti propongono ritocchi
migliorativi di quel testo. Se l’ultimo «riformone» verrà bocciato
forse è l’occasione buona per arrivare finalmente alle «riformine» che
occorrono.
Giovanni Sartori
21 maggio 2006

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